(In)Soddisfazioni personali

Siamo cresciuti con il mito delle soddisfazioni personali. Ogni cosa che facciamo deve darci delle soddisfazioni e devono essere innanzitutto personali. Non dobbiamo dare soddisfazioni ai genitori quanto a noi stessi e la loro soddisfazione deve essere vedere noi soddisfatti.
Cresciamo, quindi, con un egocentrismo sconfinato in cui tutto va bene finché ci da queste benedette soddisfazioni personali e se gli altri non ne sono soddisfatti cosa importa?

Ogni risultato è nostro e guai a chi se ne vuole appropriare, al massimo siamo noi di nostra estrema generosità a condividerlo.
Ma quanto regge questa impostazione? forse la soddisfazione personale in fondo c’è fintanto che anche gli altri sono soddisfatti di noi e ce ne rendono merito, forse è un modo per idealizzare il nostro lavoro in modo da renderlo importante e completarlo dando il meglio di noi stessi.

Il momento in cui uno studente universitario decide la sua tesi è uno dei momenti che più tende alla sua soddisfazione personale, convinto che scriverà uno dei lavori più importanti della sua vita, giacché ci metterà la sua passione e le sue idee. Dal voto di laurea ai complimenti della commissione saranno tutte soddisfazioni personali, ma dopo? Che ne rimane dopo di quelle soddisfazioni? quando nessun professore applicherà la figliocciocrazia? quando la vostra tesi l’avrete letta solo voi, il vostro relatore e il correlatore (che spesso lo fa solo e soltanto perché è pagato per farlo)?
Poi ci troviamo ad un colloquio a spiegare che abbiamo fatto la nostra scelta coerente con la nostra personalità a questa o quella facoltà e di aver fatto una tesi bellissima e che la commissione ci ha fatto i complimenti, e alla fine stroncati dalla domanda materialista sul voto finale di laurea che non rende giustizia alla tesi “fichissima” ma “inutile” che abbiamo fatto. Non rimarrà altro che ricorrere al mantra che comunque è una soddisfazione personale.
Una laurea magistrale sudata in 2 anni con precedente triennale flash in 3 per ritrovarsi a 23 anni già laureati e con un pugno di soddisfazioni personali nelle mani non è certo consolante, si comincia a pensare che forse si è sbagliato tutto e che si doveva fare altro di meno soddisfacente dal punto di vista personale di quel momento e che si doveva rendere ragione agli altri e al proprio futuro, lasciando che i sogni rimanessero tali. Le soddisfazioni personali vengono scritte sulla carta igienica per dargli maggior valore e tutto ci crolla addosso.
Le soddisfazioni personali diventano irrimediabilmente delusioni personali.

Le prospettive che ci eravamo prefigurati sono coerenti con le soddisfazioni prese sul momento ma poi ci appaiono inutili, ma ciò non perché lo siano davvero, ma perché siamo cresciuti con la mitizzazione della soddisfazione come una cosa individuale.
Giusto scegliere la facoltà che può accrescere le nostre doti naturali, che può migliorare il nostro (presunto) genio, in linea con le nostre naturali inclinazioni ma guai a idealizzarle, o come più spesso accade a ideologizzarle, immaginando che dopo avremo tutte le competenze e conoscenze che faranno di noi una persona per sempre piena di soddisfazioni.
Mai idealizzare un professore, mai idealizzare la nostra tesi, mai però fare le cose come se ciò non avessero importanza, bisogna sempre dare del proprio meglio sapendo già che magari non sarà la perfezione. Bisogna essere concreti e capire quali sogni possono diventare progetti e quali rimanere tali.
La soddisfazione maggiore in fondo l’abbiamo quando gli altri sono soddisfatti di noi, del nostro lavoro e gli altri troveranno piacere quando mostriamo loro di essere soddisfatti del loro operato. La soddisfazione è un’emozione che non è individuale ma sociale, basata su relazioni di fiducia e stima.
Abbandoniamo le soddisfazioni personali come mito e diamogli il giusto peso.

One thought on “(In)Soddisfazioni personali

  1. Mio caro Michele, devo farti i complimenti per il pezzo che hai scritto, mi rivedo molto in ogni tua singola parola. Anche io, come tanti, dopo molti sacrifici ho raggiunto le mete tanto ambite (una laurea trienna, una laurea specialistica, un master) finendo tutto nei cosiddetti tempi sociali idonei, ma la soddisfazione iniziale nell’aver raggiunto le mete tanto desiderate è durata veramente poco, lo scontro con la realtà odierna mi ha causato la sensazione opposta, ossia l’insoddisfazione e la perdita di molta della stima che avevo in me, tutto ciò è stato accompagnato da tanti “se” e tanti “ma”. Ogni giorni davanti all’ennesimo “no” da parte dell’azieda o alla classica frase “desideriamo assicurarle che, in presenza di un’opportunità coerente con i Suoi interessi e orientamenti professionali, non mancheremo di contattarla”, mi chiedo se tutto sarebbe diverso “se” avessi scelto un altro corso di laurea, “se” non mi fossi laureata, “se” avissi subito cominciato a lavorare, “se” avessi messo da parte tutti i miei sogni e mi fossi semplicemente “accontentata”. Si, accontentata della prima esperienza che mi si sarebbe presentata davanti, che magari mi avrebbe permesso di crescere in altro modo e, magari, evitarmi tante denigrazioni nel corso degli anni da parte di professori che ormai non amano più il loro lavoro o non vogliono più insegnare veramente, per paura di essere superati dai loro stessi allievi.
    Ho tanta amarezza dentro che non credo passerà presto; continuo a sperare nel cosiddetto “riscatto sociale”, sognando un futuro diverso. Spero che arriverà, non per gli altri, ma solo per ME!

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