C’era una volta… Cappuccetto rosso, Lassie e la Mamma Perfetta.

I rapporti familiari sono il succo della vita. […] Se alla famiglia si riservasse altrettanta attenzione quanta ne abbiamo per le armi da fuoco o per il gioco del calcio, questo paese sarebbe infinitamente più sano e più felice. (U. Bronfenbrenner)

Il Mulino Bianco ci propina da anni pubblicità luminescenti di dolci papà alti e forzuti, di mamme strasorridenti mai incazzate, di biondi bambini buonissimi rigorosamente vestisti da orsetti puccipucci del cuore, con denti perfetti senza traccia di apparecchietti vari e con ordinatissimi capelli a caschetto (per i maschietti) o intrecciati (per le femminucce).
Non so se da piccola credessi che quelle immagini esistessero davvero.

La realtà è che oggi la famiglia è spesso l’opposto di quello che ti fanno vedere in tv; che sia la pubblicità del Kinder Brioss, che sia una serie in stile Un medico in famiglia ( = siamo tutti felici se non per cazzate risolvibili in una-due puntate), che siano i talent show con la De Filippi di turno e le mamme-nonne-zie lacrimose del giorno.
La nuda e cruda realtà è che la “famiglia normale” non esiste; elementi quali equilibrio, armonia, comunicazione, serenità, buon rapporto di coppia tra i genitori, capacità di affrontare efficacemente i problemi, risolverli o adattarsi ad essi… tutto questo è spesso fantascienza.
O utopia, che dir si voglia.
Di fronte alla reale realtà, dobbiamo necessariamente chiudere in un cassetto l’idea che il nucleo familiare sia il nido perfetto, il luogo ideale dell’amore e della sicurezza.

Oggi si ipotizza più probabilmente un vero e proprio ruolo criminogeno e violentante della famiglia, che troppo spesso priva il bambino di quella sfera di rapporti e di relazioni vitali indispensabili alla sua corretta evoluzione.
Infatti, esigenza imprescindibile per lo sviluppo equilibrato della personalità del bambino è che egli cresca in un’atmosfera di sicurezza affettiva caratterizzata da un buon “legame di attaccamento” con chi si prende cura di lui. Come insegna Brofenbrenner, “il bambino deve passare una congrua parte del suo tempo con qualcuno che straveda per lui. Dev’esserci almeno una persona che abbia con lui un coinvolgimento irrazionale, qualcuno che pensi che quel bambino è più importante dei bambini degli altri, qualcuno che sia innamorato di lui e che lui ama a sua volta”.

Invece, quella famiglia che dovrebbe essere il primo contesto di apprendimento dei suoi piccoli membri, il luogo in cui costruire il loro senso di identità e in cui proteggerli, amarli e avviarli alla socialità, è oggi anche quel contesto che – con i suoi fantasmi, i suoi egoismi, le sue nevrosi – fagocita il bambino in dinamiche perverse che ne orientano il percorso di crescita, a volte deviandolo in modo irreversibile.
Se i genitori si pongono come eccessivamente permissivi non riusciranno a gestire funzionalmente il ruolo genitoriale e avranno uno scarso controllo sul figlio, che sarà costretto ad un’emancipazione precoce, priva di una guida sicura, di regole e di modelli identificatori che egli cercherà affannosamente nel mondo esterno.
All’opposto, quei genitori che coinvolgono i figli in una relazione eccessivamente invischiata possono creargli notevoli problemi di svincolo e di autonomizzazione, nonché incapacità a sviluppare relazioni soddisfacenti con i coetanei.

Questi sono solo due esempi generici delle consuetudini delle famiglie odierne; potremmo farne moltissimi altri: parental-child (inversione dei ruoli), deviazioni del conflitto sui figli, triangoli perversi, famiglie abusanti-lassiste-invischianti, eterne infantilizzazioni, doppi legami.
Mi fermo qui per sottolineare che il nucleo del problema è forse che il genitore medio non ha ancora compreso che “la radice di molti disturbi e di condizioni di sofferenza psichica nell’adulto va ricercata nell’infanzia e nell’adolescenza” e che “le dinamiche e i rapporti familiari giocano un ruolo rilevante a questo livello” (P. Pancheri).
Perché un bambino vive e cresce delle relazioni in cui è inserito e che per lui sono importanti: se tali rapporti significativi sono stati violenti e violentanti, lassisti, castranti, asfissianti, inconsistenti… egli interiorizzerà solo queste modalità relazionali e solo queste potrà adottare per entrare in relazione con la società.
Perché, come diceva il vecchio Freud, “tutto ciò che di importante accade nella nostra vita psichica, accade per sempre; e certe volte continua anche ad accadere”. E, come aggiungeva il buon Spitz, è così che “bambini senza amore finiranno con l’essere adulti pieni di odio”.

Bisogna accettare, allora, che il desiderio di avere tra le mani un figlio non fa di noi un genitore, come comprare un violino non fa di noi un musicista.
La casa nella prateria e la sua perfetta, imperturbabile, armonia non esistono, non qui ed ora, non senza fatica.
Forse dovremmo seguire dei corsi di parenting prima di fecondare e farci fecondare, capire l’enorme responsabilità che abbiamo quando decidiamo mettere al mondo un essere per cui saremo tutto – se non di più -, evitare di complicargli la vita perché non siamo capaci di nutrirlo d’amore come lui desidererebbe.
Pensateci.

3 thoughts on “C’era una volta… Cappuccetto rosso, Lassie e la Mamma Perfetta.

  1. Quando 4 anni fa lessi delle figure d’attaccamento mi sconvolse non poco perché si esprimevano teorie di una psicologia biologista.
    Subito dopo cominciai a pensare non ai bambini e alle famiglie, ma a me, che tipo di bambino, che tipo di rapporto con la mia FdA? e questo come influenza il mio rapporto con il mondo oggi?

    • Ci sono degli studi molto belli ed interessanti su questo. Ti suggerisco di cercare qualcosa sulla Strange Situation e sulla Adult Attachment Interview.

      Si scoprono cose interessanti anche per i non amanti della psicologia; cose che hanno a che fare col cognitivismo e col passato; cose che ti offrono chiavi di lettura di te stesso su piatti d’argento.

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