Omicido Montana: morte e funerali di Salvatore Marino

«Cos’è la Chiesa senza il male?» (Leonardo Sciascia)

funerale marinoAncora ve lo devo dire? Mi chiamo Salvatore Marino, sono nato a Palermo, sono dello Sperone. Sono un calciatore, uno bravo. Il mister mi dice segna ed io segno, mi dicono fai questo ed io lo faccio. Sempre ho fatto quello che mi dicevano di fare. Poi viene l’estate e faccio pure le immersioni.  Senza bombole commissario, lo vede che sono forte, io ho fiato da vendere. Mi chiamano Big Jim come la bambola, il mascolo però.
Ancora? Ma come ve lo devo dire in arabo? Mi chiamo Salvatore, solo a pallone so giocare. I soldi? Me li diedero per fare goal, io a Pinuzzo Greco non lo conosco, io mai gli telefonai per dirgli che il commissario Montana era a mare. Ma perché è così buio, finalmente lo avete spento quel maledetto faro, mi stavate annorbando, lo avete capito che non so niente di niente. Io sono pulito. Sì ma ora accendete la luce sono stanco, voglio andare a casa. È stretto questo posto, è freddo, la mia gola, le mie braccia mi fanno male, ma che mi avete fatto?
Non posso muovere le gambe! No! Io ho bisogno delle gambe mie, sono la mia vita, il mio futuro.
Mi sento pesante. Perché si muove questa stanza stretta, dove sto andando, sento voci, voci di fuori, voci di dentro Signore mio sto impazzendo. Signore aiutami tu. Questa non è una stanza… noooo.
“L’uomo onesto anche se muore giovane ha una sorte felice”.
Ma chi è che dice queste minchiate? Che se solo potessi uscire da questo legno una cosa gli direi a questo con la tonaca e lui lo sa. Questo che si dice uomo di pace e della volontà di Dio – che la rovina viene dal marmo degli altari e delle balate del cimitero. Ma che dici parrino, io voglio vivere, io voglio i miei amici, la mia zita, io voglio la mia maglia quella con il numero quattro. Il mio pallone.
Ancora parla quello che se rompo il legno gli mangio il cuore. “La sua esistenza piace al Signore che lo toglie in fretta da un ambiente malvagio…” .
Io qua voglio stare, voglio il mio mare, non questa onda che mi sta trascinando. Sento grida, piangono, urlano, ma io non posso fare niente, niente. Sono in panchina. Sono in fondo al mare. Non sono le voci dello stadio. È l’ultima partita, zitto parrino ci rivediamo all’inferno, dove né la tua tonaca né la mia bara bianca inganneranno nessuno.
“A che cosa serve la confessione se io non mi pento” (Il Padrino parte III)
di Adele Musso

