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	<title>Abattoir &#187; Riflessioni</title>
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		<title>Non è un paese per giovani (e ci voleva un genio per capirlo)</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Oct 2011 06:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marilisa Dones</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Battaglie Ideologiche]]></category>
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		<description><![CDATA[Qualche anno fa, Guidi (ex consigliere di Confindustia) invitava i giovani a lasciare l’Italia. Era forse un visionario? No di certo, più semplicemente conosceva bene i suoi polli e sapeva che nessuno avrebbe fatto qualcosa per rinunciare ai privilegi in favore delle classi più giovani. Aveva già previsto che l’Italia non era, né mai sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a rel="attachment wp-att-7263" href="http://www.abattoir.it/2011/10/22/non-e-un-paese-per-giovani-e-ci-voleva-un-genio-per-capirlo/salvadanaio/"><img class="alignleft size-full wp-image-7263" title="salvadanaio" src="http://www.abattoir.it/wp-content/uploads/2011/10/salvadanaio.jpg" alt="" width="298" height="274" /></a>Qualche anno fa, Guidi (ex consigliere di Confindustia) invitava i giovani a lasciare l’Italia. Era forse un visionario? No di certo, più semplicemente conosceva bene i suoi polli e sapeva che nessuno avrebbe fatto qualcosa per rinunciare ai privilegi in favore delle classi più giovani. Aveva già previsto che l’Italia non era, né mai sarebbe stata, “un paese per giovani”. E di questo pare essersene accorto, allarmato, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, destinato a diventare presidente della BCE. Pare abbia scoperto l’acqua calda il nostrano Millior Dollar Man: “La crescita economica non può fare a meno dei giovani né i giovani della crescita”, dice.  Guardando persino al passato ha sottolineato che nel Dopoguerra il dualismo giovani/crescita economica si palesava nello sviluppo demografico e produttivo, nel progresso tecnico e nelle caratteristiche del capitale umano adatte a sostenere lo sviluppo. Viene da ridere a pensare al passato, a come potevano andare le cose. Ma di un sorriso amaro come il fiele. Come si ripete fino allo sfinimento, ormai le prospettive dei giovani ad aspirare a un reddito decente sono ridotte a zero, soprattutto nel nostro Paese (mi vergogno quasi anche a scriverlo in maiuscolo). Aggiunge Draghi anche che “il loro contributo alla crescita è frenato in vario modo dai nodi strutturali che strozzano la nostra economia”. Ma va? E poi arriva il bello del suo discorso: “Vi è un problema di inutilizzo del loro patrimonio di conoscenza, della loro capacità di innovazione. La bassa crescita dell’Italia negli ultimi anni è anche riflesso delle sempre più scarse opportunità offerte alle giovani generazioni di contribuire allo sviluppo economico e sociale con la loro capacità innovativa, la loro conoscenza, il loro entusiasmo”. Entusiasmo? Ma di quale entusiarmo parla? Alzi la mano chi è entusiasta&#8230;<span id="more-7259"></span></p>
<p>Il governatore della Banca d’Italia, poi, ha offerto anche una lezioncina: la crisi che imperversa dal 2008 sull’intero mondo ha aggravato il problema perché i giovani sono quelli che accusano i contraccolpi più pesanti; si è osservata una caduta dell’occupazione in tutta l’Unione Europea ma in Spagna e Italia tutto è stato più accentuato (manco a dirlo…).</p>
<p>Inoltre, Draghi pone l’accento anche su un altro dato: secondo le stime della Banca d’Italia tra il 2007 e il 2010 il reddito equivalente è diminuito mediamente dell’1%, arrivando al 3% per i nuclei familiari in cui il capofamiglia ha 40-64 anni. Perché? Perché gli altri componenti delle famiglie “plurireddito”, i giovani appunto, hanno delle entrate minori (quando ne hanno e non sono obbligati ad accettare stage non retribuiti). E invece – udite udite – è cresciuto il reddito dei capofamiglia che hanno più di 65 anni. Ma in generale si può dire che la povertà delle famiglie con reddito si è aggravata (mal comune mezzo gaudio?).</p>
