#Mind the gap: cronache di una palermitana a Londra

“A Londra? Sì, Londra! Sapete? Tè, nebbia, Big Ben, cibo di merda, tempo peggio, Mary scassapalle Poppins… Londra!” (tratto dal film “The snatch“)

– I bei tempi in cui pranzavo seduta –

 

È arrivato il momento di affrontare l’argomento che mette d’accordo (forse) tutti: il cibo. Se non siete mai stati a Londra difficilmente potrete capire quanto conti il cibo qui.

Mi sono fatta l’idea che l’economia di questa città si regga in buona parte sull’industria mangereccia. Qui trovate le food chains più disparate, dal ben noto Starbucks a Pret A Manger, alla catena EAT, Caffè Nero, Costa (gli inglesi sono stupidi, pensano che se c’è una parola italiana di mezzo allora sia di qualità, gli strateghi del marketing lo sanno ed ecco fioccare negozi recanti vocaboli italiani!). Oltre a questo, qui a Londra troverete cucine da tutto il mondo: dall’inflazionata cucina orientale (con tanto di quartieri ad hoc: Chinatown e Soho) alla cucina della Papua o Nuova Guinea o chissà quale altra isola sperduta nell’Oceano Pacifico, quasi tutte con formula “all you can eat”, tradotto: mangia fino a sboccare, perché quello che lasci si paga!

Non c’è modo di sfuggire alle cucine del mondo. La città n’è invasa e anche impuzzolita. Ovviamente, abbondano anche i supermarket etnici o macrobiotici (uh, la cucina macrobiotica, ma esiste ancora?), quelli veg, quelli per naturisti pseudocrudisti, quelli per i malati di sushi (esiste davvero, si chiama Japan Center, manco a dirlo, i clienti sono quasi tutti jappi). Per non parlare del Food area di Marks&Spencer e Harrods, roba da rimanerci secchi e senza un centesimo, visto che un banalissimo croissant al prosciutto (o parvenza di esso) e buchi di groviera costa quanto un pranzo completo da “Franco u vastiddaru” (con molta più soddisfazione e meno pititto, lasciatemelo dire). Dopo tutto, cosa aspettarsi da una città dove tutto costa il doppio rispetto al resto d’Europa?

Ma non voglio ammorbarvi con mere questioni pseudo economiche. Piuttosto voglio mostrarvi uno spaccato della mia routine “cibosa”. Prego, entrate pure, mettetevi comodi e osservate una povera ragazza siciliana, terra dove il buon cibo è la cosa di cui si va più fieri dopo la santuzza. La vedete? Bene, quella sono io. Io, povera emigrante di borgata, sono stata allevata a “colpi di pasta e pane” e fino a tre mesi fa non concepivo un pranzo senza l’adorato concentrato di carboidrati e calorie superflue e pane e “companatico”. Giunta a Londra mi fu subito chiaro che i miei giorni da pastivora felice avevano i minuti contati. Dapprima me ne rallegrai, ma alla terza settimana di sandwich e prosciutto e quintali di burro, ho alzato bandiera bianca. Per farla breve, qui i pranzi sono fugaci e frugali, non c’è proprio la concezione del pranzo seduti a tavola; qui, piuttosto, si pranza in piedi o da qualche altra parte che non sia il sacro desco familiare. A mio padre “ci” prenderebbe un colpo di sale a mangiare tutti i giorni panini, ma io sono una tipa che si adatta facilmente e ormai, dopo quasi tre mesi, non ci faccio più caso.

Ma parliamo della tanto bistrattata cucina inglese. Poveri sciocchi, credete che sia solo fish and chips? Be’, no… è molto, molto altro. Se i pranzi sono miraggi, le cene sono invece ricche, sontuose, oserei dire. La cena è il pasto principe e irrinunciabile. I secondi di carne sono un’istituzione: rostbeef, filetto alla Wellington1, curry di pollo (e non pollo al curry, come diremmo noi), jacket potatoes2 (il mio piatto preferito!), roasted chicken, cottage pie3 e fish pie4, e poi verdure, verdure, verdure declinate in tutte le varianti, da bollite a saltate, a frullate a mo’ di zuppone, a fare da contorno a qualsiasi piatto, il tutto innaffiato dalla celeberrima gravy sauce5 che loro usano mettere dappertutto, a poco pure nel latte!

