Il circolo dei poveri

Ormai a cadenza regolare mi imbatto nelle solite critiche a siti di moda low cost tipo Shein o Temu e mi sento fortemente combattuta: da un lato capisco le motivazioni e sono d’accordo, dall’altro non ho budget. 

C’è una cosa che nessuno dice mai apertamente quando parte l’ennesima crociata contro Shein: molte persone non scelgono il fast fashion. Ci cadono dentro. Non è moda, non è frivolezza, non è essere irresponsabili verso il pianeta. È povertà. È quel tipo di povertà appiccicosa che ti si incastra nelle scelte quotidiane finché non ti sembra più una scelta.

Quando i soldi non bastano, l’etica diventa un lusso! Per comprare da Shein non serve essere superficiali: basta essere stanchi, guadagnare poco, avere bisogno di vestiti “presentabili” per lavoro, o volersi togliere uno sfizio che non sbricioli il conto corrente. Un top a 3 euro è allettante quando hai a disposizione solo 20 euro al mese per toglierti uno sfizio.

E chi critica dimentica sempre un dettaglio cruciale: più sei povero, più tutto ti costa di più.
Il cibo sano costa. I trasporti costano. Le case costano. Il tempo costa. E i vestiti etici? Pure.

Così il mercato offre una scorciatoia: abiti nuovi a prezzi ridicoli. In cambio? Qualcosa di cui non vedi mai il volto: altre persone povere, in altri angoli del mondo, spremute per cucire bottoni e orli. È questo il paradosso crudele: i poveri occidentali finiscono per finanziare lo sfruttamento dei poveri orientali.

Un circolo vizioso perfetto. I brand ti vendono la storia della “moda a misura di portafoglio”, mentre dall’altra parte della catena del valore qualcuno lavora 12 ore al giorno per 100 euro al mese, senza diritti, senza tutele, senza aria condizionata.

E quando provi a uscire da questo loop? Ti accorgi che i vestiti “sostenibili” costano quanto metà della tua bolletta. Che l’unico negozio vicino casa ha prezzi doppi perché vivi in un quartiere dove risparmiare è impossibile. Che le spese impreviste – la caldaia, il dentista, il biglietto aereo per tornare dalla famiglia – arrivano sempre nel momento sbagliato.

La povertà non è un problema individuale, è un ecosistema

Shein non è il diavolo. È un sintomo.
Un effetto collaterale di salari stagnanti, precarietà, affitti da rapina e mancanza di alternative reali. Se vuoi combattere il fast fashion, non devi partire dal carrello della spesa: devi partire dal sistema che costringe qualcuno a cliccare “acquista ora”.

E poi c’è un altro aspetto, meno discusso ma fondamentale: le persone povere vogliono sentirsi belle esattamente come tutti gli altri, come le influencer su Instagram.
E se l’unico modo per farlo senza indebitarsi è un vestito a 5 euro, diventa difficile parlare di “consumo etico”.

Allora che si fa?

Non si risolve tutto con le lezioni morali. Non serve puntare il dito su chi compra.
Serve:

  • parlare di salari minimi dignitosi,

  • di regolamentazione delle filiere globali,

  • di educazione al consumo che non sia colpevolizzante,

  • e sì, anche di alternative accessibili: seconde mani vere, non boutique vintage da 80 euro a maglione.

Serve, soprattutto, non confondere la colpa con la necessità. Perché il fast fashion non è nato per la vanità: è nato per riempire il vuoto lasciato dall’ingiustizia sociale.

Finché quel vuoto rimarrà, Shein continuerà a crescere. E i poveri? Continueranno a comprare dagli sfruttati, mentre vengono giudicati da chi può permettersi di non farlo.

2 thoughts on “Il circolo dei poveri

  1. Un bellissimo articolo, che mi fa arrabbiare e che mi fa sentire in trappola!

    Le questioni vere, come hai detto tu, sono altre: non basta criminalizzare Shein, ma questa è la via più facile, come guardare solo al sintomo (e a shein stesso).

    E, oltre a ciò che dici, c’è anche il grosso problema della necessità di gratificarsi in un mondo depressogeno e iper frustrante… comprare gratifica. Comprare a poco prezzo idem e forse di più per certi versi per chi di norma non potrebbe.

    • Hai perfettamente ragione: oggi la gratificazione viene da cose come questa, comprare. Scrollare. Fregare.
      Dovremmo semplicemente essere più coscienti di questo fenomeno.

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