Diventa sempre più frequente accorgermi che la mia felicità passa da lei. Quando mia figlia sorride, quando al luna park i suoi occhi si spalancano di meraviglia, mi nutro di quello sguardo: è come se la sua gioia risuonasse dentro di me, più forte di qualsiasi emozione che potessi provare solo per me stesso.
Mi ritrovo a guardare giocattoli con lei, mentre sua madre sceglie vestiti non più per sé ma per la nostra bambina. È diventata il nostro centro gravitazionale, e spesso ci scopriamo a orbitare intorno a lei, trascurando le nostre passioni o rimandando desideri personali. È fisiologico, forse inevitabile. O magari è il segno che quella linea tra identità e genitorialità si sfuma, un po’ per amore, un po’ per necessità.
Leggi tutto: Vivere delle emozioni dei propri figli
La vita prima e dopo
Ogni tanto mi chiedo com’era la vita prima della sua nascita, ma è come cercare di ricordare un sogno lontano. Un bambino appena nato ti stravolge tutto: abitudini, ritmi, voglie. Riempie la vita con tale intensità che ogni anno sembra una decade, e cinque anni bastano a cancellare quasi completamente il prima. Eppure ricordo ancora quelle serate sul tavolino basso, davanti a serie TV horror, con patatine e ketchup. Ricordo quando frequentavamo solo coppie senza figli, quando la spontaneità di una serata improvvisata non doveva fare i conti con orari da prete.
Oggi le esigenze sono diverse: cerchiamo luoghi con aree bimbi, menù adatti, orari compatibili. Non è peggio, è solo diverso. È un’altra dimensione dell’esistere, dove il centro si è spostato e tutto il resto si è riallineato di conseguenza.
Paure e meraviglie
Già, perché insieme alla gioia arrivano anche le angosce. Capita che un film come Mia — dove una ragazza subisce revenge porn — ci colpisca in pieno stomaco e divenga particolarmente snervante guardarlo sino in fondo. Non lo vedo più solo con occhi di spettatore, ma con quelli di un padre che si immagina quel futuro, con le sue nuove possibilità ma anche con le sue minacce amplificate. Lo stesso accade ascoltando podcast come In nome del figlio: ci immedesimiamo, ci riflettiamo, ci spaventiamo.
Un senso in più
E poi lo so che è criticabile, ma un figlio ti dà un senso della vita in più. Sai che ogni istante investito per lui o lei è importante per il suo futuro, per quando di te rimarrà solo lei: la tua estensione, una parte evoluta di te. Questo pensiero dà serenità, la certezza di una tua continuità, di una tua impronta — si spera positiva — nel mondo. È speranza allo stato puro.
Essere genitori significa anche questo: spostare il proprio baricentro, perdere in parte il controllo sulla propria estensione nel mondo. E imparare, ogni giorno, a convivere con la meraviglia e la vulnerabilità che questo comporta.