Life vs. Food?

 

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Ora, se non avete già smesso di leggere per svuotare il frigorifero, sapete cosa mi è stato sparato in faccia in un adorabile ristorantino rustico di Marineo bello di per sé anche senza D-max: duemila fettone di carne+formaggicipolle&salsinevarie. E diciamo che, una volta ogni due mesi che vado a mangiare fuori, ritrovarsi a guardare quelle e non il cosciotto di vero maiale al brandy sul mio piatto impone qualche riflessione di un certo peso.
In realtà, anche il fatto che il “buon” Mengacci della domenica nel villaggio, a confronto con questo suinide americanoide, passi per un pivello di altissima classe impone grosse riflessioni. 

Un attimo però. Prima di continuare, puntualizziamo che non peso 40 chili, che ho una quinta di tette e un culo sustanziusu; che spesso mangio perché mi piace; che mio nonno ha un ristorante e in questo preciso istante sta inondando la cucina di casa di dolcetti vari; che mia nonna ha la circonferenza di una sedia in legno massello e la amo anche per questo. Non sono una moralista della dieta intransigente, ecco. Eppure mi chiedo: qual è il senso di programmi che incitano ai festini papilliferi e all’ampliamento senza fine del girovita-girotette-girocoscia-giroculo?

Man vs. Food

Man vs. Food

No, perché in tv da un lato sento parlare di crisi, di guerre, di ebola, di avveniristici portacellulari da mare, di vuoto, di depressioni e suicidi, di infelicità… Dall’altro, quasi per coerenza catartica da lavata di coscienza, incoccio un programma in cui si afferma con ridente forza che “ci vuole davvero coraggio” a mangiare “3 chili e mezzo di hamburger che sfamerebbero 8 persone” e, il giorno dopo, una pizza da 76 cm e 5 chili di peso, con fette grandi quanto una testa ripiene di carne, e poi ancora 180 ostriche, wurstel da 1 metro, “un burrito della stessa lunghezza e dello stesso peso di un neonato”, una omelette da 12 uova, per un peso totale di oltre 2 chili.
“Per vincere devo ingoiare una valanga di uova, una notizia che non fa molto piacere a chi le uova deve farle” dice il possente, eroico e felice mangiatore, Adam grassoqualcosa.
Sono “sfide per uomini veri” che sudano carne, urla il pubblico in delirio.
Qui “stiamo facendo la storia!” ribatte sorridente tra il suo fiero lardo suicida il protagonista.
E sullo schermo effluvi di bistecche, panini da mezzo chilo, formaggio in crema, chili …che il nostro pane ca’ meusa a confronto è uno spuntino mattutino da dilettanti.
Attorno, ovviamente, tutti felici, sguazzarianti e mollicci dentro il mito dell’adorabile sarcasmo americano che auto-prende per il culo i suoi difettucci (tipo l’obesità) rinfocolandoli con gioia.

Cibo è bello, grasso è bello, magro è bello, cibo e dieta, dieta e cibo, alternanze folli per UOMINI VERI, pura estasi sessuale, godimento assoluto e… depressione. No! Ma che dici? Chi se ne fotte se ti vengono mille patologie cardiache, se soffri di apnea notturna, se il tuo pene è coperto da strati di pinguedine e resta ormai invisibile anche in erezione, ricoperto dalle 87 pieghette della tua pancia?

Diciamo, ecco, che l’ingenuità non ha mai fatto bene a nessuno.
Qui non c’entra la poetica decadente delle “nostre” “grandi abbuffate”.
Né ci credo che oggi, con
(a) orde di D.S.M., psicologi e psichiatri impegnati a spiegarci perfino su Tgluna quali sono le funzioni psicologiche e patologiche del cibo;
(b) una serie di patologie-da-grasso/non-grasso che inondano i Ce.di.al e gli ospedali (senza contare le cliniche specializzate in liposuzioni e chirurgie estetiche da smagrimento, perfino della vulva)
…certi programmi siano di mero, adorabile, sarcastico, sano, libero, intrattenimento.

Sappiamo tutti, penso, che il nutrimento (sì, anche le stigghiola, le puntine di maiale e la pasta al forno), lungi dall’essere un mero sostentamento per non cogliersela, riveste molteplici significati emotivi, affettivi, relazionali, sociali: esso è l’attività primaria dell’homo sapiens, ciò che lo accompagna per tutta la sua esistenza psico-biologica. E non sembra (o forse evitano di dircelo), ma diciamo che il “mangiare emozionale” e il “cibo-antistress-polivalente” sono una malattia, che l’obesità è una grave malattia.
Poi potremmo dire anche che uccidere mucche per fare programmi simili è un abominio che esula dal mero sostentamento e perfino dal godimento alimentare. Che pagare gente per fare programmi simili è una beffa a Gaza e ai barboni che vivono non per scelta sotto i portici di Palermo. (Queste riflessioni le lascio ai miei amici vegetariani e a qualche altro post.)

Eppure, dal 3 dicembre 2008 gli ideatori di “Man vs. Food” ci torturano o cullano (a seconda delle opinioni) il cervello e la lingua con 85 puntate di iperamericanismo diseducativo in cui la felicità sta ne “L’olimpo delle abbuffate” o ne “La mecca della mucca”.
Ad maiora.
E ok, non facciamo di tutta l’erba un fascio, ma se fosse tutto rose e fiori non credo che il pimpante Adam Richman, dopo bisunti guadagni-da-abbuffata, si sarebbe messo a dieta dichiarandosi infelice, malato e bruttarello. Ora, con 30 chili in meno, lui che può permettersi le diete dei miracoli coi soldi della tv, posa nuovamente felice e nudo qua e là. Ma… se lo dice lui, allora forse il cibo per come ce lo spiattellano sotto il naso questi programmucci da lauti milioncini ha davvero usi favolosamente auto-distruttivi?

P’una manu io, mentre scrivevo questo pezzo, ho mangiato una cotoletta.
…Panem et circenses. I romani la sapevano lunga.

Diciamo, ecco, che io a ‘sto punto cambierei canale.

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