Devo essere sincera, la cucina tradizionale inglese mi ha letteralmente conquistata. La trovo ricca, gustosa e bella da guardare. Ma non c’è solo quella. Gli inglesi hanno la fortuna di vivere in un Paese multietnico, perciò, negli anni, la cucina tradizionale si è unita a quella indiana, araba, messicana, creando un melting pot di gusti e sapori. Insomma, la cucina è la perfetta metafora del vivere all’inglese: di giorno si corre frenetici dappertutto, si mangia per strada, si legge sulle metro, si fa la spesa durante la pausa pranzo. Non c’è tempo. Hurry up! La sera ci si rilassa, si beve un drink, si cena in famiglia, si fa conversazione. E per la serie “miti da sfatare” nessuno qui si ciba di bacon e uova a colazione. Almeno, non in questa famiglia. In compenso, la storia del tea è vera. Esso scandisce tutti i momenti “morti” della giornata e una famiglia inglese che si rispetti non può non possedere un bollitore e una discreta varietà di tea (la “grandma” ci pranza col tea!) accompagnati da dolciumi delle più svariate tipologie. Il mio dolcetto preferito è il bluberry and white chocolate muffin! Nei centri più turistici fioccano i negozi di cupcakes, apple pie e Victoria Sponge6 (più che un dolce un’istituzione!). Per i miei gusti c’è troppa glassa e butter cream, ma gli inglesi ne vanno matti. Ah, poi ci si chiede perché siano obesi. Nel mio caso specifico, il tea delle cinque è anticipato di un’ora, visto che qui alle cinque si cena. Sì, avete capito bene! Però, mi sto abituando anche a quello. Sono ormai come una scimmia ammaestrata, anche se ogni tanto m’acchiana un pititto indescrivibile!
Però, una cosa devo dirla: la cucina di mamma è insostituibile e ovunque vai, qualsiasi cosa mangi, niente e nessuno potrà eguagliarla!

Ah, scordatevi la mafalda o il filone di pane. Solo insulse baguette da supermercato.


1 Filetto alla Wellington: pezzo d’arrosto di manzo ricoperto da prosciutto e pasta sfoglia.
Jacket potatoes: patate cucinate intere nel forno, da servire caldissime ricoperte di burro e formaggio con vari contorni. Unica regola: della patata si mangia tutto, anche la buccia.
Cottage pie: il classico pasticcio di carne ricoperto da pasta sfoglia o brisée o purè di patate.
Fish pie: pasticcio di pesce misto ammorbidito in latte e burro e ricoperto di purè e formaggio.
5 Gravy sauce: salsa densa, ricavata dal fondo di cottura dell’arrosto con aggiunta di burro e farina. Da servire nella classica salsiera.
6 Victoria Sponge: dolce amato dalla Regina Victoria, ideale col the delle cinque. Pan di spagna farcito di marmellata di lamponi e crema alla vaniglia. Bomba.

5 thoughts on “#Mind the gap: cronache di una palermitana a Londra

  1. “all you can eat”, tradotto: mangia perché quello che lasci si paga: c’è anche qui, l’hanno portata i Giapponesi! =)

  2. Bel post, Rosita! Ero convinta che il pasto più importante per gli Inglesi fosse proprio la colazione, non mi aspettavo il momento della cena (anche se è spiazzante che avvenga alle 17.00 O__O). Io dopo tre giorni di sendwich avevo la nausea =( per quanto riguarda il pane, non so se i Francesi debbano ringraziare i Siciliani o piuttosto il contrario…fatto sta che il pane è cultura di popoli che sono stati a strettissimo contatto, infatti a Parigi mi hanno detto che c’è una foltissima scelta di pane, forse più che qui in terra sicula. Sono curiosissima di assaggiare un po’ di cibo inglese…mi viene voglia di partire! =)

  3. Verissimo, mai visto così tanto pane come a Parigi! Cmq, vorrei precisare, solo qui si cena alle cinque, credo o voglio sperare che in altre famiglie si ceni ad orari “cristiani” ! Xd 4

  4. I secondi sembrano parecchio appetitosi!Ho quasi avuto la sensazione di assaggiarli con il tuo articolo! ;) ma per i contorni “accucchiassi trunzi di malafiuri!!” ………

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