L’Adatto

Le guardo sempre con ammirazione, almeno da un 5 anni. Alla fine ho deciso di creare aiuole e vasetti a casa per circondarmene. Amo la bellezza delle piante grasse, la loro adattività sorprendente, la capacità che hanno di ottimizzare l’acqua in luoghi improbabili: dai balconi abbandonati, ai ruderi fatiscenti, alle rocce più secche della piena estate siciliana. Le fotografo e mi beo del loro essere opportune, eleganti, a volte anche fiorite. I fichi d’india addirittura fanno i frutti, e una cassetta costa e neanche poco! Le loro spine d’altro canto non mi fanno paura, le guardo con tenerezza e invidia. Quasi desidero essere come loro: protetta e al contempo maestosa. Eppure la mia riflessione scivola a un certo punto sull’orlo del rischio di adattamento.

Vado controcorrente, me ne rendo conto. Siamo decisamente darwiniani, avvinghiati a quell’idea che “sopravvive solo il più adatto”. “L’Adatto”… Ma chi era costui?

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