Lascia che ti strappi alla terra. Che venga a riprendermi tutto, come la retorica sulla natura, come due occhi che smettono di sorreggere le gambe e le mani tremanti scosse da venti palpitanti. Annega. Annaspa. Affoga. Trattieni il respiro che non è sole, è incendio; che non è pioggia ma tempesta. Cerca un rifugio sempre più piccolo e muori lì. Non uscire, non provarci. Stringi quella sicurezza, stringila forte, che fuori è un brutto mondo. Arriva l’onda alta, arriva, chissà come finisce. Legati all’albero con le tue catene, che lì sei al sicuro, che lì non ti succede niente.
Niente, nemmeno in primavera, nemmeno quando il mare diventa olio e inchiostro. Sarai al sicuro, sempre. E li vedrai passare, li vedrai ridere, giocare, amare. Sono pazzi lo sai, sono pazzi. Non hanno catene, arriva l’onda alta e non hanno catene che li tengono qui, legati all’albero, per sempre, ma al sicuro. Stringere forte fa male, alcuni giorni, è vero. Ti irrita la catena, quasi ti strozza. Quel pazzo del tuo amico voleva che andassi in riva, da solo, in mezzo a quella spiaggia, sotto il sole che brucia, sotto la pioggia che ammala, vicino al mare che annega. Ma qui sei al sicuro, legato alla catena di quest’albero che ti tiene a sé. Con i suoi rami spogli in inverno, fioriti in primavera, rossi in autunno, quello che ti piace di più: così caldo e rassicurante. Continua a leggere


