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	<title>Abattoir &#187; inquietudine</title>
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	<description>Voci dal macello</description>
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		<title>L&#8217;inquietudine del viaggiatore: l&#8217;Altro come antidoto al male di vivere</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 05:20:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Liliana Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Realtà]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[Estate: tempo di mare, vacanze, ferie. E viaggi. Chi può permetterselo, chi durante il resto dell&#8217;anno è stato costretto dietro una scrivania, o un bancone, o una cattedra, bloccato dall&#8217;obbligo di tirare a campare, può finalmente, in questa assolata stagione di ozio e di afa e di sudore appiccicoso, staccare la spina e viversi attimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Estate: tempo di mare, vacanze, ferie. E viaggi. Chi può permetterselo, chi durante il resto dell&#8217;anno è stato costretto dietro una scrivania, o un bancone, o una cattedra, bloccato dall&#8217;obbligo di tirare a campare, può finalmente, in questa assolata stagione di ozio e di afa e di sudore appiccicoso, staccare la spina e viversi attimi di spensierato riposo. Lunghe code, esodi, autostrade intasate e traffico asfissiante, tutto per raggiungere l&#8217;agognata meta: una spiaggia stra-affollata, il villaggio turistico lungo la costa con vista sul mare, per i più arditi e danarosi addirittura la città oltre confine o l&#8217;isoletta dal nome figo sperduta chissà dove in un oceano a caso. Ore interminabili di attesa cocente sotto il sole sferzante, stressanti file tra check-in e ritiro bagagli, giorni interi passati tra valigie e preparativi e ansia pre-partenza con l&#8217;immancabile sensazione di aver dimenticato qualcosa- il gas acceso? I biglietti?<span id="more-2634"></span> Il gatto fuori casa e a dieta forzata per un mese?- corse frenetiche per non perdere l&#8217;aereo, per ritrovarsi <em>on the road </em>due preziosi secondi prima del milione circa di speranzosi che agognano un pezzo di mare, uno scampolo di sabbia e di relax per spegnere, almeno per pochi giorni, con la monotonia di giornate pressanti e sempre uguali. Poi arrivi a destinazione, ti sistemi nel tuo angolo di paradiso in affitto, te lo godi per quei tre giorni o due settimane o un mese, giusto il tempo di abbronzarsi o di collezionare l&#8217;ennesimo flirt o di aggiungere su facebook quello che ballava la macarena accanto a te, le foto di rito ai suggestivi paesaggi con annesso il nostro faccione accaldato in primo piano, azzeramento totale della memoria con cancellazione temporanea di parole come lavoro, impegno, scadenza. Poi la vacanza finisce, si ritorna alla routine, ai giorni pieni e alle tensioni giornaliere, in attesa per i prossimi nove mesi che il ciclo ricominci. E che cosa rimane, di quelle giornate lente ed oziose spese in riva al mare a non pensare a nulla? Qualche foto, e la voglia nostalgica di ritornare a quei momenti sfaticati. Adesso pure il silenzio va di moda, preso a piccole dosi tra il frastuono cittadino e i rumori metropolitani di una vita vissuta troppo alla svelta che necessita di una pausa, di un breve attimo di pace e contemplazione tra le mura fresche di quiete di un tranquillo monastero nascosto tra i boschi di un inaccessibile monte.</p>
<p>Ma c&#8217;è un altro modo di viaggiare, di prender la valigia e partirsene incontro a posti nuovi e mai visti; un viaggiare che si fa esperienza profonda, che ti cambia e ti trasforma, incontro col fuori che ti plasma e ti rende diverso, dentro. E una volta tornato sul serio non sei più come prima, un&#8217;altra persona fa il suo ingresso nella tua anima e ti accompagnerà fino al prossimo viaggio, fino alla prossima apparizione di nuovi te mai vissuti. Non è necessario andare chissà dove, scegliere chissà che mete esclusive, per essere investiti da una simile miriade di sensazioni che invisibili agiscono e corrodono il tuo io pietrificato: una città a pochi chilometri da dove sei nato e cresciuto, un paesino sperduto ignorato dai turisti affaccendati e seguaci fedeli di guide e percorsi già stabiliti, un boschetto solitario non segnato in nessuna cartina. E poi ci sono gli incontri, le persone, vita che incontra altra vita, opinioni diverse, diverse culture e modi di guardare all&#8217;esistenza, parole e sguardi che ti segnano, ti attraversano e durano ben più dello spazio di una tintarella.</p>
