Storytelling – Un cavallo di nome Palermo

Ai Quattro Canti c’è puzza e sole la domenica. Io non la sento, nel piscio ci inzuppo gli zoccoli per il 90% della mia vita. Perché quando piove troppo non si esce a Palermo e la stalla è più o meno cinque metri quadrati in lunghezza. Menomale che dormo in piedi.
Io non lo sento che c’è puzza, ma lo vedo nelle facce della gente che vorrebbero avvicinarsi a noi e non lo fanno per lo più per via del tanfo. Non per la vecchia storia che i cavalli scalciano o mordono, ormai… non ci sono più denti per mordere e zampe per scalciare, ma solo muscoli per traghettare stupidi turisti pesanti da un punto all’altro del centro storico.
Le persone ci guardano da almeno 2-3 metri di distanza; incuriosite se sono turisti che credono di essere tornati nel fascino del medioevo; sdegnate se sono siciliani snob; preoccupate se sono come quella rossa che guarda insistente. Non è vegana o vegetariana; solo non le sembra giusta la mia vita, credo. C’è passata spesso questo ottobre ai Quattro Canti a piedi e ogni volta vorrebbe toccarmi o dire qualcosa. Ma si frena. Forse non le piace il cappellino fru fru che mi hanno messo in testa, incastrato tra un orecchio e l’altro. Diceva al suo ragazzo domenica scorsa qualcosa sul pennacchio colorato che pare trapanarmi le carni in mezzo alla criniera. Guarda e passa e osserva la zampa di dietro che piego per riposarmi tra una trottata e l’altra in via Maqueda. Guarda la sacca di plastica in cui caco quando la stoppa di paglia che mi infilano su per il culo non tiene più, dopo sette ore che sono fuori.
I paraocchi che mi dimezzano la vista non sono più un problema, che ormai c’è il traffico, che noi animali siamo superati come mezzi di trasporto e come compagni di vita, se non di sollazzo, si sa dalla rivoluzione industriale in certi mondi. Quello che non sopporto è quel porco che con noi ci fa i soldi come fossimo arredamenti old style di città. I turisti pagano, io marcio e lui intasca.

cavalli bardatiNoi cavalli la domenica col sole in centro facciamo da apripista del Massimo e degli angoli di via Maqueda. I turisti ci usano, come il nostro negriero.
Poi la notte è sempre e solo con lui che torno “a casa”. Non una carezza, mai zuccheri e carrubbe, solo spintoni quando di camminare non me la fido più manco per gli ultimi dieci metri che mi separano dalla stanza-stalla che “ho” a Ballarò. Sfinito, dopo una giornata a non mangiare. Dopo chili di bava rappresi nel bavaglio che usano per tirarmi con le redini, per farsi obbedire attraverso la mia bocca martoriata. I denti mi cadono mentre bevo acqua lorda dopo otto ore di monta & carretto.
Il training a villa Giulia coi bambini si poteva fare. Qua sale il pacchione di 98 chili e io muto devo stare. Nitrire è maleducazione. Il mio padrone però può sputare a terra quando vuole. Alla fine, quindi, se a un certo punto della giornata mi cola la bava dura a terra pure a me perché non la posso più ingoiare di quanto è calda e rappresa di sete …non ci fa niente.

Lei, la rossa, viene da “Le vie dei Tesori”, la città è in fermento a ottobre, c’è vita di gente meno snob e più interessante a un certa ora della domenica. Quando gli stronzi restano a casa a ruttare cipolla della sera prima, lei va alle “colazioni col professore” per sentire che Palermo ha speranze, e mi guarda e si chiede a voce alta che cosa si dovrebbe fare per noi.
Oggi dice che non può venire a vivere a Ballarò, perché altrimenti dovrebbe denunciarli tutti questi stronzi, aprire le finte-stalle, fare qualcosa e non comprare i tappi per le orecchie per non sentire i nitriti o abituarcisi come quegli altri là. Vorrebbe fotografarci, denunciare. Ma pensa che se nessuno ha fatto niente, è perché c’è la mafia dei cavalieri (e non dei cavalli) dietro, e siccome lei parenti in alto non ne ha, a lei la macchina gliela bruciano sicuro. Ma non si dà pace ogni fine settimana, anche se tra poco pioverà e Le vie dei tesori finiranno e ci vedremo di meno.
Come mi chiamo non lo sa, se lo chiede e io vorrei dirle che non mi chiamo. E che niente. Niente Noemi. Dammi solo una carezza sulle mosche, sulla bava, e prega perché stanotte io sia troppo vecchio per correre in via Basile. E scusami se ti piscio accanto ma, a forza di trattenerla, la prostata ce l’ho lenta, enorme per quanto possa essere di un cavallo.

One thought on “Storytelling – Un cavallo di nome Palermo

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.