Storytelling – Il Giudice Cazzilla

di Pigi Arisco

Ci sono donne imprigionate dalle mura domestiche, ci sono donne imprigionate dentro un burqa dalle credenze religiose. Ci sono donne imprigionate in un carcere. Ci sono donne che nascono in una prigione. La storia che sentirete vi presenterà una donna nata in una prigione da cui non potrà mai uscire, e la sua pena è resa più dura dagli infiniti sguardi carichi di pregiudizio.

Quel giorno l’integerrimo Giudice Armando Cazzilla andò in tribunale presto, lo attendeva una giornata veramente pesante. Era sempre pronto ad affrontare la fatica del lavoro, ma non era preparato a quello che sarebbe successo alla prima udienza della giornata. Appena entrò l’imputato, rimase infatti senza fiato. Era Astutillo, Astutillo Gebbia. Non poteva sbagliarsi: gli occhi scuri, la faccia truce…
Astutillo era il suo amico d’infanzia, che ci faceva in un’aula di tribunale? Lo sapeva in un manicomio per sempre. Si impegnò comunque ad affrontare l’udienza con tutta la professionalità di cui andava fiero. La cosa gli venne abbastanza semplice visto che Astutillo non sembrava averlo riconosciuto. L’aveva combinata grossa: era stato protagonista di una rissa in taverna e, come se non bastasse, al momento dell’arresto aveva pure vomitato sui quattro agenti che cercavano di bloccarlo. Avrebbe dovuto condannarlo, ma – diamine! – era Astutillo. Avevano passato l’infanzia insieme, non poteva sbatterlo in galera!
Così fu. Cazzilla emise il suo verdetto di assoluzione.

La giornata continuò faticosa come sempre. Sulla strada di ritorno, mentre dedicava le sue attenzioni alla fantasia di lui che frustava il culetto di una ragazzina con lo spinello in mano, Astutillo arrivò alle spalle, lo afferrò con entrambe le braccia e lo sollevò da terra.
“ARMAAAANDOOOOOOO!” la voce di Astutillo era forte e roca, il suo odore era nauseabondo, i suoi vestiti erano uno strazio, ma era il grande Astutillo e Armando fu felice di quell’incontro.
“Astutillo, che piacere vederti! Non ci siamo più visti da… ehm…”.
“Sì, è vero, da allora. È stato un periodo di merda, ma adesso finalmente sono fuori. Dobbiamo festeggiare, ti offro da bere”.
Armando accettò solo per allontanarsi il più possibile dal tribunale. Avrebbe tenuto compagnia ad Astutillo per un po’; poi, con una scusa, si sarebbe defilato.
Arrivarono alla Taverna Rossa, Astutillo entrò, prese al passaggio una bottiglia vuota posata sul bancone e si diresse in fondo. Riempì la bottiglia, ruttò, scorreggiò ed infine si diresse verso Armando che lo aspettava sull’uscio con le gambe tremanti ed una espressione di autentico terrore in volto. Avrebbe voluto correre via a gambe levate.
Astutillo era un gigante di un metro e novanta, Armando un piccoletto occhialuto e decisamente magro.
Astutillo lo trascinò al tavolo, gli versò del vino e lo guardò dritto negli occhi. Armando, durante il tragitto verso la taverna, era assolutamente sicuro che mai e poi mai avrebbe toccato una sola goccia di alcool. Dopo un paio d’ore i due cantavano a squarciagola in piedi sul tavolo.