<p>Viaggiare, quando inteso e vissuto così, diventa allora ricerca e scoperta continua, modalità tipica del nostro stesso essere al mondo: ogni posto visitato, ogni Paese in cui si è stati, non è soltanto un&#8217;ulteriore tacca da aggiungere all&#8217;egocentrica collezione di pezzi di mondo da depredare senza farsi afferare da essi, ma simbolo stesso di una condizione incerta, inquieta, carica di dubbi e priva di identità stabili date una volta per tutte, rappresentazione di irrequietezza congenita alla quale si tenta di far fronte perdendosi nel vasto mondo, afferrandone quanto più possibile, mordendone le infinite differenti storie di popoli lontani, diversi solo in apparenza, inseguendone la cultura, l&#8217;arte, il folklore, le tradizioni, dimenticandosi anche solo per un attimo, nell&#8217;esaltante conquista di mondi che non sono il nostro, i piccoli contrattempi e le nevrosi che ci assillano, paranoie e paure alle quali troppo peso vien dato, e che frenano e avvelenano e rendono impossibile uno scambio sereno e appagante con quel che c&#8217;è fuori le nostre menti turbate. Più delle guide, più delle cartine, delle mappe e delle tappe obbligate delle quali si deve al ritorno raccontare con orgoglio, è di passione e genuino amore per ogni piccola manifestazione del vivente che c&#8217;è bisogno, è di curiosità e rispetto per le culture altrui, per quell&#8217;Altro che è noi stessi, che bisogna munirsi prima di gettarsi, e vivere fino in fondo, l&#8217;avventura, le avventure, i genuini incontri, che andranno a comporre la nostra incerta e mutevole identità.</p>
<blockquote><p>Non possiamo conoscere nulla d&#8217;esterno a noi scavalcando noi stessi, l&#8217;universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo cio&#8217; che abbiamo imparato a conoscere in noi.  Italo Calvino, <em>Palomar</em></p></blockquote>
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		<title>Quant&#8217;è bella giovinezza&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 07:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Liliana Formica</dc:creator>
				<category><![CDATA[Morale]]></category>
		<category><![CDATA[attesa]]></category>
		<category><![CDATA[confusione]]></category>
		<category><![CDATA[giovinezza]]></category>
		<category><![CDATA[inquietudine]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo quindici anni circa, quando la fulminante verità che avrebbe accompagnato, e minacciato, il resto della mia vita a mo&#8217; di spada di Damocle (una delle tante lame pronte a colpire), mi si rivelò senza mezzi termini: sono una vecchia, sono una fottuta vecchia nel corpo immaturo di una ragazzina acerba che da allora avrebbe sempre dimostrato una decina di anni in meno (ma questo vuol dire che, adolescente complessata, dimostravo fisicamente cinque anni? Non mi ci ero mai soffermata). Presa coscienza di questa sconvolgente rivelazione, il resto vien da sé: l&#8217;eccesso di responsabilità, l&#8217;incapacità di prendere tutto alla leggera, di abbandonarsi a colpi di testa giustificabili dei quali non si approfitta, tutto questo è una logica conseguenza del fatto di essere una vecchia, una fottuta vecchia nel corpicino gracile di una quindicenne troppo seriosa e controllata. Col tempo si cambia, ovvio, si cresce, si matura, nuovi valori prendono il posto dei vecchi ideali troppo irrealizzabili, ci sbatti il muso, contro la dura realtà, e inizi a ridimensionare i tuoi sogni, a farti due calcoli e a renderti conto che sei mortale e la vita non è così lunga come pensavi; <span id="more-1061"></span>eppure questa semplice parola, spensieratezza, continua ad essere assente dal vocabolario delle mie personali esperienze, tutto deve essere fatto e preparato in vista di un più alto traguardo, e non importa a quanto dovrai rinunciare, quanto dovrai sacrificare per arrivare a tanto, per vedere finalmente realizzato l&#8217;ambizioso progetto che non è poi altro che un po&#8217; di indipendenza, la sacrosanta libertà di disporre a tuo piacere della tua vita e magari provare a lasciare un segno, uno scritto, un&#8217;idea messa nero su bianco, a testimonianza che tu eri qualcosa di più di quel che agli altri facevi vedere.</p>
