Elogio della lettura (quella vera)

C’è un pregiudizio diffuso, specie in questi tempi di bombardamento di immagini a tutto spiano e immediatezza del messaggio visivo a scapito del lento e meditato lavorio intellettuale necessario per entrare in contatto con la parola scritta, riguardo la lettura e chi, raro tra i rari, si accosta ad essa senza vergogna, senza timore, con piacere anzi, ed è solito passar le serate, o i pomeriggi, o qualsiasi altro momento libero di impegnatissime giornate, sfogliando pagine su pagine; pregiudizio che vuole il lettore migliore del non-lettore (da non confondere con l’ignorante), chi legge ed è avvezzo a indici, introduzioni e quarte di copertina tanto più stimabile e degno di ammirazione di chi mai si lascia prendere dalla voglia di aprire un libro e dedicare del tempo a ciò che in esso è contenuto.

Ora. Sarà pur vero che è meglio fare qualcosa piuttosto che non farla (è apprezzabile l’impegno almeno), che è preferibile e più costruttivo sostenere una conversazione decente e rispettosa dei diversi punti di vista con chi ha la mente avvezza al confronto e allenata dalla cultura e dalle tante letture alla critica e allo scontro pacifico, che è più probabile trovare tale apertura mentale tra persone e in luoghi in cui è allignata l’istruzione e una seppur minima conoscenza dei fatti del mondo piuttosto che in contesti in cui , per mille e una cause, non sono attecchite. Negare questo sarebbe quasi un giustificare l’ignoranza montante e prevaricatrice di chi crede di poter fare a meno del sapere, e si vanta di non avere nessun bisogno di star lì a perdere tempo dietro lo studio, reputandola un’inutile attività senza fini pratici e senza scopo, se non quello di sottrarre tempo ad altre più “divertenti” e socialmente stimate. Ed effettivamente, quando tutto ciò che fai è finalizzato al profitto, materiale e fisico, proprio non si capisce come qualcosa di così impalpabile e disinteressato, di così anarchico e profondamente spirituale come lo studio appassionato e volto alla sazietà e al piacere di ciò che fisico non è, dovrebbe avere una tale importanza.

Allo stesso modo non si vuol certo affermare che il confronto e lo spirito critico supportati da una solida intelligenza siano prerogativa di plurilaureati e professorini d’occasione, e che avere libero accesso all’istruzione garantisca automaticamente la capacità di pensare con la propria testa e saper discernere da sé il giusto dallo sbagliato, in completa autonomia e sulla base di valori liberamente scelti, e poi messi in pratica magari. Se così fosse, non si spiegherebbe l’inquietante mancanza di libertà intellettuale, e per contro la proliferante imbecillità, di una società in cui al pezzo di carta ambitissimo c’arrivano un po’ tutti, fino a prova contraria. E se anche non fosse la laurea, un minimo di alfabetizzazione, fino ai diciott’anni almeno, è garantita a ogni giovane. Molte volte invece si è stupiti di trovare più accettazione e disponibilità all’ascolto e alla voglia di imparare proprio tra coloro che del sapere accademico non sono che ai margini, che di libri e paroloni forbiti ne masticano poco e niente, ma non se ne vantano né se ne vergognano, semplicemente accettano, i limiti propri e le conoscenze degli altri, mentre in chi ha i titoli e le vestigia formali del sapere ci si imbatte nella odiosa presunzione, nell’arrogante boria intellettuale che si pasce di sé e che non chiede ragioni, né spiegazioni, né correzioni altrui, patetico onanismo della conoscenza chiusa in sé stessa e non toccata da dubbi.

Non si può generalizzare, ovvio: ognuno ha la sua esperienza soggettiva di simili casi, e la vita provvede ogni giorno, al di là dei discorsi astratti e di quel che se ne può dire, a smentire o confermare quel che si scrive. Ma detto questo, torniamo al punto: l’importanza della lettura, l’aura quasi sacra che avvolge questa nobile attività alla quale si cerca in ogni modo di sensibilizzare le giovani menti, di cui si cerca di inculcare a forza l’amore e il rispetto, nell’ingenua convinzione che dopo, una volta chiuso il libro, si sarà una persona migliore. Degli altri, di sicuro, ché è un sottile piacere guardare il prossimo più ignorante dall’alto delle nozioni acquisite, e magari umiliarlo a suon di citazioni e minuscoli granelli di falsa certezza sciorinati spocchiosamente. Cultura come strumento di potere, ulteriore trofeo da sfoggiare per illudersi di essere qualcosa, ennesima mostrina luccicante da appuntare con orgoglio su un’uniforme piena di strappi e rattoppata alla bell’e meglio. Alla faccia del confronto e dell’apertura all’altro che è presupposto e fine ultimo di ogni autentica apertura di mente e finezza di pensiero.