Ad un certo punto, la vide. Attraverso il vetro della taverna, era comparsa solo un secondo prima alla sua sinistra e già stava scomparendo per sempre alla sua destra. Armando non era tipo da correre dietro alle donne per strada, ma aveva già dimostrato in passato che sotto l’effetto dell’alcool era capace di dire e fare qualsiasi cosa.
Scese dal tavolo con un balzo e si lanciò all’inseguimento della bella. Durante la corsa si rese conto che se le fosse piombato alle spalle, ansimante per il fiatone, come minimo avrebbe rimediato un gran bel calcio al basso ventre. Rallentò e cominciò a seguirla a pochi metri di distanza. Cominciò a respirare con il naso ed espirare con la bocca, come gli avevano insegnato durante le ore di ginnastica a scuola. Il risultato fu che la ragazza cominciò ad accelerare il passo. Armando capì che l’avrebbe persa per sempre e gridò. “NO! Non andare ti prego… non sono quello che credi!” l’ultima frase la disse implorando, con la gola strozzata e la voce tremante di chi sta per scoppiare in un pianto a dirotto. Evidentemente era cominciata la fase calante della sbornia.
La ragazza si fermò, non si voltò, rimase in piedi di spalle ad ascoltarlo.
“Sono un uomo perbene, non un maniaco in preda ad un raptus. Non ci crederai, ma di mestiere faccio il giudice. Io i maniaci li metto in galera… Ti ho visto passare ed era come se vedessi una donna per la prima volta in vita mia. Il respiro mi si è bloccato, tutto è diventato più nitido, ed un formicolio mi ha preso tutto il corpo fino ai polpastrelli. È una sensazione che non ho mai provato, è piacevole, ma al tempo stesso orribile e spaventosa. È come stare sospesi su di un baratro e non sapere se e quando ti lasceranno cadere. Sento che se non cambia qualcosa tra noi rimarrò in questo stato per sempre. Non ti chiedo nulla di particolare, ti prego, ti supplico, ho solo bisogno di sapere il tuo nome”.
Era proprio vero, sotto l’effetto dell’alcool sapeva dire e fare cose che non credeva possibili.
La ragazza disse solo: “Seguimi” e si infilò nel vicolo buio che aveva sulla destra.
Armando la seguì. Una volta entrato nel vicolo fu sbattuto al muro con forza, capì di essere caduto in una trappola. Nel giro di qualche secondo si sarebbe preso una coltellata in pancia per i quattro spiccioli che aveva nel portafoglio, aprì la bocca per implorare pietà e sentì una lingua morbida riempirgli la bocca.
Sembrava che una cascata di miele gli fosse finita in bocca, quella lingua calda e umida depositava gocce di miele in ogni angolo della sua bocca.
In piena estasi erotica non si accorse che la ragazza gli stava sbottonando i pantaloni, solo quando la lingua di miele lasciò la sua bocca, si accorse di essere nudo dalla cintola in giù.
La ragazza si inginocchiò, Armando chiuse gli occhi.
Prima fu il caldo secco dello scirocco sahariano, poi le piogge calde e torrenziali della foresta amazzonica ed infine uno stormo di farfalle cominciò a svolazzargli intorno al basso ventre.
Allargò le braccia con i palmi rivolti verso il muro, si aggrappò con le unghia, aveva la sensazione che da un momento all’altro sarebbe decollato come un razzo ed effettivamente, anche se il corpo rimase lì, il cervello in un attimo raggiunse i confini dell’universo.
Poi, finalmente, Armando riuscì a respirare. La ragazza, ancora in ginocchio, disse: “Mi chiamo Maria”. Si alzò, gli arruffò il riporto dei capelli sorridendogli, si girò e andò via.
Armando avrebbe voluto chiamarla, implorarla, prometterle il mondo intero; avrebbe voluto chiedere di sposarlo lì su due piedi, si sarebbe persino tagliato i polsi per lei… ma non riusciva a muoversi, con le dita sanguinanti conficcate nel muro, i pantaloni calati ed in faccia la tipica espressione ebete dell’uomo soddisfatto.
