Rotelle alla liquirizia

Quello che sto per raccontare è frutto della maturazione dei ricordi. Ricordi che, probabilmente, con il tempo si sono spostati, deformati, addolciti. Forse alcune immagini si sono trasformate in fantasia, forse certi dettagli non sono mai stati esattamente così. Ma i ricordi d’infanzia funzionano anche in questo modo: non sono fotografie fedeli, sono piccoli mondi che continuano a vivere dentro di noi, cambiando forma senza perdere verità.

Della mia infanzia ricordo soprattutto istantanee. Immagini statiche, a volte attraversate da brevi animazioni, sempre accompagnate da odori, rumori, emozioni. Ricordo, per esempio, delle figurine olografiche ricevute bevendo succhi di frutta. Erano stickers luccicanti, ipnotici, che poi finivano a tappezzare i dintorni del lettino nella roulotte di famiglia.

Non saprei dire dove fossi, quanti anni avessi, chi fosse con me. Non ricordo la scena intera. Ricordo solo quegli sticker. Saprei descriverne i dettagli, o almeno credo. Dettagli memorizzati e forse, negli anni, modificati dalla memoria stessa.

Ci sono ricordi, però, che non restano soltanto immagini. Alcuni portano con sé persone, momenti, sensazioni precise. Uno di questi ha il sapore forte e dolciastro delle rotelle alla liquirizia.

Le comprava mio padre al casello autostradale.

Avevano la forma di un cancellino per lavagna. Lo so, oggi ci sono le LIM e forse solo i meno giovani capiranno davvero a cosa mi riferisco: una specie di disco circolare, compatto, usato talvolta come arma da lancio ad esplosione di polvere di gesso, una spessa fettuccina di panno arrotolata su sé stessa. Appena comprata, la liquirizia era nera, dura, semirigida. Se prendevi un’estremità fra i denti o fra le dita, riuscivi a srotolare lentamente la rotella e poi a mangiarla rosicchiandola un po’ alla volta.

D’estate, però, era un’altra storia.

Il caldo la trasformava. La liquirizia diventava più morbida, più scura di marrone, più appiccicosa. Le strisce si fondevano tra loro fino a creare un monoblocco difficile da districare. E la FIAT Regata di mio padre, in estate, non era certo una moderna auto climatizzata. Era un abitacolo caldo, rumoroso, familiare. Un piccolo forno su ruote in cui anche una caramella poteva cambiare stato.

Così, quando penso alle rotelle alla liquirizia, non penso solo a una caramella. Penso a mio padre. Penso ai viaggi. Penso al casello. Penso a quel gesto semplice e ripetuto, che allora non chiamavo rito ma che oggi riconosco come tale.

Un giorno è capitato che mia figlia disegnasse un mostriciattolo umanoide fatto di caramelle. A letto, prima di dormire, abbiamo iniziato ad associare ogni elemento colorato del disegno a un dolce diverso. I bottoni erano Smarties, i capelli marshmallow, la testa un lecca-lecca. La creatura, però, aveva delle zampette nere, sottili e filiformi. Mia figlia, un po’ preoccupata, mi ha chiesto se esistessero caramelle nere.

Ci ho pensato un momento. Poi le ho sorriso e le ho detto che sì, esistono. Le rotelle alla liquirizia sono nere. E se le srotoli, somigliano proprio alle zampette del suo mostruoso stickman.

Lei mi ha chiesto di poterle vedere.

Le ho promesso che gliele avrei portate, ma me ne dimenticai.

Qualche tempo dopo, al supermercato, le ha viste. Ha riconosciuto subito quelle rotelle nere di cui le avevo parlato e mi ha chiesto di comprarle. Io sono piuttosto restio a comprare dolciumi, ma quella volta ho accettato. Una promessa è una promessa.

Poi è successo che mia figlia ha voluto iscriversi a un corso di judo. E allora, un po’ per gioco e un po’ per rinnovare il rito della mia infanzia, le ho promesso, il pacco tanto l’avevo già comprato, una sola rotella alla liquirizia ogni volta che saremmo andati in palestra.

Così la rotella nera è diventata la nostra piccola cintura nera. Quella a cui tutti i bambini ambiscono, un giorno, ad arrivare. È diventata un premio minuscolo, una tradizione tutta nostra, qualcosa da aspettare e da srotolare lentamente durante il viaggio.

Forse è così che i ricordi continuano a vivere. Non restano fermi nel passato, non appartengono soltanto a chi li ha vissuti per primo. Si tramandano in forme nuove, cambiano significato, passano da una mano all’altra, da un sedile d’auto a un altro, da un padre a una figlia.

Una rotella alla liquirizia, in fondo, è solo una caramella.

Ma srotolata con calma può diventare molte cose: una zampetta nera di un mostro disegnato, una cintura di judo, un viaggio verso la palestra, un casello autostradale, una FIAT Regata rovente d’estate, un padre che compra qualcosa senza sapere che quel gesto, molti anni dopo, sarebbe diventato memoria.

E poi rito.

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