Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio, e per fortuna io lo sono!

“Con Alice volevo realizzare un film duro… Intendo dire più vicino alla realtà che alla fantasia. Conosco ovviamente le svariate versioni cinematografiche o televisive di Alice. Mi ricordo persino un porno-musical che vidi negli anni 70. Ma in tutti mi sembra di vedere sempre la stessa ragazza, passiva, che passa da un episodio all’altro ignara, circondata da strani personaggi, mentre secondo me in Alice non c’è solo Alice. Voglio dire che il mio film è tratto da diversi libri di Carroll, compreso “Attraverso lo specchio” e altri scritti. Ho fatto un pot-pourri ispirato a immagini simboliche suggerite dalla sua opera, immagini che hanno generato momenti narrativi classici e immortali per i bambini”.(Tim Burton)

Gatti che sorridono, fiori che cantano, bianconigli col panciotto e gli occhi rosa e brucaliffi. Chi meglio di quel genio di Tim Burton avrebbe potuto ricreare quella storia che ci ha fatto tanto sognare da bambini.
Con somma delusione e dispiacere di molti ignari spettatori, nel film di quel mondo dove “tutto è come non dovrebbe e non è come dovrebbe”,  è rimasto solo qualche flashback sapientemente inserito qua e là. Per prima cosa, della bimbetta riccioluta che compie un processo di apprendimento e, di conseguenza, di crescita interiore rapportandosi con gli esseri più strani, che, pur fuggendo dalle regole della società del suo tempo, impara ad obbedire alle regole dettate da personaggi che contraddicono in continuazione i propri precetti, di quella piccola sognatrice, dicevo, non rimane quasi nulla. La protagonista è infatti una Alice ormai cresciuta, che non ricorda più nulla delle sue passate avventure e anzi le rivive sottoforma di strani incubi.
Sempre seguendo lo schema originale del racconto, Alice segue nuovamente il Bianconiglio nella sua tana. Sottomondo (non più Paese delle Meraviglie) la rivuole indietro “porre fine al dominio dispotico della Regina Rossa“. La caduta nella tana, la bottiglia con su scritto “drink me”, la chiave per aprire la porticina, il suo corpo che cresce e si rimpicciolisce, sono tutti elementi della storia che ben conosciamo, ma una volta aperta la porticina quello che si presenta dinanzi a noi è una sorpresa. Tim Burton ha volutamente dato il suo tocco inquietante e gotico(un esempio su tutti, Alice esce dalla porticina e si trova innanzi un albero morto, palese citazione dell’Albero dei Morti di Sleepy Hollow) per evidenziare la desolazione che regna ormai nel disneyano coloratissimo e immaginifico luogo che conoscevamo. La crudeltà della Regina ha trasformato i meravigliosi e fantastici scenari in paesaggi tristi e desolati.
Benché agli occhi di molti critici questa scelta di creare una versione della storia non conforme a quella  a cui siamo stati abituati sia apparsa come uno snaturamento della genialità di Tim Burton, e persino una caduta di stile, per coloro che invece sanno leggere tra le righe della sua mente contorta e folle il risultato è senza ombra di dubbio spettacolare.
Tutto quanto è lo specchio dell’animo di Alice, sospesa fra l’infanzia e la vita adulta verso la quale dovrà dirigersi. L’ inquietitudine, la malinconia che si percepiscono in ogni cosa fanno di quel luogo una sorta di purgatorio che Alice è obbligata in un certo senso ad attraversare per ritrovare la bambina che ancora vive in lei e, accettando il suo destino, dirle addio per sempre.  La maestria di Burton nel creare dei personaggi che siano in bilico tra due mondi, fra ragione e pazzia, anche qui è applicata con estrema attenzione. Di certo i personaggi non riescono a toccare le corde del cuore come un Edward Mani di Forbice, ma riuscire a conferire una estrema umanità e grazia persino allo strambo e fuori di testa per eccellenza che è il Cappellaio Matto,è senza dubbio un grande merito. ”La gente vede la follia nella mia colorata vivacità e non riesce a vedere la pazzia nella loro noiosa normalità!”, dice il Cappellaio ad Alice.

Forse Carroll non avrebbe amato questa nuova avventura della sua piccola Alice ormai donna,  che ha perso nel corso degli anni la sua “moltezza” . Ma di sicuro avrebbe condiviso quella che è la filosofia posta alla base di ogni creazione di Tim Burton e che in Alice in Wonderland viene affidata alle parole dei personaggi principali, che la portano avanti come loro unica certezza:” Tutti i migliori sono matti!”.

Questo film, forse più di qualsiasi altro, proprio perché si è inoltrato in un territorio potremmo dire sacro ed inviolabile, ha avuti tanti, troppi, feroci detrattori…

Tutta gente che un tempo era decisamente più “moltosa”.

4 thoughts on “Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio, e per fortuna io lo sono!

  1. mmm, mi riprometto di vedere questo film dopo aver letto i due racconti (che sto leggendo in questo momento in versione originale, ho appena imparato come si dice “riverenza” in inglese) … ma già da ora so che sarò infastidito dal fatto che ha distorto i personaggi senza cambiare il titolo, è una cosa che non sopporto, se il titolo è rimasto “Alice in Wonderland” è lecito aspettarsi l’Alice originale.

    Probabilmente sarò anche io uno dei detrattori, ma non uno di quelli feroci credo.

  2. No,non ha distorto i personaggi…Li ha adattati ad un Paese delle Meraviglie che non è più così meraviglioso. E’ una caratteristica di Tim Burton quella di rompere le convenzioni, prendere personaggi classici e gettarli nel vortice creativo della sua mente.
    Il film cela tantissimi argomenti su cui riflettere.

    Si sa che i più grandi capolavori che siano stati creati non sono mai stati apprezzati dalla massa, ma solo da una cerchia ristretta di gente che riesce ad immergersi e comprendere il genio del creatore dei suddetti masterpieces.

    Fermo restando che de gustibus non disputandum est :)

  3. Ma infatti la mia critica (che ancora non posso fare in realtà) riguarda il fatto che non ha cambiato anche il titolo. non l’ha fatto semplicemente per ragioni di marketing suppongo, ma la cosa non mi piace comunque.

    Non sopporto queste forme di “sincretismo” ne in film di alto livello, ne in film di basso livello ( leggi pacchi, tipo Van Helsing) se il titolo richiama in maniera diretta (letterale in questo caso) un opera anche il film deve rifarsi ad essa.

  4. Personalmente sono rimasto molto deluso di questo film,
    scontato e banale all’ennesima potenza, con un finale annunciato al quale non ho voluto credere fino alla fine … credo che Carroll si stia rivoltando nella tomba!!

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