ParadoRso

di Bruna Piacentino

In piedi alla finestra, ho un calice di vino bianco in mano e alle mie spalle la tv. Farfuglia cose, divaga di frammenti e sputi d’opinione, mentre le notifiche del mio smartphone trapassano i muri: è uno sparachiodi alle orecchie.
Ma non ne faccio gioielli, non pendono dai miei lobi, né dalla mia lingua. Sono cenni di giudizio senza contenuto, forme allettanti dell’a-pensiero, blande, ai minimi termini, squilli alcool-turati. Un sorprendente quattro bianchi di chiacchiere, come i loro colletti. E tra il suono grottesco delle buone nuove dal mondo e quello ubriaco del mio Facebook, che squilla da sbronzo barcollando al bordo del comodino, avverto un viscido insinuo lungo la schiena che sibila.

“Dobbiamo aiutarli a casa loro”.
“Guadagnano 35 euro al giorno”.
“Prima gli italiani”.
“Una madre allatta prima i propri figli”.
“Sono tutti terroristi”. 

Mi gira la testa, forse il vino era scaduto. In effetti ha un colorito strano, giallo urina, e non è poi tanto alcolico come sembra avvisare il mio bizzarro senso dell’equilibrio.

“Difendiamo la famiglia tradizionale”.
“I bambini hanno bisogno di una madre e di un padre”.
“Un figlio di una coppia gay diventa inevitabilmente gay”.
“Non lasciate che i bambini assistano a scene scabrose e omosessuali”.

Non si arresta la scalata insistente della serpe, lungo il mio dorso.
Si acuisce l’emicrania, che regolarmente mi porto dietro come un cane al guinzaglio. Questa volta è lei che mi mette una corda al collo, ma io sono ancora qui, in piedi. Ho già svuotato il mio calice sul tappeto e provo a reggermi aggrappato alla finestra. Sarà solo un calo di pressione, me ne convinco, ma il viscido verso avanza e sussurra su di un volto spossato, riflesso nel vetro.

“Attentato a Londra, muoiono uomini, donne e bambini”.
“Colpisce ancora e fa strage di innocenti”.
“Uccide la moglie, i figli e i nipoti, poi si toglie la vita”.
“Stuprata dal proprio gruppo di amici”.

I cocci del bicchiere sono accidentalmente caduti sulle dita dei miei piedi ed io ho già rigettato quel po’ di urina ingerita, pagata (molto cara tra l’altro) da un amico tanto amato. Lavora ancora la sua immensa distesa di viti bianche e nere, ma proprio ieri si era recato da me per una consulenza fiscale. Me lo aveva portato in sconto, aveva un grosso debito nei miei riguardi. Cosa crede, che basti una bottiglia di piscio (per giunta verosimilmente scontata) per rimediare?
Ad ogni modo ho ancora la nausea ai bordi del balcone, mi sta attorno alla vita, in basso, e va forzandomi la schiena, in basso. Per tornare vispo e rinvigorito, decido di bere un sorso d’acqua.
Non ho dell’acqua. Ho solo altre botti di buon vino. Lo zucchero fa bene ai cali di pressione, ed io ho tanti debiti in sospeso con così tanti disperati…
Prendo una boccata d’aria, in basso.

Disoccupato si arrende alla propria tragedia. Caduto dal settimo piano della propria azienda”.
Licenziati 50 dipendenti”.
Operaio muore per un cedimento dello stabilimento”.
Usurai con precedenti di illecito spingono viticoltore al fallimento”.

Crollo ai piedi della ringhiera, sono inerme, fuori in veranda. La serpe si è nutrita del mio respiro e di ogni mio movimento. Ha chinato le mie vertebre in avanti e con 5 dita provo a non cedere. Ancora un momento, posso resistere. Non sto poi così messo male.

In fondo, sono solo un uomo nella notte rivolto alla propria città, un po’ sbronzo e troppo confuso.
Sono zeppo di suoni, di news, di fake news, di social e di tragedie, di pregiudizi, stereotipi e anarchiche stranezze del 21esimo secolo.

Tutto nella norma, sto bene. Sono soltanto un uomo solo, con un buon vino tra le mani.
In catalessi davanti al mondo.
In ginocchio.

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