Il rifugio del cane abbandonato della Favorita

di Paola Lo Manto

Lo stato del Rifugio del cane abbandonato della Favorita è noto ai più; sembra quasi superfluo dire che i più di 230 cani ospitati mangiano, dormono e sono curati solo grazie alla generosità dei privati cittadini; e sembra anche inutile render noto che nessuna parte ha il comune di Palermo nella gestione del rifugio. Da più di vent’anni, volontari di ogni età e provenienza si impegnano, con qualsiasi condizione atmosferica, in qualsiasi giorno dell’anno, per garantire ai cani un’esistenza dignitosa.
È fin troppo facile, parlando di questa sezione della Lega Nazionale per la Difesa del Cane, indulgere alla sdolcinatezza, con storie strappalacrime di cuccioli in cerca di casa. Perché di storie strappalacrime, per il frequentatore del rifugio, ce ne sono così tante che se le elencassi tutte insieme, anche il lettore più insensibile si vergognerebbe di appartenere al genere umano. Per fortuna, di tutte queste storie, ce n’è sempre almeno una che finisce bene; per fortuna, ogni tanto, ci si riesce a stupire anche dell’amore che un uomo può nutrire nei confronti di un cane e non soltanto della tanto decantata fedeltà e costanza dei nostri “migliori amici”.
Sono le storie a lieto fine che permettono ai volontari di pensare che tutti i sacrifici e il tempo che hanno impiegato non siano stati sprecati. Perché, anche se ogni cane al rifugio viene trattato al meglio delle possibilità, anche se viene amato, tutti quanti si augurano che possa finire i propri giorni con una vera famiglia.
Quello che si potrebbe essere portati a chiedere è come facciano le persone che vi lavorano a convivere con così tante storie di maltrattamenti e abbandoni perpetrati a danno di esseri indifesi. La risposta è che, in fondo, l’intera filosofia che sta dietro al rifugio del cane è improntata a un inesauribile ottimismo; non si smette mai di sperare, anche se è contro ogni logica, che alla fine i cani verranno adottati. Si mettono in campo le “adozioni del cuore”, ossia si cerca una casa a cani gravemente malati, perché possano finire i loro giorni con una famiglia. Si fanno appelli, annunci, si cercano padrini di volo, che accompagnino il cane verso la sua nuova casa.
Tutto questo perché l’idea stessa del rifugio del cane, porta in sé la fine di ogni canile, rifugio o ente per la protezione degli animali: continuando in un’opera di sensibilizzazione, continuando anche a rompere le scatole a tutti per cercare aiuto, un giorno, un giorno che con ogni probabilità noi non vedremo, non ci sarà più bisogno di proteggere gli animali, perché sarà impensabile fare loro del male.
Ovviamente non sto cercando di dipingere un luogo idilliaco. tutt’altro. Il compito del volontario non è di coccolare cagnolini bisognosi, ma di spalare i loro escrementi; è un lavoro duro che spacca la schiena. A questo serve l’ottimismo, perché quando vai a lavorare una volta a settimana in un posto dove è possibilissimo che un sacco di cacca ti si riversi addosso (“un sacco” nel senso letterale del termine) o pensi che le cose possano cambiare e che quello che fai abbia un significato oppure molli tutto e cerchi di non pensarci più.
Una volontaria.

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