In direzione sola

A volte lanci un sasso convinto di colpire il bersaglio. Poi succede che, in un modo imprevisto, quella stessa pietra rimbalzi e finisca per colpire te. C’è chi lo chiama karma.

Altre volte non è il rimbalzo a tornarti addosso, ma una catena di conseguenze che si allunga, si deforma, cresce, e alla fine ritorna con gli interessi: un battito d’ali che, da qualche parte nel mondo, si trasforma in uragano. Lo chiamano butterfly effect.

E altre volte ancora lanci un boomerang sicuro di poterlo riprendere, convinto di averne il controllo. Ma basta un colpo di vento, e al ritorno ti centra in piena faccia.

In un modo o nell’altro, vieni colpito. E allora vorresti dire a quel ragazzo con la fionda in mano, che esulta ingenuamente per aver centrato il bersaglio: “Ehi, abbassa la testa”. O ancora prima, mentre tende l’elastico: “Non farlo”. Ma non puoi. Quel ragazzo sei tu. E in un certo senso sei già morto: nel momento stesso in cui la pietra parte, diventi come il gatto di Schrödinger, ignaro del proprio destino e già consegnato a tutte le sue possibilità.

Vorresti avvisarlo, fermarlo, strappargli la fionda di mano. Ma i morti non parlano. Forse guardano impotenti. Forse nemmeno quello.

E allora vorresti non aver lanciato quel sasso, aver fermato quella farfalla, aver trattenuto il vento. Ma col senno di poi sono tutti bravi, e ormai devi fare i conti con il bernoccolo sulla nuca: non esistono “se solo avessi fatto” o “se solo avessi detto” capaci di cambiare qualcosa.

Ti restano i rimpianti, i rimorsi e una lezione dura, amara, definitiva: il tempo va in una direzione sola.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.