<p>E intanto un&#8217;altra parte di te, più immatura e sbarazzina e forse più fedele all&#8217;età anagrafica ti cresce dentro e scalpita per uscire fuori: è la voce nascosta di una sognatrice incallita che brama posti sconosciuti, che vuole vivere a passo di danza e senza preoccupazioni a bordo di un pulmino multicolore che va per il mondo senza mai fermarsi, libero da legami e calcoli e sottigliezze quotidiane. Un folletto immaturo e irragionevole, che vuole solo vivere come se la testa fosse un pallone leggero rigonfio d&#8217;aria e farfalle, affamato di nuove sensazioni e vita allo stato puro troppo a lungo messa da parte, e per cosa poi? Per dei vagheggiati, dannatissimi ideali che propabilmente mai saranno realizzati, non completamente almeno. La vecchia e la ragazzina: ci passi l&#8217;adolescenza tra le loro grinfie, cercando di far contenta e soddisfare un po&#8217; l&#8217;una e un po&#8217; l&#8217;altra, ma la lotta è dura, e la pace mentale una chimera che a volte ti riesce di afferrare, altre no. Ma poco importa. Si continua ad aspettare pazienti, fiduciosi che un giorno si realizzerà almeno uno dei tuoi preziosi sogni del cazzo. E un giorno ti svegli e scopri che nell&#8217;attesa son passati dieci anni, ti guardi indietro e le ingenuità e le misere utopie della scontrosa piccola idiota che eri ti sembrano così lontane, soffocate da ben altri progetti, da desideri magari meno nobili ed eterei, ma reali, cazzo, e leciti; e ti ritrovi a invidiare cose delle quali prima, nella sicurezza presuntuosa dei tuoi sedici anni, ridevi e di cui non ti fregava poi granché: una casa, una famiglia, un lavoro stabile, un amore sicuro, oddio, solide basi per proteggerti da un mondo che all&#8217;improvviso non ti sembra più così meraviglioso e pronto da mordere, e che invece ti fa paura, ti terrorizza da morire. Di tutte queste cose continui a pensare, intimamente, di poter fare a meno, non le desideri veramente, non fanno per te, ché ben altro può farti felice; ma qualsiasi cosa è meglio di questa attesa che non porta a niente, qualsiasi, un cambiamento qualunque, anche se non voluto, piuttosto che la raggelante prospettiva che tutto resti com&#8217;è, te compresa.</p>
<p>E ai vecchi sensi di colpa se ne aggiungono di nuovi, mica si sono zittite, quelle due arpie che ti rodono il fegato, per niente: ti osservano implacabili, ti giudicano, e ti fanno sentire una fallita nell&#8217;età in cui dovresti armarti e scendere in campo e conquistarti la tua parte di mondo, mentre invece continui ad essere sbranata a turno dalle ambizioni non ancora spente dell&#8217;una e dagli innocenti ideali traditi e messi da parte dell&#8217;altra. Stupendo sentirsi frustrati e in perenne stand-by senza aver capito una minchia di come va la vita, veramente. Sensazione impagabile. E non venitemi a dire che questo è il periodo più bello e irripetibile, che un giorno lo rimpiangeremo e cazzate simili. Perché in certi momenti, e questo in cui scrivo ne è uno dei tanti, vorrei avere già cinquant&#8217;anni e passa e trovarmi coi capelli grigi, la cataratta e le prime rughe, e aver passato ogni tempesta, aver combattuto tutte le battaglie che c&#8217;eran da combattere, e languire oziosa e senza preoccupazioni davanti al fuoco benevolo di un&#8217;accogliente dimora, la <em>mia</em> dimora. Almeno allora la vecchia rompiballe chiuderà il becco, una volta tanto, o magari sarà morta, <em>deo gratias</em>! E la ragazzina sarà abbastanza cresciuta da non ficcare più il naso in questioni troppo grandi per lei, e chissà, metterà finalmente a tacere la sua petulante vocina di viziata che chiede e pretende e non è disposta a spendersi e a dare. Fanculo ad entrambe, streghe.</p>
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