Dedicato agli aiutanti dell’ombrellone

E’ stata un’estate per molti versi difficile:
Estate dal fortissimo caldo, tale da respirare male, con i peli delle narici che bruciano, secchi; tale che le ferie neanche potevi passarle all’aperto, loro che rimaste schiave di aggeggi infernali chiamati flautatamente “condizionatori”; loro, infernali amici della mia cervicalgia …che però non si è potuto che inondar di benedizioni celestiali allorquando ci hanno salvato da via respiratorie in fiamme e da profusioni di sudamina sulla pelle macerata dal sudore.
Estate, anche, dal forte nervosismo nel vivere immersi nel sudore e nel malessere (gli integratori non integrano abbastanza, per me!) e nell’ecoansia.
Sì, ho amato queste ferie, ma è stata per troppi versi una estate difficile da vivere.

C’è però una cosa che ho adocchiato e apprezzato, quantomeno sui social: che iniziano ad apparire discorsi sul cosiddetto CON-FARE.

Penso in effetti che le ire funeste di qualche fetta di italiani siano state già da un po’ sollecitate dalle melme politiche parlanti, con la ciliegina candita sulla torta del “clima caraibico”. Per carità, anch’io una volta risposi ad una mia paziente molto viziata: “l’inverno esiste e si può uscire di casa anche se piove” [n.d.r.: non possiamo bypassare comodamente anche le stagioni]. Tuttavia, lì ci stava un messaggio terapeutico contestualizzato. Invece, sta storia che cita i Caraibi come se ci avvicendassimo allegramente e in massa a zone vacanziere (mentre invece i morti per il caldo non si sa più quanti sono!) sembra un meme di quella dei “bamboccioni”: gente, secondo qualcuno, molto pigrotta, ma che, forse forse – si sta iniziando a dire -, non è che non trova lavoro, non esattamente! Gente, forse, che è cresciuta in un certo modo per un qualche motivo economico-politico-sociale e che in più inizia a farsi – finalmente, Santo cielo! – qualche domanda sulla qualità del lavoro e della vita… Si parlava, qualche tempo fa, di “quiet quitting” ed oggi la questione è sul serio sdoganata, altro che quiet!!! E menomale! Non si può parlare di pigrizia o di inettitudine o di normale clima caraibico in condizioni ad es. lavorative disastrose e non garantiste in cui, almeno qui in Sicilia, si chiede ad un dipendente un turno di 6giorni e ½ a settimana su 7, con 48 ore di lavoro su turnazione (comunicata settimanalmente) e una settimana di ferie l’anno a 800 euro, con possibilità di crescita a 900 euro se va bene, e devi pure dire “grazie” con voce melliflua e braghe calate. A questo punto, scusate se resto a casa e vedo crescere mio figlio. Scusate se è poco!

Peccato che al contempo, mentre una o uno cerca di fare pensieri sulla qualità della vita e sul senso o non senso delle cose, sul lavorare meno, sull’essere meno schiavi del capitalismo economico di appropriazione, sul riunirsi per riflettere sul nostro stesso destino… inizino anche ad arrivare notizie/slogan del tipo: “Presto solo chi ha denaro potrà permettersi risorse energetiche (es. condizionatori nel mondo di Dune) e cibo di qualità. Per tutti gli altri, cibo spazzatura e pessime condizioni esistenziali”! Giuro di aver letto qualcosa di molto simile … e di essermi anche finalmente spiegata questo climax degli ultimi anni in cui il cibo prodotto localmente, invece di costare meno dato che non subisce trasporti o processamenti vari, costa di più: perché – tasse infinite a parte – ci stanno vendendo la salute! Non più cibo, non più temperature sostenibili, ma condizioni adatte alla vita!

Diverse volte questa estate ho fatto una fatica immane a tollerare i pantaloni lunghi o i miei amati vestiti alla caviglia (sarà l’età che avanza? Forse, ma non solo, credo). E tantissime volte ho re-immaginato quella scena di Dune in cui gli abitanti del deserto spiegano al protagonista quanto fossero importanti gli abiti che indossavano per il mantenimento di condizioni corporee compatibili con la vita. Insomma, chi non potrà permetterseli, creperà.

E insomma, è stata una estate per certi versi difficile, colma di ansie per il nostro futuro, scarica di energie per il troppo caldo e pregna di mari caldissimi (anche quelli storicamente freddi o freschi, ad es. quelli di Menfi o di Sciacca…) e di rabbia per gli esiti di questo sistema di vita così osannato da cui siamo tutti del tutto dipendenti, tranne per l’appunto l’odiata famiglia nel bosco.

A volte, c’è stata disperazione dentro di me:

“Come sarà gli anni prossimi? Saremo il prossimo Nepal o quei posti “lontani” degli altri anni? Beh, ma fino a 2 anni fa, il fuoco (doloso su clima di scirocco duro) era arrivato “vicino vicino”, a 500 metri da casa, non ricordi? Forse che questa vita sarà un altro tipo (sottosoglia) di Gaza, di lenta, silente, distruzione di massa di un popolo?”.

E tuttavia, oltre ai sorrisi di mio figlio, c’è stata un’altra mobilizzazione che da mesi mi dona speranza: in origine erano i cortei, ultimamente la Flotilla, ora leggere queste sempre più frequenti riflessioni sul CON-FARE. Poi anche il moltiplicarsi delle Cittadinanza Riflessive e, più direttamente nella mia quotidianità, l’aver ricevuto una proposta di lavoro umanissima – e soprattutto VERA! – da professionisti che hanno apprezzato …il nostro essere brave persone, gentili, serie, rispettose, con cui si desidera lavorare per merito ed a condizioni di qualità!
E mi donano speranza anche, ultimi ma non ultimi, gli aiutanti dell’ombrellone: un uomo pelatino ed una donna bassina dal bikini rosso che, di fronte a una me-mammetta con un piccino tra le gambe (entrambi sotto i 46 gradi di San Vito Lo Capo e sopra la sabbia rovente), mi hanno aiutato prima a piantare, ad aprire e poi a chiudere l’ombrellone che ci ha ristorato per quelle 2 ore in uno splendido mare che – grazie a certa umanità – è per noi ancora blu (e gratuito).

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