Digital Download, Digital Love

Anni fa, le riviste musicali si spartivano egregiamente discussioni petulanti sulla fine dell’industria discografica, avanzando ipotesi come la scarsa qualità delle opere musicali del nuovo millennio, i disvalori dei nuovi giovani che preferivano delinquere (comprare cd pirata), il caro prezzo (dai 10 ai 20 euri!) e la nascita e la diffusione di nuove tecnologie. Dopo il boom di Napsters, ridicolmente contestato dai Metallica, gli anni 2000 multimediali furono messi in download attraverso WinMx, dove bisognava mettersi in coda per aver finalmente accesso allo scaricamento di file, le chat di Mirc, poi Kazaa Lite, ed infine Emule, in cui tutto diventava più semplice, poiché bastava soltanto cercare il file desiderato, controllando le fonti e gli users e come per magia riuscire a possedere film e persino intere discografie in poco tempo. Oggi, negli anni ’10, si può praticamente scaricare tutto ciò che appare sullo schermo del nostro pc, basta avere i programmi adatti. Si può possedere tutto, ma in pratica non possiamo toccare niente di tutto questo. Tutto resta comodamente dentro ad un hardisk, senza occupare spazio attorno a noi.

La condivisione è praticamente totale, e quasi senza limiti; si possono aggirare licenze e password, o costi dei prodotti, cercando solamente il link o il torrent crackato, condiviso per solidarietà dagli internauti. Comunismi della rete.

Agli artisti cosa rimane? Certo, gli introiti di Itunes, di Amazon. Ma non basta. I concerti, i tour infiniti, sono invece la vera alternativa, dove fatica e sacrifici si sommano a continui spostamenti. Ma non basta neanche questo e per campare, molti artisti hanno attività parallele per arrotondare i conti.

In un panorama dove sopratutto conta il ruolo della novità, bisogna seminare idee originali.

Nel 2007 i Radiohead sfruttarono un espediente già utilizzato da artisti prevalentemente minori: il web. Attraverso un enigmatico sito web anticipavano l’uscita nei negozi del loro album In Rainbows, dando la possibilità a chiunque di comprare le tracce mp3 del disco attraverso un’offerta libera da parte dei fruitori. Loro si trovavano senza casa discografica e il precedente contratto era scaduto, e quest’operazione venne considerata al passo con i tempi, ma mise in crisi tutto il panorama della produzione-distribuzione multimediale controllato dalle multinazionali e dalle major, alle quali gli artisti sono spesso legati da obblighi contrattuali opprimenti e limitanti nei confronti della naturale spontaneità dell’arte. Una band conosciuta a livello mondiale si era permessa lo sfizio di voltare le spalle alle regole del business.

Certo è, che i vari canali Peer to Peer ebbero quasi immediatamente le tracce di quel disco, era inevitabile, e per questo forse non ci guadagnarono più di tanto, ma bisogna dire che fu un’ottima campagna pubblicitaria che univa rapporto qualità eccelsa-prezzo irrisorio, novità e mistero. Sì, perché anche per questo bisogna spiegare l’incontrastabile successo di operazioni commerciali sbucate fuori dopo anni di silenzio assoluto e senza uno stralcio d’intervista alla stampa.

Quest’anno i Radiohead ci riprovano. Dopo tre anni e mezzo pubblicano sul web The King Of Limbs, in due versioni anche qui, una digitale e l’altra tangibile, vera chicca per gli appassionati della materialità dell’arte, altro che prodotto meramente commerciale. I prezzi sono però imposti, forse che l’offerta di In Raimbows non fruttò i denari che si aspettavano, o magari quello era solo un caso, un buon modo per fare il botto mediatico, che proprio per la sua unicità non avrebbe potuto avere un seguito simile. Stiamo parlando di una band che cerca di spiazzare ad ogni album, puntando a mantenere quell’aurea mistica e piena di ambiguità che solo i geni possono avere il diritto di mantenere. Torrent da parte sua ha già i suoi file condivisi per il download. Probabilmente il meccanismo usato dai Radiohead può essere apprezzato dal punto di vista etico, del tipo, “noi pubblichiamo quando ci pare e saremo contenti di accettare i vostri 7euro per aiutarci”. Forse avrà nuovamente la sua positiva conseguenza mediatica, ma è indiscutibile che siamo in presenza di qualche falla nel sistema. Come si possono comprare dei file da internet se li puoi trovare gratuitamente? Come si può ancora pensare di spendere dei soldi per il supporto cd, quando è risaputo ormai da anni, che la sua durata è proprio scarsa, soggetta a graffi, salti delle tracce. Il vinile è tornato in auge, e forse è l’unico supporto audio che merita dei soldi spesi.

Ma sopratutto l’unico contesto che pare incontrastato dal peer to peer e dai video su Youtube, che non sembra recare le conseguenze di una crisi ormai anacronistica, rimane il momento live, con i suoi continui sold out, se sei bravo.

Costerà anche un botto, ma almeno lì, non accontentiamoci di una realtà gratuita in formato .avi.

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