Tecnofeudalesimo: al servizio del signorotto digitale

Non so se avete mai sentito questo termine, tecnofeudalesimo. E no, non c’entra niente il Dj che spara musica aun festival a tema Game of Throne ma è una teoria socio-politico-tecnologica (guarda, meglio che te lo spiego spicciolo, perché a tecnicismi non sono brava).

Il feudalesimo vedeva signori proprietari di terre e affittuari che le lavoravano e ci campavano e pagavano al signorotto. Il tecnofeudalesimo è l’idea che, invece di un’economia basata su mercato e cittadinanza piena, stiamo scivolando verso un sistema dove grandi piattaforme e corporation digitali si comportano come nuovi signori feudali: hanno terre (dati), castelli (server), eserciti (algoritmi) e sudditi (noi), che pagano in attenzione, lavoro gratuito o abbonamenti per restare dentro le mura. Non è fantasia distopica: è una lente per leggere come potere, ricchezza e controllo si stanno ristrutturando nell’era digitale.

Il termine non ha un solo inventore canonico, ma è stato sviluppato e diffuso da diversi intellettuali e osservatori critici della tecnologia negli ultimi anni. Tra i riferimenti più citati ci sono scrittori e accademici come Evgeny Morozov (critico della tecnologia), Nick Srnicek (política tecnologica), e commentatori come Alex Williams e altri autori che hanno parlato di capitalismo della sorveglianza.

Proprietà dei dati come signoria: le piattaforme raccolgono montagne di dati che valgono più dell’oro. Google e Meta non possiedono “case” fisiche come i baroni medievali, ma possiedono informazioni su abitudini, relazioni e preferenze — risorsa centrale per imporre tasse sotto forma di pubblicità mirata o prezzi personalizzati. Continua a leggere

Dov’è il mio corpo? La mano, il destino, la frattura

Dov’è il mio corpo? di Jérémy Clapin è uno di quei film d’animazione che sembrano muoversi su due piani contemporaneamente: da un lato la precisione quasi chirurgica con cui costruisce immagini, ritmi e suoni; dall’altro la forza simbolica con cui trasforma una storia di perdita in una meditazione sul caso, sul destino e sulla possibilità di rinascere dopo un trauma. È un film che non chiede soltanto di essere seguito, ma di essere attraversato, interpretato e di catturarne l’essenza. Ed è proprio nel viaggio di una mano che vuole semplicemente ritrovare il suo corpo, e nei continui flashback, che sta la sua potenza.

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Come Netflix ti privatizza una città

Buongiorno dalla bellissima e soleggiata Siviglia! Oggi un po’ meno soleggiata, dato che è venuta giù una grandinata inquietante. Ma comunque su’ con la vita, possiamo comunque goderci una passeggiata alla scoperta delle bellezze del centro, come per esempio “Las Setas”. Come dice? No? Non ci posso andare? In che senso “red carpet”? Tutto chiuso? Ok, pazienza, ci passerò dopo. Allora me ne vado al fiume a passeggiare sui ponti godendomi il panorama. Come dice? È recintato? Non si vede il fiume? In che senso “concerto esclusivo”? E vabbè, pazienza di nuovo, vorrà dire che mi consolerò col cibo in uno dei miei ristorantini del centro. Cooooome? Tutti prenotati? Ma perché? Influ-che? No basta raga, oggi me ne resto a casa. 

E sì, perché come se non fosse bastata la stagione 1 di quella lagna di Berlino (from “la casa di carta”), ne hanno fatta anche una seconda, girata a Siviglia. E indovinate un po’ dove si svolge la premiere della serie? Esatto: sotto casa mia. Perché sì, Netflix ha privatizzato Siviglia. Continua a leggere