Invito a Perdere

Non sono un eremita, né un monaco stilita. Solo, ho da poco incontrato nel mezzo del mio cammin una serie di condizioni che mi stanno portando a un duro confronto col tema della perdita e del lasciare andare. Questo mi fa desiderare condividere le mie riflessioni e difficoltà.

Siamo abituati a condizioni esistenziali in cui si chiede di essere sempre al top, “top quality”: brillanti, belli, curati, veloci ma rilassati, sani, bravi in tutto, ricchi, in vacanza, a lavoro, seducenti, centrati, con famiglia, ambiziosi, palestrati, col tempo per leggere, per stare sui social e per il parrucchiere + manicure; e in più bella casa, grande macchina, costoso cel., stilosità, etc.: perfetti e senza sbavature dalla maggior parte dei punti di vista socialmente desiderati. La cultura non ci permette di pensare diversamente e di perdere qualcuno di questi pezzi senza sentirci irredimibilmente manchevoli! Ma… ciò come è davvero possibile? Sinceramente non lo so, ma temo (e spesso vedo) che provarci e tenere sul serio questo stile di vita alla lunga ammali.

Stiamo parlando in effetti di standard ideali, in cui non sono compendiate cose come la malattia (con la compiacenza della libera professione: se non lavori, non guadagni, quindi DEVI stare sempre bene), l’essere fuori forma, il prendere peso, il fermarsi e o rallentare, lo scegliere un lavoro meno prestigioso ma più a misura umana, etc. In studio sono tanti i pazienti che si sentono in colpa ad essere veramente se stessi (non ideali e non falsi, quindi) perché, per questa attuale società, se ti innamori di una persona semplice e scegli di non fare carriera lavorando 14 ore su 24 sei fuori e deplorevole; o se non provi continuamente ad aumentare la tua RAL non sei adatto a vivere in determinate città e sei orrendamente lavativo, pigro e anche qui colpevole.
E chi sei tu per sottrarti a queste leggi? Forse un ingrato traditore dei valori finanz-capitalistici che ti hanno baciato con il loro tocco fortunello e dato la possibilità di diventare “top di gamma”. Il rifiuto di ciò, la rinuncia a questi ideali, la presa di distanza da questo modo di essere “umano” (?) è tacciato di fallimento e seriamente ostracizzato; e questo sia dentro le nostre menti che nel nostro mondo esterno. Il lutto del Sé ideale è infatti psicologicamente inconcepibile, intollerabile, e porta con sé un senso di inanità, di inutilità, ovvero l’idea che “non sono in grado di esistere”.

Mi sembra insomma che il lavoro più grosso del divenire esseri umani soggettivizzati sia spogliarsi, scrostarsi di tutte queste sovrastrutture sotto cui c’è quel qualcosa di vero: il proprio Sé. Ma quale operazione fu mai più difficile al suon di “Guai a te se fallisci”?
Disapprovati, giudicati, bullizzati, colpevolizzati (sia dalle nostre menti che dal nostro mondo esterno, ribadisco)… come osiamo credere cosa sia giusto o autentico per noi… entro un intero mondo per il quale è sempre chiaro e giusto come DEVI essere? L’esito di ciò è ovvio: il blocco e o il malessere inspiegabile. D’altronde, “Cosa vuoi di più?”. L’ho sentito così tante volte da voci abbattute e confuse che oramai mi suona minaccioso.

Forse possono aiutarci le parole di Alessandro Baricco o di un film di quest’anno, Barbie, a rendere un pizzico concepibile ciò di cui sto parlando. Barbie, ad esempio, vive nel mondo perfetto, che è anche un mondo finto; a un certo punto, si insinua in lei il dubbio dei dubbi: quello sulla morte. Da lì, nulla sarà più lo stesso; capire che siamo esseri limitati, incompleti, che non voliamo, né ci alziamo già profumati, che abbiamo un corpo (ad es. una vagina) con onori ed oneri e delle relazioni non ingessate che necessitano di cura, come pure il mondo… Conquistare tutto questo e quindi la possibilità di essere mortale, sarà difficile per Barbie, che – essendo uno stereotipo ideale – quando fa certi pensieri e sta con i talloni a terra si auto-taccia di “malfunzionamento”! Per farcela, dovrà compiere una lotta contro la società-Mattel, scendere a patti col proprio vero desiderio interiore e perdere infine la sua perfetta immortalità.
Ma è necessario tollerare queste perdite per nascere come persone autonome!

L’idea che le proprie sicurezze si possano perdere è importante:
Il fallimento è un’esperienza della vita inevitabile, appartiene al vivere e non c’è vita senza contemplarlo. La buona notizia è che è tollerabile!
E che la perdita può essere consolata! Ma questo lo scopriamo solo se accettiamo di sperimentarlo e affrontarlo.
Coltivare l’idea che “io posso perdere”, che non devo per forza essere sempre vincente o uguale a me stesso e che il dolore del lutto per queste perdite si può vivere e attraversare senza esserne uccisi ci restituisce spazi di libertà e di trasformazione delle cose della vita. In sintesi: di iniziare a vivere!
E’ un continuo di perdere qualcosa e veder nascere qualcosa!

Se invece non pensiamo la perdita, la eludiamo, la neghiamo… e preferiamo addormentarci entro l’illusione narcisistica e mortifera di non dover mai fallire… essa lascia spazio solo allo schianto angoscioso del passo successivo: l’inevitabile, traumatica, disillusione.

One thought on “Invito a Perdere

  1. Io ormai ultimamente do la colpa di tutto al fottuto sistema capitalistico. Che anche quando ti dice di riposarti te lo dice affinché aumenti la tua produttività. Ci armiamo di egocentrismo per evitare di pensare che in realtá non valiamo niente, siamo solo macchine di produzione e consumo. E ovviamente quando falliamo questa idea narcisistica del noi perfetto, ci scontrino con la realtà.

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