Fu lo sghignazzo stridulo di un barbone a destarlo da quello stato di beatitudine. Si rivestì, prese la via di casa e durante tutto il tragitto ripeteva ossessivamente il nome di quell’angelo incontrato nel vicolo:
“Maria, Maria, Maria, Maria, Maria, Maria…”.
Com’era prevedibile, Maria divenne la sua ossessione. Passava intere serate, a volte fino all’alba, alla Taverna Rossa in compagnia di coloro che aveva sempre considerato la feccia della società. In realtà non parlava con nessuno di loro, stava seduto ad un tavolo con un bicchiere di vino rosso fra le mani a fissare la strada, infastidito dal dover anche solo battere le ciglia e perdere così il contatto visivo con la strada.
Andava in tribunale ma non aveva più alcuna passione, assolveva e condannava a caso, tirando di nascosto un dado tra le gambe: pari in galera, dispari libero.
Una mattina si presentò l’ennesimo caso di pestaggio nei bassifondi della città. Una ronda del partito “La Corda” aveva preso di mira un transessuale che si prostituiva nel parco, lo avevano quasi ammazzato, adesso sedeva lì in prima fila, con la testa interamente fasciata ed un solo occhio libero.
Il Pm cominciò: “La vittima, che risponde al nome di Mario Treppuzzi, stava passeggiando in abiti…”.
“Mi chiamo Maria”, lo interruppe il transessuale.
Armando quasi cadde dalla sedia, diventò pallidissimo, cominciò ad ansimare in preda ad un attacco di panico. Gli altri giudici, il PM e gli avvocati si convinsero che stesse per avere un infarto, chiesero tutti una sospensione.
Dopo una ventina di minuti di soccorso casalingo – ovvero acqua, acqua e zucchero, sventagliamenti vari e un paio di “lasciatelo respirare” – si sentì meglio.
Chiese di essere lasciato solo. Restò un paio di minuti a pensare, si scolò mezza bottiglia di grappa in un solo sorso, poi alzò la cornetta e chiamò una delle guardie giurate.
“Marco, sono io Cazzilla”.
“Signor giudice, che piacere sentirla. Perché mi chiama al telefono? Sono al piano di sotto”.
“Marco, ti ricordi quella volta che ho fatto assolvere quel tuo nipote che aveva truffato con i gratta e vinci quel tabaccaio mezzo cieco?”
“Certo che mi ricordo ‘sior giudice! Non le sarò mai grato abbastanza…”
“È il momento di restituirmi il favore”.
“A disposizione ‘sior giudice”.
“Portami nella stanza la vittima del pestaggio da parte dei razzisti de ‘La Corda’, un certo Mario Treppuzzi. E mi raccomando, passa dalla porta di servizio, e non farne parola con nessuno”.
“Eh bravo il signor giudice! Non pensavo che anche lei… le dirò che anch’io almeno un paio di volte al mese…”
“Non dire scemenze Marco! Credo sia il parente di un personaggio importante e prima di continuare voglio esserne sicuro, non sono certo un pervertito!”
“Oddio, mi scusi ‘sior giudice, non volevo, sia inteso neanch’io intendevo che… che…”
“Sì, sì, va bene, sbrigati a portarmi questo Treppuzzi.”
Marco bussò, aprì la porta e con gli occhi bassi ed il volto paonazzo per la vergogna fece entrare Maria. Borbottò qualcosa e chiuse la porta.
Maria lo guardò, Armando incrociò il suo sguardo ed esplose.
“UN UOMO, SEI UN UOMO! PORCA PUTTANA SCHIFOSA!”
“Piano con le offese, NON SONO UN UOMO ” rispose Maria.
“Non posso crederci, mi sono innamorato di un uomo! Hai presente quello che ho passato? Ero convinto di avere trovato una Dea, ti ho aspettato per mesi in quella lurida taverna in compagnia di falliti, ubriaconi e cani rognosi! Hai una vaga idea di quello che mi hai fatto passare? E per scoprire poi che sei un pervertito, uno a cui piace mettersi minigonne e parrucche! Sei un individuo ORRIBILE, mi fai schifo!”