<p>Crisi a parte, i giovani non abbandonano casa di mammà a tempo debito (il 14,2% dei giovani con un’età compresa tra i 25 e i 34 anni vive ancora con mammina e papino) a causa di una forma mentis culturale che non si cura a sufficienza dei cambiamenti economici, politici e sociali.</p>
<p>Tragedia genera tragedia, questo lo sappiamo: una società che non cresce causa un aumento delle sperequazioni nelle condizioni di partenza. Che vuol dire? Che il reddito dei figli è legato a doppia mandata a quello dei padri, quindi se sei fortunato e sei nato – se non nel momento giusto – almeno nel posto giusto e nella famiglia giusta, puoi aspirare a qualcosa di più, perché questo ha più importanza rispetto a una laurea strabiliante o a un cv mozzafiato.</p>
<p>Altrimenti, se sei laureato ma figlio di un poveretto, anche se ti sei fatto un mazzo tanto per studiare, i tuoi hanno fatto sacrifici immensi per mandarti all’università e permetterti un futuro migliore del loro, ti puoi attaccare al tram e puoi dire loro che è stata tutta fatica sprecata. Oh, e questo mica l’ha detto un pinco pallino qualunque (ambasciator non porta pena!).</p>
<p>E se la politica sembra non volersi occupare dei giovani, benché poche problematiche appaiano altrettanto decisive per il futuro italiano, che cosa succederà? Siamo tutti curiosi di saperlo…soprattutto noi giovani parte in causa.</p>
<p>Da quanto tempo sulle testate leggiamo discorsi che evidenziano che la previdenza dei nostri padri si regge sul nostro sacrificio, che il nostro futuro non è né sarà semplice, che non abbiamo futuro, ecc., ecc.?</p>
<p>“Questi qua” continuano a parlare, a fare conferenze, a fregiarsi di belle parole, ma nel concreto cosa fanno realmente? Oggi chi ha meno di quarant’anni è in una condizione di marginalità tale per cui il ricambio naturale secondo cui le generazioni più giovani dovrebbero rimpiazzare quelle più anziane è più che alterato. Quindi che cosa dobbiamo pensare di questi discorsi? Dovremmo essere grati a questi personaggi che ogni  tanto si ricordano di noi?</p>
<p>La verità è che siamo, da troppo tempo ormai, solo parte di una retorica che serve a vender giornali e riempire la bocca di politici o presunti tali. E quando non si ha nient’altro da dire, ecco che si gioca la carta dei giovani e del loro futuro. L’Italia è un paese popolato da vecchi, non c’è crescita demografica adeguata (e come potrebbe esserci d’altra parte?), c’è la fuga dei cervelli che abbandonano il Paese alla ricerca di carriere più appaganti basate sulla meritocrazia (come biasimarli?). E allora come potrà mai riprendersi un paese che sembra inetto a qualunque proposta di innovazione e creatività?</p>
<p>Abbiamo persino un ministero destinato alla Gioventù (lo sapevate? Altri stipendiati che dovrebbero risolvere (o quanto meno battersi) i nostri problemi: loro la pensione l’avranno comunque vada), ma l’agenda politica vera non si sogna nemmeno (o forse non ne è capace) di includere i fatti.</p>
<p>Fate 2+2: a che cavolo serve una politica volta a tutelare una classe di cittadini che non porta voti sufficienti? La classe politica se ne infischia di noi, fatevene una ragione. Ma la colpa è nostra: siamo una minoranza e siamo destinati a diminuire perché scapperemo e perché faremo meno figli (o non ne faremo affatto) e rappresentiamo quindi un bacino di voti su cui non vale nemmeno la pena investire.</p>
