Il cammello, il 3×2 e l’irresistibile piacere di comprare troppo

 

Gli esseri umani, anche quelli convinti di essere particolarmente intelligenti, ragionano in modi piuttosto bizzarri.

Parliamo continuamente di spreco alimentare, consumismo, ecologia, cambiamento climatico ed esaurimento delle risorse, «Che posto lasceremo ai nostri figli?». Poi, cinque minuti dopo, compriamo una confezione da ventiquattro rotoli di carta igienica perché «conveniva».

Viviamo nell’epoca dell’usa e getta, dei calzolai in via d’estinzione protetti dal WWF e degli oggetti che costano così poco che ripararli appare quasi un gesto eccentrico, quasi vintage. Se una cosa si rompe, non si aggiusta: si sostituisce. Se costa nove euro ripararla e undici euro ricomprarla, per due euro ci portiamo a casa anche l’emozione del nuovo, e poi quando fai riparare spesso non sai nemmeno in anticipo quanto pagherai, e a noi non piace il rischio.

Allora riempiamo il carrello online per approfittare della spedizione gratuita.

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SOAD: un concerto che sognavo da vent’anni

Era il lontano 2003, avevo 17 anni e da poco avevo fatto amicizia con Enza, una ragazza che frequentava la mia stessa palestra. Enza era una persona riservata e non era facile avvicinarla, visto che stava sempre col suo lettore cd e le cuffiette, estraniandosi dal mondo circostante. Ma io non ero certo una che demorde e per stringere la nostra relazione un giorno le chiesi che cosa stesse ascoltando, con l’intenzione di rafforzare la nostra amicizia attraverso la musica. Lei mi passò le cuffie e un ritmo assordante penetrò nelle mie orecchie. “Cos’è sta roba?”, chiesi. E lei, solenne, “Prison song, dei System of a Down”. 

Da allora ho due precise costanti nella mia vita: l’amicizia di Enza e l’amore per i System of a Down. Ore ed ore ed ore ad ascoltare Toxicity. Il mio spotify non ne può più e cerca di suggerirmi altra musica ma no, bello mio, sorbiamoci ancora un po’ di questa droga. Ricordo che a quell’epoca avevo una cotta pazzesca per Daron Malakian, tanto che per le mie amiche io ero una ragazza col gusto dell’orrido. Come dargli torto, del resto! Ma i System non sono per tutti, non è facile comprenderli. In quegli anni sognavo di poterli vedere dal vivo e grazie a qualche miracolo poterli conoscere. Ma nulla era più lontano dalla realtà, perché il mio gruppo preferito non veniva praticamente mai in Europa a suonare. Ricordo quel 2005 quando vennero per il tour del loro nuovo album (ovviamente al nord, e io da piccola trapanese mi mangiavo le mani) ed io ovviamente ero troppo piccola (e povera) per fare un viaggio per poterli vedere. Continua a leggere

Rebecca

Si avvicina senza che io e Noah neanche ce ne accorgiamo. Siamo sulla battigia che stiamo guardando il mare di Menfi, godendo della nudità che è più facilmente concessa all’infanzia e della sensazioni a 21 mesi non scontate della sabbia sotto i piedi, del rumore del mare, della vista sulla distesa bluette. E una vocetta a un certo punto si avvicina e ci lascia stupefatti:
“Ciao, lo vuoi?” […]E’ una scricciola di 7, forse 9 anni. Minuta, biondina e liscia, con un costumino rosso a stelle e strisce molto USA friendly che non si addice proprio a quanto propone. La vocina è veloce e mi dà poco il tempo di pensare. Ha una cosa arrotolata in mano. Non capisco… Forse perché non sono abituata a questo?
“Noi ne abbiamo uno più grande e questo non ci serve più!”
Guardo, non ho ancora chiaro, ma realizzo in pochi secondi. Ci sta regalando qualcosa! La mia mente guarda a Noah e poi al timore che la bimba stia facendo qualcosa di strano, senza il permesso dei genitori… la mente avvezza allo scambio (e non al dono) non è pronta a cogliere la genuinità del gesto e si arrabbatta tra vari sottopensieri e dietrologie: “Mah… Come mai? Cosa la do in cambio? Ma i genitori saranno d’accordo? Ora spuntano e ci rimproverano…”. Decido di mollare tutto, sono stupefatta, mi fido della dolcezza e penso che sia una esperienza straordinaria…
“Davvero? Ma grazie!”. Sorrido molto, coinvolgo subito il mio bimbo e lo invito alla meraviglia.
“Come ti chiami?”
“Rebecca!”
“Grazie Rebecca, è un dono bellissimo! Lo useremo subito!”
Prendo dalle sue manine un salvagente arrotolato con le stelline. Quest’anno Noah non li ama molto e così non li usiamo di solito, ma questo è speciale.
“Amore, la bimbi ci ha fatto un regalo, ringrazia! Piacere Rebecca, lui è Noah!”.
Mi sento ancora tramortita, neanche il tempo di sentirmi rilassata e felice di questa esperienza donativa che Rebecca è andata via. La mia speranza nel futuro, nei nostri figli, ha goduto dolcemente… ma avrei voluto ringraziare virtualmente anche questa famiglia educata a donare gentilmente… Non ho avuto il tempo, ma in compenso ho gonfiato subito il salvagente! A Noah questo qui è piaciuto tantissimo, è subito voluto entrarci dentro e abbiamo fatto uno dei bagnetti più carini del periodo dentro la cimbellotta a stelle, che è tornata con noi a Palermo.

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dono crea relazione

Rebecca

Si avvicina senza che io e Noah neanche ce ne accorgiamo. Siamo sulla battigia che stiamo guardando il mare di Menfi, godendo della nudità che è più facilmente concessa all’infanzia e della sensazioni a 21 mesi non scontate della sabbia […]