Uno schiaffo al Gay Pride

di Gregory Di Giovanni

Sono passati anni da quando i primi GayPride scandalizzavano e imperversavano in modo oltraggioso le tv nazionali; dal 1994, anno del primo pride nazionale, sono passati ben 23 anni, un’eternità che però è servita all’Italia per approdare da pochi mesi alla sua legge sulle unioni civili.

Un Pride dà voce a chi spesso voce non ha, a chi non ne ha avuta per anni e a chi non riesce a farla uscire dal petto per dire ai suoi cari cosa significa essere gay, cosa significa voler poter camminare a testa alta senza doversi guardare sempre le spalle da chi ti deride e ti ferisce sia psicologicamente che fisicamente.
Quando il pride passa alla tv o alla radio, giovani gay piangono e gridano dentro, perché vorrebbero essere lì, ma non hanno ancora la corazza e la consapevolezza per uscire dal loro guscio, per affrontare un mondo che nel 2017 è ancora spesso ancorato al passato.
A questi giovani si aggiungono quei gay più attempati che non hanno mai avuto la forza e il coraggio di dichiararsi, perché il loro mondo, non è altri che un piccolo borgo o paese in cui il diverso è preda dell’ignoranza e della crudeltà.
Le grandi città fanno da apripista al cambiamento, portano un messaggio di vicinanza a chi è lontano, a chi è emarginato, a chi non può gridare e non può scardinare la sua condizione di reietto.
Nei paesi, un gay è spesso un morto che cammina, un personaggio “sporco” da evitare, un pervertito, un diverso a cui piacciono le cose contro natura.
Ed in città? Le città, culle dei Gay Pride, sono davvero così all’avanguardia? Sono davvero quella terra promessa in cui l’accettazione del diverso è diventata la normalità?
In realtà, c’è un sottobosco tetro e violento pronto a sputare sul pride, pronto a massacrare chiunque ne prende parte, questi pride per certa gente sono il male, sono lo schifo più assoluto, una sfida al “naturale equilibrio delle cose”, una sfida al machismo, che per molta gente dovrebbe sempre imperare.
U “masculu” è “masculu” e a “fimmina” è “fimmina”, tutto il resto nelle “nostre famiglie” non si “usa”.
Un modo di pensare che non riflette solo quello di molti siciliani, ma anche molti italiani, che non vogliono arrendersi alla normalità, all’accoglienza, all’amore universale.
Torino, Roma, Palermo, tanto per citarne alcune, continuano purtroppo ad essere teatri di episodi di omofobia, episodi in cui un uomo può venire massacrato su un bus perché al branco e soprattutto ad una di loro è sembrato che l’uomo guardasse il suo lui. A Roma, capitale d’Italia, un ragazzo può essere massacrato di botte solo perché ha dei pantaloni troppo attillati, si può persino esser pugnalati fuori da una discoteca.
Ma non siamo nel 2017? Non siamo nell’era dei diritti per tutti? Perché forme così violente di odio si manifestano così di frequente? E’possibile che eventi come il Gay Pride, possano essere miccia per fare esplodere una polveriera?
Casi come quelli decritti avvengono un po’ ovunque, a Palermo in alcune zone o quartieri, non puoi ancora permetterti di essere te stesso, perché se hai la sfortuna di essere seduto accanto a un “maschio” convinto, rischi l’umiliazione e il danno fisico.

Qualche tempo fa nella Palermo capitale della cultura, Giuseppe (nome di fantasia) era seduto al bar a mangiare un gelato con un amico, quando entra un “masculu”, il quale non appena si siede e capisce che ha accanto un gay gli dice: tu devi sloggiare non ti voglio qui vicino a me.
Ecco, Giuseppe chiede al suo amico se vuol lasciare il bar e al suo “no” si volta e lo comunica al “maschio”. La reazione “ru masculu”? Si alza dalla sua sedia e scaraventa con tutta la forza che ha uno schiaffo sulla faccia di Giuseppe, uno di quelli che ti fanno volare per terra tra i tavolini del locale, di quelli che ti fanno uscire l’occhio fuori dall’orbita, lì in mezzo agli altri ospiti attoniti, davanti ai titolari del bar che non credono ai loro occhi, ma che in quei momenti concitati non fanno nulla, neanche cacciare il delinquente.
Giuseppe non ha la forza di parlare, è stato distrutto nell’anima, ma il “maschio” una cosa gliela dice: “MI DISPIACE, te lo sei meritato, mi fai solo schifo!”

Eccolo lo schiaffo all’orgoglio gay, la rivalsa dell “italiano medio, omofobo e codardo”, la rivalsa di chi metterebbe una bomba al gay pride, di chi con quello schiaffo ha dato uno schiaffo ad una società che va contro i suoi ideali e dettami. La forza, messa in quell’unico schiaffo è pari alla rabbia e frustrazione di chi non riesce a riportare indietro le lancette del tempo e cerca di sfogarsi con casi isolati, che possano dargli l’illusione di avere ancora in mano le redini della società.

Il GayPride, questo evento così colorato, non è altri che un mare di persone che nel 2017 lotta ancora per rivendicare la propria normalità. Quando vedete un pride d’ora in poi, ricordatevi di Giuseppe, perché lui anche se non ha un volto, sta lì e sfila; lui ed altri cento, mille Giuseppe con quella parata riconsegnano al mittente quello schiaffo d’odio, riconsegnano schiaffi, calci e pugni ricevuti nel corso degli anni e lo fanno con colori, sorrisi e canzoni. Lo fanno attraverso una marcia di pace ed orgoglio.

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