<p>D’altro canto, pensateci bene, non sarebbe puramente e follemente utopico – come si legge sul Corriere della Sera – pretendere che un politico segua una concezione “alta” della politica, svincolata dal perseguimento di interessi immediati e settoriali? Però, a ben rifletterci, sarebbe già una bella cosa che un politico riuscisse semplicemente ad affiancare gli interessi e le domande circoscritti con una visione politica più ampia nella misura in cui si lasciasse guidare da – per citare Max Weber – lungimiranza e quanto meno senso di responsabilità e passione. Infatti solo e soltanto con una politica di tipo generale che guardi “anche” (a noi basterebbe questo “anche”, ci accontentiamo di poco) al benessere delle nuove generazioni e non sia indirizzata unicamente ad avvantaggiare la maggioranza degli elettori odierni, è possibile pensare ad un futuro (migliore o un futuro e basta) sostenibile e appagante nel e del nostro Paese.</p>
<p>La dura verità è che la falla della classe politica italiana consiste nell’assenza dell’idea dell’Italia come vorremmo che fosse quando loro (i vecchi e la classe politica) non ci saranno più. E noi che cosa raccoglieremo? E soprattutto saremo qui a vedere quello che ne resta?</p>
<p>E in tutta sincerità, se ci riflettiamo un attimo, l’intervento del buon Draghi lascia il sapore di una sarcastica ipocrisia…</p>
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		<title>Vedo Palermo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Sep 2011 08:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gas Giaramita</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Vedere una città dal basso è qualcosa che dovrebbe provare a fare chi pensa sia meglio andarsene via, ammaliato dal fascino di terre lontane e proprio per questo colme di illusioni.</p>
<p><strong>Via Ruggero Settimo<br />
</strong>Per ora sotto i portici è un rumore continuo e assordante, il vociare dei passanti, il rumore del bus che frena alle fermate, il ragazzo che suona il bongo, l&#8217;americano con la chitarra a destra, e ancora più in là la manifestazione dei Cobas a “suon” di pentole. Sullo sfondo molti che vanno e pochi che si fermano, non so bene se la città viva o si lasci prendere solo dalle manie/smanie del momento come lo shopping ricostituente del ritorno dalle vacanze, o la voglia di far rimbombare le strade del centro del suono  dei propri motori. Come è giusto lasciandosi indietro il mare, le villette, i falò e gli abbronzanti.</p>
<p><strong>Al piano di sotto</strong><br />
Scendendo al piano inferiore puoi trovare topi vivi e morti/assieme ai piccioni assassinati, cagnoni pacifici ed assieme ringhianti senza un buon motivo, gatti messi a dura prova  dal duro e crudo caldo che non può che cambiare la fisionomia della tua identità.<span id="more-6669"></span> Insieme agli altri esseri viventi, se vuoi sopravvivere  devi farti crescere le spine sul tronco, come certi arbusti in Viale delle Scienze e convivere sarà meno difficoltoso. La Palermo di Serie B, dei manovali, dei muratori, dei fruttaroli e dei verdurai che per quanto possono essere abusivi, mantengono gli originali colori di questa terra, che, andando verso il centro, si lascia omologare dalle mode e dalle tendenze spersonalizzanti.</p>
<p><strong>Via Colonna Rotta</strong><br />
Inoltrati nelle strade prive di negozi, entra negli innumerevoli borghi nascosti,  effettua strane discese, e poi subito salite, osserva la disposizione delle abitazioni, vedi che ci sono ancora dei porticati, delle scale che sembrano portare ad un&#8217;altra realtà, che non ti appartiene più. La biancheria   stesa fa capire che qui ci vivono eccome. Ma è lungo il 110 che osservi la vita di molti che a parte l&#8217;uso spasmodico dell&#8217;oggettistica contemporanea (dal gel, alla musica che esce dal cellulare),  non sembra avere nulla di moderno. Vanno di moda ragazzini e noti adulti che si danno al canto e le cui facce sono appese ai manifesti in ogni dove. Un&#8217;altra cultura insomma, quasi gemellata con Napoli, che ha vita propria.</p>
<p><strong>Tutto paese</strong><br />
