Buona Domenica

È ancora buio quando apro gli occhi, poco prima che la sveglia suoni. Ho il piede sinistro di mia figlia quasi completamente infilato in bocca. Mia moglie dorme ancora, la sua testa è aderente alla testa della piccola, schiacciate, quasi fuse insieme. La bimba invece è parallela al cuscino e perpendicolare al corpo semi scoperto di sua madre.
Geometrie. Distrazioni umane, nel residuo buio di una grigia mattina in Palude Padana. Cronache dal fronte praticamente. Che poi un po’ di sole ci sarebbe anche, ma le nuvole in combutta con la pioggia hanno deciso di nascondercelo agli occhi e alle percezioni. D’altronde è solo domenica, un giorno come tutti gli altri per un precario, un giorno come tutti se non puoi fare a meno di alzarti e andare a lavorare invece di stare al caldo con i piccoli piedi puzzolenti di tua figlia che ti grattano il mento.
Bene, la posizione verticale è stata magistralmente eseguita e adesso sono all’impiedi, secondo l’Accademia della Crusca, susuto, secondo il mio personalissimo punto di vista. Ma la cosa non finisce qua perché dopo una breve sosta alla toilette, prima di uscire, è bene ricordarlo, è meglio vestirsi, decisamente. E’ un consiglio che molti prendono sotto gamba ma che invece è fondamentale. La cosa più difficile però è svestirsi, togliersi il pigiama, quegli indumenti che oltre ad aver preso il tuo odore/puzza e la tua temperatura, tra poco prenderanno anche la residenza se non decidi di metterli a lavare.
Resto nudo e molliccio per una manciata di interminabili secondi, abbastanza da maledire il freddo autunno padano, la pioggia e pure la domenica! Metto le calze, naturalmente di due paia diverse, le cosiddette “calze sfuse” o “spaiate” se si vuole. Tiro dentro la panza e riesco nell’ardua impresa di mettere anche i pantaloni, belli “slim fit” come li vuole la moda e come li detesta la mia panza appunto. Metto la camicia bianca di cotone che a contatto con la mia pelle flaccida risulta un paio di gradi sotto lo zero. Rabbrividisco al punto che dal petto sporgono turgidi i miei capezzoli, nascosti da tempo sotto centimetri di morbido adipe. “Non sono grasso” – penso – “sto solo implodendo” – mi rassicuro.
Non appena vestito mi rendo conto di non essere al top della forma psico-fisica: mi gira la testa, ho la tosse e il mal di gola e mi sento appena appena un filino di febbre… come quando da piccolo non volevi andare a scuola, così è adesso. Non voglio andare a lavoro oggi! Mi do malato e mi riverso a letto avvolto al piumone come una morbida crema di ricotta dentro ad un cannolo. Sono in piedi in camera da letto davanti ai corpi esanimi di moglie e figlia e le guardo con sguardo assente e assorto, ma solo per godermi qualche secondo la mia piccolina che apre gli occhi mentre mi chino a salutarla. Lei per tutta risposta mi dà uno schiaffo e si perde tra i seni di sua madre, che invece non appena la bacio accenna ad un sorriso da cadavere. Anche questo è amore.
Bene, posso scendere, via, verso vecchi orizzonti, verso il finito ed oltre…
Sono gli ultimi giorni e poi scadrà il mio contratto a chiamata. Fine rapporto, impossibile rinnovare, “non posso farti l’indeterminato” – mi diceva il capo – “non ci sto dentro” – “io ti terrei pure, sai che sbatti spiegare il lavoro a qualcun altro?” – che dolce il mio capo, non sono ancora andato via che già gli manco.
Beh, se non “ci sta dentro” il mio capo figuriamoci io, ma qualcosa ci inventeremo, siamo giovani (ancora per poco) e in gamba (forse), siamo… fottuti (se tutto va bene).

Fa freddo anche in macchina, fuori la nebbia, la pioggia e lo smog rendono tutto terribilmente grigio, ma grigio-grigio! La macchina sembra una cella frigorifero, ma tutto sommato sono sereno mentre guido dirigendomi a velocità moderata verso l’hotel dove i clienti aspettano tutti me per assaporare il cappuccino più balordo di tutta la via Emilia.
In realtà procedo senza meta, a tentoni, sperando di capitare nel posto giusto con le persone giuste. Forse sono solo sogni e paure, forse è ancora il momento di sognare per scrollarsi di dosso il peso della realtà. Forse sono ancora a letto in mezzo alle mie donne e non sono dentro una grigia palla di vetro colma di umidità malsana. Magari non ho ancora aperto gli occhi. Quale forza può aiutarmi ad aprire gli occhi? Quale forza può spingerti a rompere la palla di vetro dove sei intrappolato?
Spesso sguazziamo al sicuro dentro le nostre bocce d’acqua sporca come comunissimi pesci rossi, consci del fatto che qualcuno, prima o poi, ripulirà le nostre secrezioni e ci somministrerà una modesta dose di cibo cancerogeno.
Ma, hey, aspetta un attimo! Ma questa è la vita! Devi solo prendere un po’ di zucchero per far scendere la pillola. Disney non ti ha insegnato proprio un cazzo! E quindi sogno e son desto quando penso al sole, al mare e vedo mia figlia che corre verso un gigantesco tramonto su una bianca spiaggia di sabbia, e vedo mia moglie sorridere di nuovo, come prima?
Nel peggiore dei casi tutto si esaurisce (e tutto si esaurirà), a volte molto prima di quanto potessimo immaginare, ma nel frattempo possiamo reagire e fare qualcosa di folle, forse non tutto è perduto e c’è ancora una speranza…
“Carlo, Carlo!”
“Cosa?”
“Quattro cappuccini al tavolo 4”!
Scorgo all’orizzonte un roseo fascio di luce che si apre in mezzo al grigio… Ce la posso fare!

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