Come va a finire (seconda parte)

Segue alla prima parte

Il sig. Massimo pensava ad una soluzione, sempre più insistentemente. Agosto era alle porte. Gli cominciò a frullare in testa che Birillo, essendo un cane, meritava una vita più libera, primitiva. Era abbastanza robusto da cavarsela da solo, in fondo in natura i lupi non hanno mica bisogno dell’uomo. Ne parlò con la moglie che non era convinta: «È illegale, rischi grosso!» gli diceva, preoccupata per il marito piuttosto che per il cucciolone. Il sig. Massimo ragionava e passeggiava. Una sera decise. Non disse nulla alla moglie e al figlio. Mise il guinzaglio a Birillo che forse pensò di aver ottenuto finalmente una piccola passeggiata, e si fece addosso per l’emozione. Il sig. Massimo lo mise in macchina come ai vecchi tempi e prese strade sempre più buie e sterrate. Birillo era ignaro e felice, annusava l’aria proveniente da una fessura del finestrino, che lo pungeva di mille odori a lui sconosciuti. Una frenata, una manovra e poi Birillo era giù, senza più nemmeno il guinzaglio.

Birillo capì, forse, quando la macchina tornò indietro da dove era venuta e la polvere si alzò. Rimasto solo al buio più nero, neanche i bagliori della vicina città facevano una sufficiente luce. Rimase lì fermo, coda tra le gambe, aspettava. Si addormentò sul ciglio della strada. All’alba del giorno dopo Birillo si svegliò sentendo un’auto che rombava in lontananza; alzava una gran polvere, quando passò vicino a lui, rallentò fino a quasi fermarsi. Birillo scattò sulle sue zampe, guardò la macchina voltando soltanto il muso, in una rigidità posturale da sconfitto, come se chiedesse aiuto, come se volesse un passaggio. La piccola utilitaria improvvisamente continuò la sua corsa accelerando. Altra gente che in quella mattinata passò di lì aveva un motivo o una scusa per non fermarsi: c’è chi era lì in vacanza e non voleva guastarsela, chi non aveva sufficiente spazio, chi aveva già tre cani, trovatelli anche loro, decisamente troppi per un appartamento, chi immaginava che il proprio gatto non lo avrebbe accolto, chi era solamente infastidito per il solo fatto di dover scansare un ostacolo in quella già abbastanza stretta trazzera di campagna.

Al pomeriggio Birillo era semplicemente uno dei tanti cani abbandonati che corrono sul ciglio della strada, quelli che sono “colpevoli” di essere stati adottati dalle persone sbagliate, che hanno gli occhi incredibilmente espressivi, tristi, il nostro cuore si stringe al loro passaggio, ma non abbastanza da spingerci a soccorrerli. Succederà ogni estate, nonostante le mille campagne contro l’abbandono, nonostante gli illustri testimonial, nonostante i consigli “I cuccioli non sono un regalo di Natale!”.  Birillo infatti non era il solo cane abbandonato in zona, e dopo un po’ di strada si trovò in ottima compagnia. L’immondizia ricopriva le strade di un paese nei dintorni di Palermo, l’azienda municipalizzata ufficialmente era in sciopero, ufficiosamente in vacanza anticipata. I cassonetti però non erano pozzi senza fondo, e dal cumulo in cima straripavano eruttando come lava sacchetti di ogni colore e dimensione, sino ad invadere mezza carreggiata. L’odore che esplodeva al sole cocente di agosto era un forte richiamo per l’olfatto di tutti i cani affamati della zona. Birillo incontrò per primo un altro cane intento a trascinare via un sacchetto, che poi con una zampa tenne fermo mentre coi denti dilaniava il nylon nero. Appena aperto il sacchetto disseminò il suo contenuto per strada, quindi fuggì poco distante con gran parte del bottino, avanzi di pizza. Birillo raccolse senza pensarci due volte una crosta di pizza, e la divorò avidamente. Non passò molto tempo quando un branco di cani, capeggiati da una grossa cagna dal pelo ormai non più bianco, spuntò da un angolo a reclamare il territorio. Correvano, abbaiavano; tra loro, a chiudere le fila, anche qualche cane decisamente di piccola taglia, ma non meno aggressivo e territoriale. I due ultimi arrivati, Birillo e il ladro di pizza, furono costretti a spendere più energie di quante acquisite con il magro bottino appena rubato.
Si ritrovarono soli, impauriti, disorientati dal traffico di una superstrada vicina, poi rifugiati in un’altra trazzera di campagna quasi deserta. Su quella strada non passava quasi nessuno, c’erano delle case qua e là, tanto caldo, sole e cicale che cantavano sino ad ipnotizzarli, a scandire il tempo che passava e l’inutile ricerca dei due cani di una pozza d’acqua, difficile da trovare nell’arida terra che si presentava loro, florida soltanto dietro ai cancelli delle ville che incontravano.

Passò del tempo, interminabile, breve.
Birillo cedette per primo, si addormentò all’ombra di un mandorlo, unico albero in zona, il suo compagno lo seguì un metro più distante. Semplicemente il tempo passava e i due non si resero nemmeno conto di morire.

Rimasero giorni lì a “riposare”, le poche automobili passanti non si fermavano. Poi i due cadaveri cominciarono a puzzare tremendamente, i musi tirati mostravano le bianche dentature da cuccioloni cresciuti, una finta espressione aggressiva. Le auto che passavano di lì si limitava00no a chiudere i finestrini ed esclamare “Che puzza!”, e i due cadaveri erano sempre più incartapecoriti attorno alle ossa e ricordavano con il loro sgradevole odore i delitti commessi dai loro padroni.

Erano ancora lì da qualche parte, nella forma di qualche osso schiacciato, quando, un anno dopo la loro morte, Tatoo (che non si chiamava ancora così) legata con un nodo scrorsoio che fungeva da collare, cercava cibo nella stessa trazzera. Era stata abbandonata probabilmente perchè incinta, lei che era un cane da caccia non era più nelle condizioni di procacciarsi il cibo. Visibilmente denutrita chiedeva passaggio alle poche auto che passavano da quella strada. Ed ecco che la storia di Birillo si incrocia nuovamente con la mia e con quella di Tatoo. Quando la vidi mi fermai lì per darle del cibo che avevo in macchina, anche io avevo una scusa per non prenderla con me, anzi più d’una: «Sono in vacanza… non posso occuparmene! E poi abbiamo già un gatto». Una volta aperto lo sportello, però, Tatoo si infilò in auto, approfittando della situazione, e si accucciò ai piedi del lato passeggero. Qualche giorno dopo, con l’aiuto di qualche amico, aveva trovato una nuova “mamma” e un destino migliore. Oggi Tatoo è viva, un raro e fortunato caso, al contrario di Birillo che è ancora lì assieme al suo compagno e altri migliaia di cani abbandonati che hanno trovato lo stesso triste destino, regali di Natale, cuccioli cresciuti troppo o semplicemente cani sfortunati.

Ecco come va a finire

(ATTENZIONE: immagini crude, che mostrano i cadaveri di due cani abbandonati, con una storia probabilmente simile a quella raccontata, non continuare se pensi che possano disturbarti, il fine è quello di dimostrare che la storia è verosimile, e che un cane abbandonato, contrariamente a quanto si possa pensare, non è in grado di sopravvivere né in ambiente urbano né in campagna, ma è destinato a fare una fine simile a quella raccontata)

birillo

 birillo2

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