Arrostite sul terrazzo di una casa di città, inondate di fumo persino con le finestre chiuse, strade di città, che in verità sono arterie  principali di paesini che ora si chiamano quartieri, ma che in realtà se ne fregano di divisioni amministrative, di giurisdizioni, legalità. Sembra che conti possedere le proprie quattro mura e instaurare rapporti col vicinato, con la piazza. Palermo unisce a sé molte entità, ognuna con la propria chiesa, il proprio santo da festeggiare, il gruppo di giovani. I bambini sono più liberi nelle zone meno abbienti, scorrazzano come saette impazzite sui marciapiedi e sulle strade piene di macchine, vanno su motorini a benzina a misura di piccino, appiccano primi fuochi con alcuni cumuli di carta alla Magione, o alla Kalsa fanno esplodere petardi/bombe durante la Coppa Italia.</p>
<p>Una città non è fatta di monumenti asettici, ma di persone con i loro colori e le loro voci che formano un insieme che respira. Ci sono zone che si riempiono di queste entità senza la presenza di grandi centri commerciali, ultramoderne invenzioni, ma solo per la necessità di incontrare i propri simili e nello stesso tempo comprare della carne o della verdura. Piazza Ingastone è uno di questi luoghi “primitivi” che ricorda la Vucciria (che non c&#8217;è più) di Guttuso.</p>
<p><strong>Conclusione</strong><br />
Una città di questo genere, che pare in divenire solo spostandoti di qualche metro, non è per tutti. Uno spazio così sembra stupire proprio per le improvvise sfaccettature che fa venire a galla.<br />
Palermo è per gli stomaci forti, come la sua cucina, e per le anime coraggiose che non si spaventerebbero all&#8217;improvviso “sbucar fuori” di un bambino in bici oltre un vicolo.</p>
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		<title>Mente ad orologeria</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2011 10:55:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Miriam Rizzo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Realtà]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti]]></category>
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		<description><![CDATA[Mente ad orologeria: scatta il tempo e boom! esplode qualcosa. Il tempo di una riflessione e la detonazione di un pensiero cambia tutto. Un resoconto degli anni passati, del proprio presente e poi scoprire che è ora di cambiare. Lasciare, mollare gli ormeggi, mutare la direzione. Forse riuscire a capire il tempo e prendere il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mente ad orologeria: scatta il tempo e boom! esplode qualcosa. Il tempo di una riflessione e la detonazione di un pensiero cambia tutto.<br />
Un resoconto degli anni passati, del proprio presente e poi scoprire che è ora di cambiare. Lasciare, mollare gli ormeggi, mutare la direzione.<br />
Forse riuscire a capire il tempo e prendere il ritmo è difficile,  ma necessario. Donne ed uomini incastrati in relazioni infinite e colme di frustrazioni, odi, rimpianti. Intere vite vissute in completa apnea.<br />
Mondi sottomarini lontani, troppo lontani da quelli veri, resi mitici dalla paura stessa di risalire a galla. Rimanere in fondo al mare, pensare delle belle storie da raccontare, da lì, senza riuscire a scegliere di compensare bene e salire a sentire il sole sulla pelle e non avvertirne un riflesso filtrato da quell’accogliente acqua salmastra.</p>
<p>Droghe sintetiche che trasformano mondi di merda in profumate strade colorate su cui è più doloroso piangere il giorno dopo non ritrovandole più al risveglio, sentire la mancanza di quel mondo artificiale, un falso cambiamento che sembra capace di farti andare avanti. Compromessi con se stessi troppo dolorosi, poco colorati, sensi  annullati tra la vita di tutti i giorni, appaiono nuovi, vivi. Ma assolutamente fino alla fine dell’effetto, poi ritorna tutto come prima forse peggio di prima.<span id="more-6426"></span><br />
Uomini e donne incastrati nella ricerca di soldi e sicurezza, incastrati dai loro sguardi d’interesse, dalle loro stesse mani che sanno solo cercare dentro tasche colme, da braccia che stringono solo per non dover fare i conti con la propria solitudine.<br />
Costruirsi momenti di irrealtà per stare bene in un giorno che non è.<br />
