“Sticazzismo applicato”. Come? #2

(continua)

Parlavamo precedentemente delle conseguenze stressogene dell’incompetenza diffusa a tappetto nelle nostre vite. Dall’ultima volta che ne ho scritto, è passato 1 mese e vi assicuro che mi è successo di tutto. In mezzo, però, ho avuto anche qualche giorno di ferie, motivo per cui oggi sono meno carica di pallettoni di frustrazione. Proviamo allora a rimettere in ordine le idee.

Dicevamo: che fare, se desideri essere un po’ più sticazzista e far fare a ognuno il suo… ma, sistematicamente, ogni volta che molli e ti affidi, il sistema incompetente ti lascia naufragare nella melma?

Che fare? Rispondere “Nulla” è impossibile, perché poi nelle melmose sabbie mobili purulente ci starai tu, nei guai e quasi quasi con la gente ti guarderà come una perdente; addirittura, per questo tu potresti anche sentirti in colpa… Ci si potrebbe, sì, sentire sempre più out e iniziare la narrazione di una “vita-disgraziata in poverinyland”... Brutto loop vittimistico-depressivo che non porta a niente di buono.

Mi chiedo cosa si inceppi in questi casi. E, per deformazione personale, mi chiedo anche: la colpa, se c’è, qual è? Dove si annida? Nell’aver bisogno di un atto? Di un altro? Di consiglio legale? Di avere dei progetti in una terra senza futuro nel proprio dialetto? Di aver poco tempo (altra malattia sociale dovuta al sistema di lavoro/consumo capitalistico)? O financo di non essere come l’omicida di Paolo, che spara e amen …perché non tollera la frustrazione o perché deve passare di grado nel clan per essere potente e rispettato?
Perché è chiaro che, di fronte al caos dilagante, le risposte sociali sono queste: aggressive (passive e o attive) oppure depressive.

D’altro canto, mi rendo conto che perché mai – entro un welfare non garantista, con lavori precari, vite liquide e identità altrettanto labili – si dovrebbe investire in una professione o nella qualità dello svolgimento delle proprie mansioni e dell’interazione umana?

Non è questo – ahinoi! – che premia nel breve e medio termine. Se investi (spendendo tempo, soldi, illusioni ed energie) e poi, magari per motivi prettamente numerici, ti ritrovi senza lavoro o mobbizzato poiché infastidisci qualcuno al di sopra di te che ti invidia per il motivo ics o, peggio, perché cerchi di restare in equilibrio (ad esempio definendo i confini tra il lavoro e la vita e non facendoti trattare come un uomo impresa)… se per uno di questi o di qualsiasi altri motivi a un certo punto ti ritrovi demansionato, declassato…. Ma chi te lo fa fare a investire? Puoi dar torto allora a quella commessa che nulla sa del proprio negozio?!? O a quella tizia che neanche sapeva che non si poteva posteggiare in mezzo alla strada (ve lo giuro, vista con le mie orecchie e sentita coi miei occhi… con tanto di sgomento perché diceva proprio sul serio!)?!? O a quei muratori che, con il lavoro già pagato che doveva durare fino alle 16 per essere ben completato, alle 9:30 del mattino avevano già (secondo loro) terminato?

Io credo che, senza volerla per forza definire paranoia, questa inettitudine sia esito di un sistema sociale che ci tiene proprio a trattenerci in questo stato di incompetenza, di rabbia reciproca, di frustrazione e di odio tra con-cittadini. L’ho anche studiato:

Il nostro tessuto sociale ammicca egosintonicamente e isomorficamente ad un modus vivendi centrato sull’“avere potere su”. Ed in questi casi, il potere competente soccombe e si vive in un mondo dominato da un potere “istituito senza altra ragione che non sia la sanzione sociale del potere: il potere del padre sul figlio, il potere del padrone sul dipendente, il potere del più forte sul più debole etc. […] sempre fondato sull’emozionalità violenta: […] sulle regole familiste della raccomandazione, dei gruppi vincenti, delle cordate e delle “famiglie” con famigli, cortigiani e sponsor, della lotta per bande” (Carli R.). “La raccomandazione e la corruzione, ecco le grandi armi del potere senza competenza: entrambe volte a distruggere la stessa cognizione di competenza e di merito, entro la competenza stessa” (Carli R., Paniccia R. M.).

Che dire allora? Per parte mia, posso dirvi che vedo su me stessa e sugli altri come l’effetto di questa malattia dilagante dell’Incompetenza e dello scaricabarile qualunquista aumenti i costi sociali e sanitari (sì, sanitari, picchì così si cade malati!) di ogni cabbasiso di attività umana che andiamo a svolgere! Soprattutto quando cerchiamo di svolgerla come si deve, cribbio!!!

Soluzioni omologate non ne conosco. Posso dirvi che io ho masticato frustrazione per anni e che ancora la mastico. Posso dirvi che continuo a sudare moltissimo ove altri fanno prima con la voce grossa e minacciosa, anche se poi sono ominicchi sparizionisti e o inetti quaquaraquà.

Posso inoltre affermare speranzosamente che – nel lungo periodo (spesso oltre 20 anni) – la vita e qualche altro mi hann dato ragione e soddisfazione, seppur a caro prezzo. Che tollerare la frustrazione e l’umiliazione indotte da questo tipo di sistema da cui mi sento orgogliosamente diversa mi ha ferito; senonché, sulle cicatrici, mi ha pure insegnato molto. Ma aggiungerò anche che tutto ciò brucia ancora. Forse perché sono “troppo attaccata” al far bene inappropriatamente o perché non mi sono ancora omologata? Non so, punti di vista… La nevrosi di perfezione non smetto comunque di curarla, che male non fa!

Se, comunque, voi lettori avete altre idee, per favore confrontiamoci su come fate a svolgere certe attività umane coltivando lo sticazzismo e la decrescita felice senza diventar falliti o incompetenti a vostra volta… Perché a me, oltre alla lunga e paziente e dolente attesa, all’eremitaggio e all’evasione (che oggi, in quest’ottica, vedo come rivoluzionaria) di ogni legge e regolamento istituzionale (oggettivamente inutile e inefficace per i motivi di cui sopra) viene in mente poco altro!

(continua)

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