I miti e le parole: come ti nobilito Cosa Nostra

Il mito è storia prima della storia, racconto atemporale sui rapporti di causa-effetto del reale. Perché nasca un mito non è necessario vivere sprofondati in un medioevo dello spirito, in un tempo, cioè, che non permette di distinguere con certezza e scientificità ciò che è causa effettiva di un evento da ciò che è soltanto una causa immaginata. Ogni tempo e ogni realtà umana possiedono i propri miti: stato, chiesa, famiglia, individuo, capitalismo, comunismo, femminismo, polizia di stato e mafia hanno i propri miti. Ma i racconti sulla nascita di un determinato fenomeno generalmente sono quelli più avvincenti e affascinanti. In una certa misura, i creatori del mito immaginano che quanto si è verificato agli albori rispecchi le qualità costitutive del fenomeno, qualità che da quel momento in poi si dispiegheranno in maniera costante nel reale. A determinate premesse corrisponde un determinato svolgimento dell’evento stesso. Per renderci conto di questo meccanismo vi racconterò un mito:

Tanto tempo fa, in un’isola persa tra il blu di un mare selvaggio e il giallo di un sole feroce, visse un popolo che non avrebbe chiesto nulla di meglio se non di vivere, respirare e amare in santa pace sotto i cieli d’incanto della propria terra. A quel tempo, però, la maggior parte degli isolani era oppressa dalle angherie e dalle ingiustizie dei propri signori. La violenza era all’ordine del giorno e la vita di un uomo comune valeva meno di niente. Gli abitanti dell’isola piangevano lacrime amare e pregavano che fosse assegnata la giusta pena ai fautori di così grandi violenze. Dopo anni e anni di lacrime e sangue accadde l’impensato, la preghiera fu esaudita. I ricchi e potenti signorotti di quella terra feconda sparirono e vennero puniti in maniera esemplare. Lo stupore del popolo fu grande, ci si chiedeva come fosse accaduto ciò. Tutti erano certi che non potesse essere stata opera di un singolo, d’altronde sarebbe stato impossibile schierarsi da soli contro uomini così tanto potenti a meno di non essere altrettanto ricchi e potenti. Ma quale uomo benestante avrebbe aiutato spontaneamente il popolino? Nessuno. Doveva essere opera di popolani di particolare ingegno uniti da un superiore ideale di giustizia: vendicatori, uomini d’onore, santi, cavalieri… “I Beati Paoli!” questo fu il nome che iniziò a circolare tra la gente.

Immagine di un tribunale dei Beati Paoli

Immagine di un tribunale dei Beati Paoli

Centinaia di anni dopo, il nome dei Beati Paoli tornò sulle bocche di tutti. Potenza di un nome! Potenza del mito! Mafiosi e collaboratori di giustizia nelle proprie deposizioni hanno accennato più volte ai Beati Paoli. Da questa setta segreta Cosa Nostra avrebbe mutuato i propri rituali di iniziazione e (a detta degli appartenenti all’associazione) anche i propri ideali. Per fare solo un esempio, Tommaso Buscetta rivelò dinanzi al giudice istruttore Giovanni Falcone quel che gli avevano insegnato i maestri che lo iniziarono ai segreti di Cosa Nostra con le seguenti parole: «Mi hanno detto che essa era nata per difendere i deboli dai soprusi dei potenti e per affermare i valori dell’amicizia, della famiglia, del rispetto della parola data, della solidarietà e dell’omertà»1. I mafiosi, dunque, si rappresenterebbero come epigoni dei giustizieri del mito o addirittura come continuatori di quell’antica setta (vera o immaginata che sia).

I mafiosi: giustizieri, uomini d’onore, seguaci di ideali alti. Purtroppo, poi, la differenza che passa tra mito e storia, tra racconto e cronaca inchioda i fatti all’evidenza. I Mafiosi? Affaristi senza scrupoli, trafficanti di droga, feroci assassini, seguaci del proprio interesse personale. È bello e rassicurante credere nei miti, ma è sempre un bene?

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