Bologna, vista di nuovo

Un paio di settimane fa sono stato a Bologna. C’ero già stato altre volte, ma questa volta è stato diverso: non l’ho attraversata soltanto da lavoratore, bensì da marito e da padre. E questo ha cambiato tutto.

Alloggiavamo in una zona vicina alla fiera, ma anche abbastanza prossima alle mura che segnano il confine del centro storico. Così, finite le ore di lavoro, nel tardo pomeriggio e poi di sera, Bologna si è lasciata percorrere a piedi, mano e manina, poco per volta, fino a diventare non soltanto uno sfondo, ma una presenza viva, quotidiana, quasi domestica. E poi ci siamo fermati anche per il weekend, dando al viaggio un tempo più largo, più respirabile.

Questa volta ho visto Bologna con occhi diversi. O forse, più precisamente, l’ho vista anche attraverso lo sguardo entusiasta di mia figlia. Lei si meravigliava davanti a tutto: non solo alle torri, numerose, maestose, austere, ma anche a dettagli minori, installazioni, opere meno celebrate, piccoli segni urbani che agli adulti spesso sfuggono.

In particolare si era affezionata a una statua di Ercole, all’interno di uno dei poli universitari nel centro storico. Le era piaciuta così tanto da descriverla nei minimi dettagli (la pelliccia d’animale e sotto niente!) che ogni giorno voleva tornare a rivederla, e anzi voleva portarci tutti lì. Purtroppo, nel fine settimana l’università era chiusa, e quindi io non sono riuscito a vederla: l’aveva scoperta con sua madre nei giorni precedenti, mentre io lavoravo. Eppure, anche senza averla incontrata di persona, quella statua è diventata parte del mio viaggio, proprio perché era entrata nell’immaginario di mia figlia.

Bologna, camminandola per giorni interi, mi è apparsa per quello che forse è nel suo carattere più profondo: una città giovane. Nella zona universitaria si sente con evidenza, ma in generale si percepisce ovunque un movimento continuo, un’energia fatta di studenti, biciclette, librerie, voci, musica, attraversamenti. È una città che sembra non stare mai davvero ferma.

Sapevo già che Bologna è città di portici, ma percorrerla a piedi, senza fretta, è un’altra cosa. Solo così ci si accorge di quanto quei percorsi coperti non siano soltanto una cifra estetica, ma una forma concreta di vita urbana: accompagnano, riparano, uniscono. Anche quando piove, la città continua a lasciarsi abitare a piedi, quasi senza interrompere il passo.

Piazza Maggiore è grande di nome e di fatto, ma soprattutto è grande nel modo in cui raccoglie presenze. Giovani seduti a terra, musicisti, persone di passaggio, gruppi che si formano e si sciolgono: c’è un’aria culturale e mobile, una sensazione di città vissuta e non soltanto visitata. Persino le librerie sembrano partecipare a questa impressione di abbondanza e vitalità.

Se devo trovare un piccolo difetto, direi questo: camminando per certe zone si sente con una certa frequenza odore di erba. È una presenza diffusa, quasi caratteristica, come i pusher ben visibili vicino alla stazione e vicino ai locali, un odore che ha caratterizzato la visita della città un po’ come accade in altre città con odori diversi e riconoscibili (come l’odore di fritto per strada il giorno di Santa Lucia a Palermo), che finiscono per entrare nell’esperienza del luogo. Non è il ricordo che preferisco, ma fa parte anche questo della memoria complessiva.

Uno dei momenti più memorabili è stato un venerdì sera di grande movimento. Venivamo da strade piene di gente, torri che sembrano tutte pendenti, rumore e luce, poi a un certo punto ci siamo infilati in vicoli sempre più stretti, fino ad arrivare verso una torre meno conosciute, Torre Prendiparte o Coronata, ma che proprio per questo possono sorprenderti di più. Essendo sera non era visitabile (credo ci sia una vista panoramica spettacolare da lassù), eppure il breve tragitto per raggiungerla da Piazza Maggiore è stato forse più intenso della meta.

Nel vicolo c’era un silenzio quasi irreale. Poco prima e poco dopo c’era confusione, vita, folla; lì invece sembrava che la città trattenesse il respiro. La torre, in fondo al vicolo, appariva severa, immobile, quasi come una presenza che osserva, un enigmatico cane da guardia che non sai se morderà o scodinzolerà avvicinandoti. Mia figlia ne ha avuto un po’ paura, ma era anche affascinata da quella paura. E quando siamo tornati nelle vie più piene, ha voluto rifare a ritroso il percorso, come se quell’emozione sospesa l’avesse conquistata, ha voluto toccare quella pietra annerita.

La sensazione era strana e bellissima: come andare incontro a qualcosa di austero, antico, quasi a un guardiano silenzioso. Noi avanzavamo nel vicolo, e quella torre sembrava aspettarci in fondo, con una severità che non respingeva, ma imponeva rispetto. È stato uno di quei momenti in cui una città smette di essere soltanto bella e diventa narrativa, teatrale, quasi fiabesca.

