Siciliani in/di continente

di Alessia Bellomo

Da siciliana-nel-continente mi piace ascoltare gli altri siciliani-nel-continente lamentarsi delle stesse cose di cui mi lamento io: “A casa il tempo è più bello”, “A casa si mangia meglio”, “Ah, i dolci di casa!”, “A casa, sarei a Mondello”,  “A casa mangerei un pezzo!” Come potete immaginare, la maggior parte dei pensieri di un siciliano arenato sul continente, riguarda il cibo.
C’è chi dirà “Ma voi siete scappati! Di che vi lamentate adesso?”.  Vi rispondo che non siamo scappati. Non si scappa da qualcosa che hai addosso, è come il sudore. Non esiste un deodorante per la Sicilia.

Qui nel continente ho avuto la fortuna di incontrare una mente “illuminata”: insegna Critica Letteraria nel mio corso di laurea e bazzica l’ambiente pisano della Normale con una naturalezza scevra di snobbismo. In un anno di corso ha tentato continuamente di farci toccare con mano la letteratura, e infine ci ha fatto parlare a tu per tu con essa.
E neanche a farlo apposta, ci ha fatto parlare con una letteratura tutta siciliana.

Qualche pomeriggio fa, in un’aula dalla capacità limitata, riempita da una cinquantina di studenti, fa il suo ingresso la docente illuminata, seguita da Carmelo Sardo, agrigentino, giornalista di cronache di mafia da una quindicina di anni e volto del TG5 Notte. Il signor Sardo ha pubblicato a marzo il suo primo romanzo, edito da Mondadori, Vento di Tramontana.

Vento di tramontana è un romanzo che trova le sue radici nei vecchi appunti del giovane Sardo, secondino da servizio civile nel carcere di Favignana, che nel libro si chiama “Favonio”, dal nome del vento che sferza l’isola e a cui si deve il titolo. Espediente manzoniano? Grafomania? Non ci è dato sapere. (N.d.A. In sede del tipico rituale del “Ci sono domande?”, il signor Sardo mi ha rassicurata che non aveva alcuna intenzione di trarre un libro dai suoi personali pensieri e annotazioni di giovincello. Dunque anche i giornalisti hanno un diario del cuore?).
Nel romanzo c’è tutta la Sicilia: il mare, il vento, la tradizione, certe sensazioni che solo da siciliani si possono capire, un amore per una terra tanto brulla quanto ricca. E il pilastro del romanzo ovviamente è la mafia.

Chi meglio di un siciliano sa cos’è la mafia? Un siciliano giornalista, mi suggeriscono. Ditemi se non è da giornalisti far passare così “velocemente” determinati messaggi? Il libro si legge in un soffio, se non per la storia avvincente, almeno per lo stile e il registro. Parte della vicenda, la parte che ho preferito, si svolge in questo carcere pieno di detenuti “fine pena mai”, e le loro storie, crude ma non scontate, e per lo più vere,  rimbalzano sullo sfondo di una Sicilia che tutti vorremmo avere alle spalle, e che forse invece abbiamo ancora di fronte. Tra tutte queste storie, si erge quella di don Carmelo Sferlazza, vero protagonista e filo conduttore dell’intero libro. Non scriverò come si sviluppa la trama, spero che venga la curiosità di andare a leggerlo; scriverò invece della sensazione che ogni pagina sfogliata sia come un fico d’india sbucciato. C’è qualcosa di spaventoso e magnifico nel capire che chi scrive è siciliano: ma pur sempre un siciliano di continente.

E del resto,  Sardo vive a Roma da anni, ha una vita e un lavoro e una stabilità lontano dall’isola; ma non ha dimenticato cosa è la Sicilia, e l’ha buttato giù con l’inchiostro. Non è soltanto parlando di mafia che si parla di Sicilia, e parlare di mafia dopo l’onda Saviano forse sembra facile. Ma pensandoci, Saviano non ha forse scritto cose che “si sapevano”? Atti di coraggio, denuncia, più o meno forti. Perché spaventano? Perché sono atti fruibili da tutti.

Ma, come dicevo, non è la mafia, che comunque rimane l’elemento portante della narrazione, a ricordarmi le care “pale di fico d’india”. E’ la consapevolezza che chi scrive lo fa per  i siciliani; la familiarità che suscitano le non mere descrizioni delle “maschere” siciliane: il mafioso fedele, l’universitario politicamente impegnato, il lavapiatti congolese.
E in Carmelo-Sardo-persona, l’isola si scorge anche meglio! Oltre alla teatralità sicula dei suoi gesti, del suo sguardo, della sua inflessione vocale, è in lui chiara la volontà di rimanere aggrappato alla nostra amata casa. Dunque è così innata la nostra passione per l’essere siciliani? Dite, “ma non hai detto che ce l’hai addosso, questa benedetta Sicilia?”. L’ho detto. Dico anche che un maglione si può togliere, il sudore asciugare, la pelle scorticare. Dobbiamo volere che ci resti addosso, per portarcela sempre dietro.

C’è una Sicilia nella Sicilia, che forse è anche la parte più grande, che vuole dimostrare che non è solo mafia e pizzo, non solo amministrazioni corrotte e giudici fatti saltare in aria dalle bombe. La Sicilia è altro. E’ divertimento, cultura, ardore, arretratezza, idee splendide, rabbia, miseria, famiglia, opulenza, sfarzo, fede, superstizione, calore. E più di ogni altra cosa, da Pirandello a Camilleri, da Battiato a Carmen Consoli, da Sandro Ruotolo a Carmelo Sardo, l’isola stessa sembra voler dare i natali a qualcuno che narri la sua dissonante poesia.

E un siciliano in/di continente se la porta dietro questa poesia, che la onori o no.

3 thoughts on “Siciliani in/di continente

  1. Bel pezzo davvero.
    Mi sono rivisto in molti dei tuoi pensieri.
    Noi siciliani-di-continente cerchiamo un contatto con la sicilia in tutti i modi possibili:
    dal Nero d’Avola ai granelli di Mondello che trovo ancora sul mio “Millenote” a ricordo delle tante estati a suonare la chitarra a lume di lampada ad olio.

  2. E un siciliano in/di continente se la porta dietro questa poesia, che la onori o no.

    Verissimo. E il paradosso è che te ne accorgi quando sei fuori, lontano da una terra tanto amata e con la stessa intensità odiata, di essere pregno di quegli odori dai quali per tanto tempo hai pensato, erroneamente, di essere immune. Niente da fare: la tua terra te la porti dentro, e con lei i colori, i suoni ed i sapori che, a pensarci, ti vien la pelle d’oca. Tu sei la tua terra, anche se per cerchi di negarlo, anche se hai cercato di slegarti da radici che ti son sempre sembrate soffocanti, la Sicilia, col suo misto di diffidenza e calore, passionalità e ostinato orgoglio che conta solo su sé, getta la sua ombra su ogni tua azione, e se sei lontano, apparentemente al di fuori della sua cappa scura, lo senti ancora di più.
    E no, non mi piace pensare che siamo scappati via, che le abbiamo voltato le spalle salvo lamentarcene e decantarne le lodi con gli occhi del prigioniero che si è ormai liberato:non è una fuga, almeno per me; arriva prima o poi il momento di lasciare la madre e camminare da solo, ma non per questo si smette di amarla e di volere il suo bene. E il figlio che le sta accanto, attaccato alle gonne, non dimostra più affetto di quello che, con rammarico eppure con voglia si scoprire altri luoghi, altra gente, la abbandona per cercare la sua strada.

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