Leggere è bello, è stimabile e ammirevole; studiare, scoprire cose prima ignorate, ricercare e afferrare la conoscenza, son tutti nobili gesti che ci rendono la vita più sopportabile, più bella anche, facendoci sentire di non essere solo muscoli tesi alla caccia e istinti primordiali da placare, permettendoci di scorgere poesia e bellezza e significato laddove in natura non esiste niente di tutto ciò, e in virtù di questo, stavolta sì, rendendoci migliori. Ma lo si può fare in diversi modi, tutti degni di esistere, tutti leciti: si può leggere per noia, per staccare la spina e sfuggire, tuffandosi nella finzione di una trama avventurosa, da un mondo che opprime e non soddisfa; si può leggere per superbia, per avere qualcosa per cui distinguersi dal branco illetterato e incolto; si può leggere per dovere, per obbligo, in vista di un guadagno futuro di cui il libro rappresenta un gradino della scala da salire; si può leggere per invidia, per non essere da meno degli altri e ricevere elogi; si può leggere per moda, perché in quel momento lo fanno tutti e si è obbligati a sapere le ultime novità, pena l’esclusione. Quante cose, poi, da leggere e da divorare: pensieri profondi e trame inconsistenti, descrizioni accurate e stereotipati cliché, messaggi nascosti e disimpegno puro, in una commistione di sacro e profano, alto e basso, serio e faceto, che sembrano escludersi a vicenda. Con foga onnivora si tenta di fagocitare tutto, ma lo stomaco non è abbastanza robusto; o ci si nutre di frivolezze leggere che non  lasciano niente e son presto digerite senza mai essere state assimilate. E ci si sente più vuoti e inappagati di prima e, quel che è peggio, incapaci, per mancanza di dimestichezza coi più diversi sapori e col palato non raffinato da anni di assaggi, di distinguere tra il genuino e l’artificiale, tra ciò che è importante e ciò che è ciarpame.

La lettura, il dedicarsi con dedizione al sapere, alla conoscenza, è il supremo gesto di libertà che all’uomo è concesso, l’unico forse, di sicuro il più autentico, in questa falsa esistenza ipotecata da avari e spietati usurai, che di tutto decidono il prezzo e vendono cara, spacciandola per stoffa pregiata, merce scadente, e tutti costringono a cucire e indossare identici modelli, uguali divise. Tanto è il potere di un libro, di un buon libro, prezioso strumento che superando i confini imposti dal tempo e dallo spazio, ignorando la diversità di epoche e climi, ci mette davanti le alternative migliori per poter tracciare un percorso indipendente, slegato dalle distorte logiche vigenti, e ci ricollega, tramite l’esempio e le parole e gli ideali di chi prima di noi si è trovato a dover scegliere se farsi carico o meno della propria vita, di esserne davvero il padrone, e non lo schiavo, da essa dominato, alla parte più umana di noi, ad un’anima che in ogni istante rischia di venirci sottratta e strappata via; lama affilata che squarcia la cappa di falso, e ipocrisia, ed eterne bugie che stordiscono e narcotizzano, sostegno per muoversi nel mondo, e non fuga da esso; che prima smaschera e distrugge e poi incita a costruire, ad attuare qui e ora quel cambiamento, quegli antichi valori di cui si fa portavoce, o morire provandoci almeno. E davanti a tutto questo non ci sono classifiche di vendita e sondaggi da libri letti all’anno che tengano.

One thought on “Elogio della lettura (quella vera)

  1. Articolo secondo me molto attorcigliato all’inizio ma fortunatamente più lineare nella seconda parte. Apologia non banale anche se rischiava tanto di esserlo. Una descrizione dettagliata di uno specifico piacere soggettivo, universalmente riconosciuto.

    L’espressioni che mi sono tanto piaciute e che dedicherei a tutti quei “professoroni”, universitari o meno, nel senso più dispregiativo del termine, indicando il loro tronfio apparire pieni di cultura ma pericolosamente vuoti di umanità adatta a piacevoli e gentili scambi di opinioni:

    “Molte volte invece si è stupiti di trovare più accettazione e disponibilità all’ascolto e alla voglia di imparare proprio tra coloro che del sapere accademico non sono che ai margini, che di libri e paroloni forbiti ne masticano poco e niente, ma non se ne vantano né se ne vergognano, semplicemente accettano, i limiti propri e le conoscenze degli altri, mentre in chi ha i titoli e le vestigia formali del sapere ci si imbatte nella odiosa presunzione, nell’arrogante boria intellettuale che si pasce di sé e che non chiede ragioni, né spiegazioni, né correzioni altrui, patetico onanismo della conoscenza chiusa in sé stessa e non toccata da dubbi.”

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