Abbiamo percorso anche un tratto del cammino porticato verso San Luca. Lo abbiamo fatto a tappe, partendo da una delle porte cittadine (Porta Saragozza) e risalendo per un pezzo, poi un tratto dall’Arco del Meloncello, dove viene rievocato il Passamano di San Luca, la catena umana di solidarietà con cui è stato costruito l’ultimo tratto collinare del portico. Di sera, invece, siamo saliti in auto fino al Santuario della Madonna di San Luca, di notte.

Lì però abbiamo vissuto anche un momento spiacevole. C’erano un paio di auto sportive guidate da ragazzi che facevano sgommate nel tratto di strada che portava nel parcheggio in cui avevamo posteggiato, manovre spericolate, testa-coda in un piazzale. Noi passeggiavamo a piedi e la sensazione non è stata di spettacolo, ma di pericolo. In un luogo che cercavamo come pausa e contemplazione, quell’esibizione rumorosa ci è sembrata fuori posto.

Eppure San Luca, in questo viaggio, ha avuto un ruolo speciale. Abbiamo riascoltato tante volte una canzone che già conoscevamo e che mia figlia ha amato subito: San Luca, di Cesare Cremonini e Luca Carboni. Eppure, per quanto già ci piacesse, non ne abbiamo mai capito il senso più profondo, sinché non abbiamo visto (rivisto nel mio caso) i luoghi descritti e vissuti. Così l’abbiamo ascoltata ancora e ancora, fino a farla diventare la colonna sonora di quei giorni e anche del ritorno.

Conoscevo già il legame tra Bologna e San Luca, quel salire a piedi verso il santuario che per tanti ha quasi il senso di un piccolo pellegrinaggio laico o spirituale. Ma stavolta quel gesto l’ho capito meglio, quasi fisicamente. Vedere persone che camminavano, correvano, salivano attrezzate per il percorso, mi ha fatto entrare dentro il senso di quelle parole, dentro quell’idea di pace che si ritrova nel movimento, nel fiato, nel salire, mentre il resto del mondo è altrove.
Quel 

"Poter volare come fa una piuma
A fari spenti sopra la pianura
La nebbia sembra un oceano
Quanti ragazzi ci annegano"

mi ha fatto ripensare ai ragazzi sul piazzale oltre San Luca, e chissà magari si riferisce pure al “fumo” che pervade la città universitaria.

Forse è stato proprio questo il cuore del viaggio. Bologna non era nuova, eppure lo era di nuovo. Le strade erano in parte già viste, i portici già noti, le torri già incontrate in altri anni. Ma lo sguardo non era più lo stesso. E quando cambia lo sguardo, cambia anche la città.

Viaggiare con la propria famiglia, e soprattutto accorgersi della curiosità autentica di una figlia, trasforma tutto. Anche ciò che credevi di conoscere si riaccende. E così ho capito, ancora una volta, che i luoghi non restano mai identici: sono gli occhi con cui li guardiamo a renderli sempre nuovi.

Proprio oggi che era uscito il sole
Mentre gli altri se ne vanno al mare
Voglio stare da solo
Così magari mi trovo, sì

Quando non c'è qualcuno che mi aiuta
Vado a correre fino a San Luca
Così magari mi trovo
In qualche sentiero nuovo, lì
Dove la luce si fa camminare
Come tra i portici in un temporale
Ti fa prendere il volo
E non ti senti più solo, qui

Vorrei volassimo come due piume
Ma come un persico sta in fondo a un fiume
Immaginare l'oceano
Chissà se è come dicevano
Che se ci pensi lo puoi toccare

Capita anche a te
Di camminare giorni interi interminabili
E sprofondare nei pensieri
Abbandonata a desideri inconfessabili? Sì

Capita anche a te
Di non volere più aspettare la felicità
Proprio come me, sì
Io non la so fare una preghiera
Chiedo solo quello che si avvera
Così sono sicuro
Non ci perde nessuno, qui

Siamo tutti figli della luna
Guardiamo la Madonna di San Luca
Quando brilla nel buio
E poi pensiamo al futuro, sì

Poter volare come fa una piuma
A fari spenti sopra la pianura
La nebbia sembra un oceano
Quanti ragazzi ci annegano

E se ci pensi fa male al cuore

Capita anche a te
Di camminare giorni interi interminabili
E sprofondare nei pensieri
Abbandonata a desideri inconfessabili? Sì

Capita anche a te
Di continuare ad aspettare i suoi miracoli
Io come te non li so fare
Ma poi è bellissimo sperare che non sia tutto qui, sì
Capita anche a te

La felicità
Proprio come me
Non lo dici ma
Capita anche a te

Capita anche a te
Capita anche a te
Capita anche a te
Capita anche a te
Capita anche a te
Capita anche a te

Proprio oggi che era uscito il sole
Mentre gli altri se ne vanno al mare
Voglio stare da solo
Così magari mi trovo, sì

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