L’arresto di Salvatore Marino
Subito dopo l’omicidio del commissario Montana (25/7/1985), qualcuno aveva avvistato una Peugeot 205 rossa a Porticello. Non era rubata, apparteneva a una famiglia di pescatori. Si chiamavano Marino e vivevano nella borgata di Sant’Erasmo. Uno di loro faceva il calciatore. Era fortemente sospettato di essere un fiancheggiatore del commando.  Salvatore Marino si presentò alla questura il giorno dopo accompagnato dal suo avvocato. Fu immediatamente interrogato. Gli chiesero dove si trovasse la sera di domenica 28 luglio. Rispose: «In piazza a Porticello, con la fidanzata, a mangiare un gelato». Gli chiesero da dove provenissero i soldi trovati in casa. Rispose: «Dalla mia squadra». Ma i dirigenti della società lo smentirono: mai dati soldi in nero. Gli chiesero chi fosse la sua fidanzata. Rispose: «La figlia di Antonio Orlando». Ma questo era l’ultimo uomo ad aver parlato con il superpoliziotto. Il fermo del calciatore fu confermato fino al mattino seguente. Durante la notte però gli uomini di Beppe Montana ci vollero vedere più chiaro. Andarono a prelevare Marino nel carcere. «Ora te lo facciamo vedere noi chi comanda!» e gli mostrarono i soldi e e cominciarono a percuoterlo. «Ti piace fare il sub?» e gli spararono in bocca acqua di mare. Per tutta la notte Salvatore Marino fu torturato. Acqua salata e botte. Alle luci dell’alba era ridotto un cadavere. Nessuno sarebbe più riuscito a rianimarlo. I poliziotti consegnarono il corpo esanime di Marino a una «volante» della polizia, e questa, ignara dell’accaduto, lo trasportò in ospedale. Dissero di averlo ritrovato sull’arenile di Sant’Erasmo, la faccia orrendamente tumefatta e il corpo straziato. Sul braccio c’erano segni di denti umani. Scoppiò lo scandalo. I funerali di Beppe Montana e di Salvatore Marino nella Chiesa di S.Teresa della Kalsa. In questo clima si celebrarono i funerali. A Palermo, per il saluto estremo a Beppe Montana, partecipò poca gente. Si rese irreperibile anche il cardinale Pappalardo. Al funerale di Salvatore Marino, invece, c’era una folla sterminata. C’erano i compagni di squadra, le bandiere nerazzurre e gli amici. Cinquanta corone di fiori circondarono l’appartamento dello Sperone. Sotto una pioggia di applausi, i «picciotti» trasportarono il feretro bianco in piazza Kalsa, quartiere d’origine dei Marino, dove i sigarettai, i fruttivendoli, i venditori di musso, i pescatori di riccio si fermarono un istante urlando di commozione. La gente affacciata alle finestre chiamò il nome di Salvatore, scandendo incitamenti come se il ragazzo fosse lanciato a rete in un campo da calcio.  Qualcuno gridò «poliziotti assassini».
Al santuario di Santa Teresa alla Kalsa, il carmelitano scalzo Mario Frittitta lesse, dal libro della Sapienza (Antico Testamento): “L’uomo onesto, anche se muore giovane, ha una sorte felice. Chi si rende gradito a Dio, da cui è amato e, se vive in mezzo a gente cattiva, Dio se lo prende e lo fa vivere altrove. La sua esistenza piace al Signore che lo toglie in fretta da un ambiente malvagio. L’uomo onesto che muore è condanna per i cattivi che restano in vita. Essi diventeranno un cadavere spregevole: tra i morti saranno sempre oggetto di scherno. Perchè Dio li schianterà giù a capofitto e non potranno dire una parola. Sarà un disastro per sempre: si troveranno in mezzo ai dolori e nessuno si ricorderà di loro. La sua spada divorerà, si sazierà e si ubriacherà del loro sangue” (profeta Geremia).
di Giorgio D’Amato
– Tratto da Apertura a Strappo

4 thoughts on “Omicido Montana: morte e funerali di Salvatore Marino

  1. RITENTO:
    Bellissimo il pezzo, pesantissima la necessaria cronaca.
    I poliziotti che di fronte al corpo morto di Beppe Montana agiscono così…. “oggi” o “ieri”? Oggi E ieri.
    E’ una cultura di un certo tipo quella che porta a questo, e non è ultura della legalità. Sì, la legge del taglione. Antica. Ma anacronistica, pure. Questa è cultura della paranoia, dell’immobilismo. Questa che non rafforza il senso di responsabilità, che non chiede facendo come i pazzi di essere tutelati e si fa “giustizia” da sola, ritenendo che QUESTA sia la giustizia. E perchè? TU chi sei? Secondo quali principi? No, va bene, per rispetto a Beppe Montana non chiamiamola “cultura mafiosa”, facciamolo per lui. MA non applaudiamo. Non giustifichiamo nessuno. Pensate a Cucchi, a questo ultimo ragazza di cui si legge in questi giorni. Pensiamo a DIAZ e a noi, a quando noi riusciamo a trovare il tempo, le energie e la voglia per manifestare per qualcosa in cui crediamo (ché già credere oggi è un “miracolo”).
    Questa è cultura della frustrazione, dell’odio, della rabbia, della crisi, della secolarizzazione, dell’immobilismo, della morte.

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