Ebbene sí, tornano i Ministri protagonisti di Abattoir, torna la band che ha raccontato perfettamente le nostre vite di Millennials, torna la generazione di “Noi fuori”, e adesso piange al lavoro.
Da anni, ormai, il mio “wrapped” di Spotify mi mostra sempre la stessa cosa: a parte il genere più ascoltato (punk rock) il “tuo gruppo più ascoltato di quest’anno è: -suspence- “Ministri”!! – coriandoli. Per me, zero novità: sono una che si ripete. Ma come fai, se sei in modalità shuffle, a passare avanti canzoni come “Noi fuori”, “Abituarsi alla fine”, “Idioti”, “Diritto al tetto” e cosí via? Come? E questa è la mia vita: mi vedo riflessa quasi al cento per cento nelle parole e nelle note di Divi, Fede e Michelino.
L’ultimo disco, Aurora Popolare, uscito a settembre dell’anno scorso, resta coerente al loro stile, solido e pieno di urgenza, proprio come una buona fotografia dei tempi che viviamo: un disco rabbioso e lucidissimo, in cui i Ministri trasformano disillusione e fatica generazionale in un rock tagliente e molto attuale. E proprio la canzone “Piangere al lavoro” è un piccolo manifesto generazionale: l’ascolti e senti dentro tutta la stanchezza, il cinismo e la lucidità di chi è cresciuto tra promesse di meritocrazia e stage infiniti. È il ritratto della mia generazione — quella dei millennials — che voleva cambiare il mondo ma ha finito per scoprire quanto sia complicato perfino arrivare a fine mese senza sentirsi falliti.
I Ministri sono coetanei di molti di noi, hanno vissuto la stessa Italia della crisi, del precariato, dei sogni compressi tra open space e lavori interinali. Forse proprio per questo le loro canzoni – da “Noi fuori” a “Piangere al lavoro” – parlano con una sincerità che pochi gruppi hanno saputo mantenere. Se già “Noi fuori” anticipava il sentimento di esclusione generazionale – ricordate? Fuori dai privilegi dei genitori Baby Boomers, fuori dal mercato immobiliare, fuori dalle certezze del lavoro stabile – con “Piangere al lavoro” si ha la versione adulta e disincantata della stesso “motivo”: la rabbia si trasforma in consapevolezza e in una sorta di malinconico orgoglio per chi continua a non mollare, pur sentendosi ogni giorno un po’ più stanco.
Piangere al lavoro
Poi riderne come fosse un gioco,
terribile.
Piangere al lavoro
Possibile non ci sia altro modo
per vivere
Linkkkkk!