Tribù urbane: il movimento oKupa – “Ci ribelliamo contro la precarietà dell’esistenza”

di Juan Re Crivello (trad. di Donatella Zappini)

Centre Social Autogestionat Can Vies


Devo confessare che il mio cuore è Okupa, ovvero squatter. Circa 30 anni fa, quando ebbe inizio il suddetto movimento, vivevo a Londra, ho partecipato e avuto la mia residenza Okupa per un certo tempo nella ex ambasciata di Grecia nel pieno centro di Londra. Che ricordo conservo di quello spirito? Per esempio, ciò che le mie colleghe inglesi chiamavano la “community room”, una speciale sala dove si decidevano in assemblea le vicissitudini della vita in comune. 

Il movimento di occupazione delle case si basa su un’antica legge inglese che permetteva di occupare una casa purché non si abbattesse la porta principale. Ed è per questo che si entrava dalla finestra e dal suo interno si prendeva il possesso della proprietà.
Come afferma Maribel Santos in un suo lavoro “le origini del movimento Okupa si situano alla fine degli anni Sessanta, quando nasce in Gran Bretagna con il nome di squatter, per diffondersi successivamente in Germania (basetzers) e in Olanda (crackers). Tuttavia non giunge nello Stato spagnolo fino alla seconda metà degli anni Ottanta”. Per l’autrice “gli okupas rifiutano la gerarchizzazione e la struttura verticale tradizionale delle organizzazioni civiche, propugnando una struttura assembleare, autogestita e autonoma, che rompe con le grandi strutture corporative”. E prosegue: “la manifestazione più visibile del movimento è l’occupazione degli edifici, con l’intenzione di utilizzarli per un tempo relativamente lungo senza il consenso del proprietario”. Le caratteristiche “degli immobili, le persone e le loro richieste, i patroni delle organizzazioni e la mobilizzazione sono i fattori che definiscono cinque configurazioni differenti di occupazione: occupazione causata dalla povertà, come strategia alternativa di alloggio, imprenditoriale, conservazionista e politica”.
La prima constatazione che bisogna fare è che l’occupazione è associata a un obiettivo socio-politico dei giovani, ovvero la crescente difficoltà di accesso a un’abitazione a prezzi ragionevoli. Dobbiamo considerare che il rincaro delle abitazioni e la mancanza di politiche adeguate per l’accesso a un primo livello di indipendenza, come per esempio gli affitti a rotazione per i giovani, sono elementi che impediscono di regolarizzare la propria vita affettiva e lavorativa nel periodo che va da 18 ai 25 anni. Questi elementi con molta probabilità si combinano con altri come lo sviluppo di una cultura di indipendenza nei confronti della generazione precedente, nella quale includere le differenti tribù urbane, i graffitari, i lavori sporadici o mal pagati, i locali d’affitto condivisi con altre 15 o 20 persone dove sviluppano la propria vita sociale o la cultura del “botellón”.
Detto movimento ha costruito forme istituzionali ed è per questo che gli okupas “impiegano l’autogestione come risposta all’ingovernabilità urbana. Già prima dell’occupazione si dà avvio a un processo di auto-organizzazione sociale che interferisce con l’alienazione della vita quotidiana: mettere in comune desideri e necessità, condividere situazioni, analizzare e pianificare azioni, comunicare, discutere e prendere decisioni approvate da tutti, impegnarsi ad assumere compiti speciali, ecc.”. In questo modo nascono una moltitudine di attività che li legano alla comunità. A Barcellona l’esempio più conosciuto è l’attività a CanVies, un centro okupa dove si svolgono attività politiche e culturali e possiede una guida “da usurpare”. Uno degli ultimi studi del Comune di Barcellona afferma che esistono 25000 case disabitate in città e di queste ne sarebbero occupate circa 150 con 15/20 centri sociali.
“Non siamo dei freaks: né ci facciamo accompagnare da cani né andiamo con le creste in testa” – afferma Carolina.
“Ci ribelliamo contro la precarietà dell’esistenza”.
Qual è l’estetica del movimento?
Secondo Maribel Santos “in questo movimento predomina la presenza dei punk, cosicché la sua estetica è la preponderante nel movimento Okupa”.
Il punk originario era conosciuto come la spazzatura della società. Il suo modo di vestire consiste nel presentarsi della maniera più strana possibile. Fra i suoi vestiti predominano i giubbotti di pelle nera, possibilmente consumati e un po’ rotti, camicie nere o bianche di nylon, pantaloni di tela scozzese o di pelle neri, calzini neri e stivali militari di color rosso o nero con punta metallica. Nella sua estetica è inclusa la maniera di resistere agli sgomberi. Analizzando un testo del 2003, si può già notare la sensibilità antisistema: “Oggi, mercoledì 26 marzo 2003, a Madrid, ci è arrivato a sorpresa l’ordine di sgombero contro il progetto de Il Laboratorio 3. Ci viene data una settimana per abbandonare volontariamente l’edificio che occupiamo dall’8 febbraio del 2002. […] Ovviamente non abbiamo alcuna intenzione di andarcene. L’edificio di Calle Amparo 103 non ha più proprietario da un sacco di tempo. Adesso è autogestito da una moltitudine ingovernabile, radicalmente creativa, autonoma, ribelle alla speculazione e al potere assassino del denaro. Non ce ne andremo, questo è un attacco al movimento contro la guerra, alla cittadinanza precaria di Madrid, ai vicini e alle vicine di Lavapiés, alla sovversione senza volto del mondo. Ripetiamo che non ce ne andremo, siamo tanti e lo impediremo in mille maniere. Come dicevano gli indios metropolitani degli anni ’70: “COSPIRARE SIGNIFICA RESPIRARE COLLETTIVAMENTE”. E ci rifiutiamo di smettere di respirare. Che dice questa tribù? Forse che sono necessari spazi di convivenza, come centri culturali o qualcosa di simile, e la possibilità di accedere alle abitazione o alla propria indipendenza personale. I più grandi guardano di sott’occhio e affermano ‘alla mia età vivevamo con…’. Forse è arrivato il momento di creare alternative istituzionali di mobilità per questa generazione, come alloggi, contratti di inserimento lavorativo e borse di studio.

Come diventare Okupa: cosa bisogna fare?
Per info contattare il Centre Social Autogestionat Can Vies (canvies.barrisants.org).

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