Back to black

Sconvolge. E basta.

Lungi da me il cinismo imperante degli ultimi tempi (anni), causato dal troppo avere le mani in pasta su tutto, così tanto che sembra di poter controllare l’infinito come nel Rinascimento.

Lungi da me la distanza sensistica per una morte improvvisa ma ampiamente annunciata. E assieme lo sguardo assorto nelle immagini terribili di qualsiasi sciagura, curiosamente appeso all’interesse vacuo di un momento colorato da sangue umano che bolle ancora sull’asfalto.

C’è un tempo strano in questi giorni, molto simile a quello generalmente percepito ad inizio settembre, un cielo a chiazze, una temperatura variabile e quella frescura che ti fa chiedere perché ti ostini a rimanere in mutande quando ti raffreddi in un attimo: sarà anche la meteopatia cronica a provocarmi delle anticipate sensazioni di depression time.

Comunque sia il fantomatico gruppo dei 27enni anche questa volta ritrova una nuova adepta, l’ennesima disperata protagonista di una vicenda tutta musica, successo e passione per poi rabbuiarsi nell’indicibile lutto.

Ma cos’erano 27 anni trent’anni o 40 anni fa lo si può intuire dalle barbe folte degli uomini, dalle chiome un minimo imbiancate, e dalle rughe subitamente scavate sui volti maturi di già padri e già madri. Ma erano i 27enni sani (si spera) di una parte della società che lavorava, che non aspettava più di tanto per farsi una famiglia. Si era già più adulti, si avevano persino esperienze di vita dall’infanzia. Ma non sempre la vita riusciva a sorridere a tutti i “secondi” ventenni. E quindi potevi farti dei soldi, avere la fama e molti altri “servizi gratuiti”, ma sentirti prevalentemente portato all’autodistruzione, senza programmarlo, senza saperlo, sbronzo da tutte le luci ipnotiche della ribalta che ti hanno fatto solo diventare più rincoglionito.

Non è un caso che i suicidi, i morti per soffocamento, gli incidenti sfiguranti, i cocktail definitivi e le overdosi di noti artisti celino sempre un altro volto rispetto a quello fotografato e raccontato dalle riviste di gossip, un volto infantile truccato a dovere per apparire al meglio davanti a tutti, così che si possa essere un pregevole spettacolo d’intrattenimento.

Perchè il pubblico ha sempre sete, il pubblico ha fame. Continuamente.

L’artista smette così, inglobato dalla smania dell’apparenza, di essere un essere umano, diventa soltanto il prodotto del momento per le masse, che vogliono ballare, canticchiare, innamorarsi o divertirsi. E me l’immagino in balia dei propri fantasmi a circondarlo nelle notti insonni o nelle giornate apatiche.

Poi quando tutto è finito la gente piange, ci si dispera e la ragione pare impadronirsi di tutti. I buoni propositi di una vita sono andati in fumo come ad un disperato falò di fine estate, e quando il fuoco si spegne rimane solo la sagoma bruciata di ciò che prima era trascorso di linfa vitale.

Via, si riparte. Il corpo morto verrà salvato dal ricordo dei vivi, ma solo per una attenta questione di fortuna.

Dall’altro lato, l’uomo continuerà ad essere dedito ai banchetti alla Trimalcione, alla volubilità della propria dignità e alla propria bestiale bramosia.

Bisogna tanto stare attenti, c’è ben poco da fare.

5 thoughts on “Back to black

  1. “causato dal troppo avere le mani in pasta su tutto” non credo sia semplice desensibilizzazione

    Sono stato veramente infastidito dalle reazioni che ho letto per la morte della Winehouse…
    si va dal cinismo di “adesso è brilla in cielo” alle manifestazioni di assoluto disprezzo di gente che si atteggia a profonda conoscitrice del soul per poter dire che non contava nulla come artista e che non aveva talento.
    Non capisco, l’essere iconoclasta è diventato di moda. il ridere della morte di una persona, il deriderla come artista l’etichettarla come povera drogata stupida.
    certa gente appaga il proprio ego andando contro tutto, sono patetici.

  2. Per quanto riguarda il cinismo di molti commenti che leggo, direi che non si può generalizzare, ho letto cose ironiche frutto di intelligenza fervida e altre che proprio non si possono leggere. L’ego di certe persone si soddisfa anche criticandone altre che hanno tutto il diritto di esprimersi nei modi che preferiscono, si soddisfa anche nello scrivere cose che potrebbe dire solo chi ha conosciuto veramente la Winehouse, e quindi qui davvero innalzandosi a conoscitore esclusivo della verità, nello sfoggiare un articolo ben scritto (anche se non lo condivido e che divaga un bel pò) sulla morte di una celebrità e compiacersene per chi lo leggerà e vedrà il nome dell’autore, non è anche questo appagamento del proprio ego a spese di qualcuno ? Forse il vero rispetto sarebbe tenersi lontano da giudizi e ricordarla per quello che ci è stato possibile sapere e conoscere ?

  3. Potevo provare a scrivere su qualsiasi altro argomento e devo dirti che i temi “alla moda” li tengo sempre lontani da me. Questa volta è prevalso l’istinto e tutta una serie di sensazioni forti che quindi mi hanno costretto a scrivere le robe che hai letto.
    Non c’era un presupposto egomaniaco, ma il bisogno di condividere un forte turbamento che si è mostrato improvvisamente, stupendomi.

  4. Gas, molto bello questo articolo. Più o meno condivido tutto.
    Sono convinta che lei come Janis, Kurt e altri di quelli che appartengono al “club dei 27enni” siano state soprattutto persone deboli non in grado di gestire il successo e il peso della gente. Kurt lo scrive nel suo addio, la gente non lo entusiasmava più non provava più nemmeno empatia…
    Quella di Emy W. sicuramenente era una morte annunciata e in fondo anche un suicidio perché in molti l’avevano avvertita, anche se sotto sotto penso che chi le consigliava la Rehab in fondo sperava ancora di assistere a questo show grottesco che le si era costruito attorno.
    Peccato, perché avrebbe dato molto di più come artista che come personaggio.

  5. E’ morta una persona, un altra, e questo è sempre spiacevole. Non conosco l’artista, né la persona, ma è sempre spiacevole sapere che al mondo ci siano persone così infelici da sprecare e disprezzare la propria vita. Questo episodio ci ricorda che successo, soldi, vestiti, etc. non sono bastevoli per raggiungere soddisfazione, felicità e pace. Ci sono altrettante morti totalmente sconosciute e non per questo meno tragiche. L’attenzione mediatica morbosa è triste. Ma è il pubblico a volerlo, la TV propone solo ciò che esso vuol vedere.

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