Ma il tic toc è già partito e la ferita arriva, il sangue scorre, la realtà brucia più che mai, non è detto che si debba cambiare, ma in quel momento mentre il sale brucia la pelle aperta, è difficile fare finta di nulla, scegliere cosa si diventerà, sapendo che tutto finirà, che tutto andrà.<br />
“Mutar le piume” è difficile, molto spesso ci illude, ma è vitale, provare almeno per una volta. Fare un respiro, profondo.<br />
Ferirsi, una puntura ed una goccia piccola di sangue, ed eccolo il dolore assopito, ed improvvisamente si ricorda tutto, a sensi spianati se ne avverte la necessità.<br />
Esseri umani tra tanti, possibilità tra tante, cristalli con nomi, battiti dietro passi infiniti, tutti i giorni, per millenni, “Just breathe”.</p>
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		<title>Nel mondo in cui mi incammino</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 07:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela Lino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ballarò]]></category>
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		<description><![CDATA[“Nel mondo in cui mi incammino, mi creo interminabilmente (…). Ed è superando la portata storica, strumentale, che apro il ciclo della mia libertà” (Fanon, 1952) Questa città è magnifica, se sai dove cercare, penso una notte qualunque di una maggio indeciso e un po&#8217; turbolento, camminando mezza incosciente verso casa. È magnifica nel suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<blockquote>
<p style="text-align: right;">“Nel mondo in cui mi incammino, mi creo interminabilmente (…). Ed è superando la portata storica, strumentale, che apro il ciclo della mia libertà” (Fanon, 1952)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Questa città è magnifica, se sai dove cercare, penso una notte qualunque di una maggio indeciso e un po&#8217; turbolento, camminando mezza incosciente verso casa. È magnifica nel suo essere così dolcemente illuminata da lampioni discreti e molto gialli, che non lasciano spazio a paure immotivate delle tenebre, ma non disturbano troppo quella dimensione temporale che vorrebbe permetterti una rivoluzionaria reinvenzione di personalità. È una città proprio bella, coi suoi alberi ordinati su due file nelle vie dritte e iper-razionali, a fianco dei quali puoi credere di essere in Europa, puoi credere di essere ordinato anche tu. Ma in questa città giri un angolo e ti ritrovi in un groviglio di stradine per niente europee, ed è una fortuna, qualcosa di stretto e insondabile, da vivere con spirito di avventura, da non temere, perché sono lì per portarti a un tesoro, non per privartene. <span id="more-5878"></span>Allora cammini su pavimentazioni non più lisce, ma antiche e frastagliate di mattoni che hanno subito il calpestio di generazioni di camminatori, e pensi di essere dentro una storia che cambia di continuo, che non ti permette di rimanere uguale a te stesso mai, anche se i mattoni, le balate, sono sempre umide, e mai smetteranno. Questa città è magnifica, nel suo essere fluida, non granitica, attraversabile. Allora lasci l&#8217;auto da qualche parte e cammini, cammini, e pensi, incontri, guardi, ascolti, ed eccoti lì nella storia che non segue mai una sola linea, ma binari intrecciati non programmati da un&#8217;intelligenza superiore agli scambi, ma dal funzionamento fatalmente perfetto. Incontri, dunque, e, questa città è magnifica, è facile parlare senza essersi mai visti, di fronte all&#8217;ingresso di una taverna dall&#8217;aspetto decadente, che passa musica di un certo tipo, scelta con cura, e ricca di profondi significati anche per chi non la conoscesse. È facile, dicevo, con un bicchiere in mano, guardandosi negli occhi lucidi come le balate, parlare di oggi e di ieri e di domani, perché qui c&#8217;è un fluido passato che diventa presente e respira già di futuro. La città è un wok, per chi sa come miscelare gli ingredienti, come ascoltare il mescolarsi delle culture. Per chi si accorge che non c&#8217;è più un tu e un io, c&#8217;è già un noi che si è reinventato, prima ancora che