“…Ed io per questo cerco di non dimenticare”*

La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione. […] Temo che la magistratura torni alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro dall’altro, e alla resa dei conti, palpabile, l’inefficienza  dello Stato. […] In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere (G. Falcone).

Sono nata il 23 maggio dell’83.

Nascere non è così difficile, oggi.
Il problema è ciò che viene dopo, mentre ti arrampichi tra giochi infantili ed infelici scoperte di ciò che c’è attorno, nel mondino inquinato in cui sei cresciuta, in cui trovi per terra plastica, vetri, chewingum che per biodegradarsi impiegheranno milioni di anni, ben condite da sporcizia di mafia. Mafiopoli, diceva del nostro mondo siciliano e non Peppino Impastato.
Ma tu questo all’inizio non lo sai.

Nascere, allora, non è poi così difficile, oggi.
Il problema è ciò che viene dopo.

Il mio “dopo” potrebbe iniziare il 23 maggio 1992, alla mia festa di compleanno, il nono.
C’ero io con i vestitini fucsia a volà, il cerchietto gonfio anni ‘90 e le scarpette nero-lucido. C’ero io, c’erano i compagnetti, c’erano le patatine al formaggio; e a un certo punto c’era anche lui: Giovanni Falcone che alle 17:58, nel pieno della mia festicciola, si permetteva di saltare in aria.

Fu così che le patatine e i giochi sparirono: tutti ci eravamo fermati, zitti, incollati alla tv; era successo qualcosa, io mi sentivo un po’ sfigata, ma tacevo; ero troppo piccola per capire, eppure qualcosa capivo di quelle immagini di voragini, di polveri, di disastri, di autostrade sradicate. E poi la Palermo-Capaci la conoscevo bene: la facevo spesso con i miei per andare al villino, eppure quel giorno sembrava fantascienza.
Cinque quintali di tritolo Giovanni Brusca Mafia Totò Riina. Sentivo queste parole, sentivo dire che i brandelli di carne in questi casi volano lontano, volano loro, i neuroni, le idee scomode; non capivo il perché.
Non c’era più una festa e non era colpa di nessuno, se non di una parola astratta: M-A-F-I-A.
Era rimasta un’aria irreale, di disorientamento; si contavano i minuti, l’arrivo delle sirene, i soccorsi, le attese estenuanti e le speranze di gente di ogni età davanti a quella vecchia televisione che proiettava colori stinti, quell’oggi ancora più stinti.

Ricordo che non ho protestato, sono rimasta anch‘io davanti al tg a trattenere il mio piccolo fiato, teso per la sorte delle vittime buone. Finché alle 19:05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone muore; si sentiva dire che aveva tutte le ossa spezzate e io tremavo: non potevo neanche immaginare il dolore che si provava, doveva essere forte, più di quello di un’iniezione; e io avevo una paura fottuta delle iniezioni.
Ricordo la mia confusione, le mie poche domande e le poche risposte che in quel momento potevano darmi. Ricordo che riuscivo a sentire dentro, in mezzo al dispiacere delle mamme e allo straniamento di noi piccoli incoscienti, che pure avevamo smesso di fare baccano, che quell’uomo era UN UOMO, uno di quelli buoni col viso tondo che a noi bambini piacciono, uno di quelli che poteva salvare qualcosa, cacciare i cattivi. Ricordo che stavo seduta sulla mia sediolina rossa, stretta dentro le mie spallucce dispiaciute, e provavo un’infantile e personale vergogna per la sua orrenda morte.

Non ricordo come finì quella festa, non ricordo altro, neanche la torta e le candeline.
Ho le immagini litografate a caldo nella mente di quell’attesa collettiva, di quel dispiacere collettivo e null’altro. Pausa. Da allora, sono orgogliosa di essere nata il 23 di maggio, di non poter dimenticare.

Ma questo è rimasto un pensiero in un certo senso isolato dalla vita, se non nel giorno del mio compleanno, se non sui giornali (se ancora ricordano di parlarne), in televisione (se ancora c’è spazio per questo), in via Notarbartolo 23 (se l’inviata speciale di turno lascerà in pace la Magnolia).

Oggi però mi ci soffermo a lungo, e scopro dei ricordi nitidissimi; mi emoziono a ricordare quelle immagini, a ricordarmi di me con i dentini ancora in crescita e con la bocca aperta davanti alla tv.
E mi chiedo perché prima di oggi non mi fermassi più spesso su questi fatti e ricordi, perché la gente lo fa solo in una data, nonostante il loro valore sia tale per l‘eternità, paradossalmente immortalato da quella stessa mafia che lo ha voluto depennare da questa vita.

Non deve essere così, non come lui ha denunciato: il nostro impegno, il nostro pensiero non deve essere  “Emotivo, episodico, fluttuante… motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può esercitare sull’opinione pubblica” (G. Falcone).
Non dobbiamo marcire nell’indifferenza, non dobbiamo colludere con questa silente immersione e mimetizzazione della mafia che la rende sempre più infiltrata nella nostra quotidianità.
Dobbiamo informarci, rifiutare quello psichismo mafioso e mafiogeno che ci aleggia quasi costitutivamente addosso, sforzarci di ricordare, di vedere, di parlarne, perché, come scriveva Danilo Dolci, “chi tace è complice”.
I mass media, quasi fossero appunto complici, sembrano aver interrotto la riflessione critica sul fenomeno mafioso: si è assistito ad una crescente rimozione della problematicità delle sue implicazioni; si sono verificati fenomeni di appiattimento temporale e di destoricizzazione degli eventi, cui si affianca spesso una loro decontestualizzazione e destrutturazione. Ciò trasforma la storia di Cosa Nostra in una somma aritmetica di singole vicende autoreferenziali, per i cittadini ignoranti prive di qualsiasi nesso logico.
Ed è così che – avulso dal contesto organizzativo in cui è maturato – il reato mafioso viene ridimensionato …pericolosamente in linea con il tentativo degli uomini d‘onore di recuperare con comodo la propria libertà d’azione!

A questo io dico il mio grasso NO.

“Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare” (L. Sciascia)*.
Il 23 maggio 2010, 18 anni dopo, la strage di Capaci diventa maggiorenne, io compio i miei 27 anni, e mi tengo stretto il mio risentimento contro ogni mafia.

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