Maria scattò in piedi. Adesso era furiosa anche lei: “Tu chiedi a me di capire cosa hai passato? SEI SOLO UN LURIDO EGOISTA. Cosa ne sai tu di cosa significhi vivere in un corpo sbagliato? IO SONO UNA DONNA. Lo sono al cento per cento, ma mi hanno messo dentro il corpo di un uomo. Hai una vaga idea di come ci si senta? Eh no! Cosa ne sai tu di cosa si prova! Fai il giudice tu! Sei bravo, bravissimo a giudicare, sputare sentenze su tutto ciò che non ti assomiglia, su tutto quello che minaccia la tua idea di morale. Già, la tua morale, che un mese fa in quel vicolo non sembrava affatto così salda come vorresti far credere! Mi imploravi, piangevi, dicevi di essere sull’orlo di un baratro, ti ricordi? Mi avevi detto che eri un giudice e poi eri stato capace di dire quelle meravigliose parole, mi hai commossa ed ho voluto ringraziarti, nel modo che conosco meglio. Poi sono sparita, che altro potevo fare? Un giudice! Figurarsi se un giudice avrebbe capito, appena ripreso dalla sbornia saresti tornato ad essere l’arbitro che distingue il bene dal male, ed io, sbagliata per natura, non posso che essere il male. Ed eccoti qui, infatti, a sputare sentenze. A parlare di te, del tuo inganno, non sapendo cosa si prova ad essere stati ingannati fin dal primo giorno della propria vita. Depositati in un corpo che non ti appartiene. Sei solo uno stronzo, l’ennesimo stronzo che incontro. Non sei molto diverso da quei nazisti de ‘La Corda’. Anzi, le tue parole fanno molto più male dei loro calci. Non voglio vederti mai più”.
Si alzò e andò via.
Armando era devastato, le parole di Maria – insieme alla grappa ormai entrata in circolo – lo avevano demolito come un esercito di ruspe in un campo nomadi.
Rimase un paio di minuti a pensare, in un modo tutto nuovo, come mai aveva fatto in vita sua. Adesso sapeva cosa fare della sua vita. Si alzò, finì la bottiglia di grappa con un altro sorso, e con passo marziale e la vista annebbiata dall’alcool si diresse in aula.
La sentenza di condanna nei confronti di tutti i partecipanti al pestaggio fu esemplare. Distribuì quasi cent’anni di carcere a quella mezza dozzina di razzisti.
Conclusa la sentenza, uscì dall’aula e corse all’uscita del tribunale per aspettare Maria. Quando la vide si avvicinò a lei, si inginocchiò e con la voce rotta dal pianto le disse:
“Ti chiedo perdono Maria, io ho bisogno di te. L’unica volta che mi sono sentito vivo in tutta la mia squallida vita è stato con te. Ti prego, ti supplico, fammi vivere ancora, non voglio più essere come questi morti che ci circondano, concedimi di starti accanto e di vivere la vita come merita di essere vissuta”.
Ancora una volta Armando Cazzilla aveva dimostrato che sotto l’effetto dell’alcool era in grado di dire e fare qualsiasi cosa.
Maria era una donna e come tutte le donne era condannata a perdonare il proprio uomo.
Proprio così per Maria Treppuzzi, Armando Cazzilla era già diventato il SUO uomo.
Vissero felicemente ed intensamente il resto della loro vita.

2 thoughts on “Storytelling – Il Giudice Cazzilla

  1. CASI:
    Quando, dopo molti silenzi, mi hai contattato non ero convinta, pensando che non fossi più in certe “ottiche”; poi ho letto, ed era il testo che cercavo. E’ “arrivato”, e credo non solo a me.

    • Sempre lieto di non essere come ci si aspettava… ;)
      Tengo molto a questo pezzo e sono molto affezionato a tutti i personaggi. Grazie per avermi dato la possibilità di leggerlo ancora una volta in pubblico. Ciao!

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