qualche vegliardo resistente potesse dire “io qua non ce li voglio”. Perché “loro” ci sono, sono in mezzo a noi, siamo noi. E allora cammini in questa magnifica città che è una padella, come un pomodorino che si scioglie a fuoco lento, e prende sapore dagli altri ingredienti, e regala sapore agli altri ingredienti. Il calore cresce, di notte in notte, e questa città è una magnifica cena da consumare attorno a un tavolo improvvisato, con stoviglie tutte diverse, rigorosamente in lingue inventate per l&#8217;occasione, con una buona dose di sorrisi, e bicchieri pieni di liquidi colorati, e occhi lucidi come le balate, che mai si asciugano.</p>
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		<title>Dreaming Palermo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Apr 2011 08:07:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donatella Zappini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Realtà]]></category>
		<category><![CDATA[centro storico]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono cose nella vita che non riesco proprio a spiegarmi. Vivo in una città bellissima, ricca di storia e tradizioni, di cultura e bellezze. Palermo è una città che mi fa sentire viva. Cammino per le strade e ho l&#8217;impressione di avere il mondo nelle mie mani. Guardo dall&#8217;alto via Roma piena di gente, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono cose nella vita che non riesco proprio a spiegarmi. Vivo in una città bellissima, ricca di storia e tradizioni, di cultura e bellezze.  Palermo è una città che mi fa sentire viva.  Cammino per le strade e ho l&#8217;impressione di avere il mondo nelle mie mani. Guardo dall&#8217;alto via Roma piena di gente, di colori, di voci, senza nemmeno un auto. Per un attimo penso di essere da un&#8217;altra parte del mondo. Respiro la primavera e affondo il mio sguardo nell&#8217;azzurro di un cielo limpido. <img class="alignright" src="http://www.mezzogiornoitalia.it/wp-content/uploads/palermo-cathedral1.jpg" alt="" width="330" height="247" /></p>
<p>Palermo è una città che mi fa morire, a poco a poco.  Mi chiedo continuamente perché le cose non possano funzionare  come dovrebbero, come vorrei, come funzionano dappertutto. Mi sforzo per trovare delle risposte, ma in fondo credo non ci siano. Guardo dall&#8217;alto Via Roma piena di gente, di colori, di voci e sento a poco a poco crescere la rabbia, la delusione, non appena cambio strada. E&#8217; solo una domenica pomeriggio, domattina tutto tornerà uguale. <span id="more-5593"></span>Anzi sempre peggio.<br />
I barbari si sono appropriati di tutto; mi chiedo con che coraggio le persone riescano a parcheggiare davanti al Teatro Massimo, con che coraggio riescano a scendere dalle loro auto e andare via soddisfatti di aver trovato un posto. Mi chiedo con che coraggio le persone riescano a deturpare questa città, la loro casa, che rispetto abbiano per se stessi. Non per gli altri, no, gli altri si devono solo fottere come si può. Spesso devo mordermi la lingua, costringermi a stare zitta, a non lamentarmi sempre per quello che non mi sta bene. Sono costretta ad invidiare città grigie, senza la mia storia e i colori delle mie strade. Sono costretta a desiderare di vivere in una città diversa dalla mia, in una città più civile, senza milioni di auto che invadono le strade, senza il puzzo di immondizia, senza i maleducati che cercano sempre di sopraffarmi.<br />
Vorrei avere la determinazione per lottare e rendere migliore questa città, insieme a tutti quelli che, come me, vedono in Palermo un potenziale che vorrebbe esplodere, un tesoro che è lì, davanti ai nostri occhi, ma di cui troppo spesso ci dimentichiamo.<br />
Palermo è una città in cui tutto finisce divorato dal nulla, dall&#8217;inciviltà, dalla maleducazione. E, malgrado il suo inesorabile declino, io rimango a sognare e a sperare in un domani che sia finalmente diverso per questa città, nonostante tutto.</p>
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