Intelligenza: ora si può modificare!

di Dario Ferrara

Quante volte si è sentito parlare dell’intelligenza?
Galton fu il primo a studiarla, introducendo il concetto di “ereditarietà genetica” secondo cui non era difficile pensare che genitori intelligenti avrebbero avuto dei figli altrettanto intelligenti.
Col passare dei secoli, l’intelligenza è stata ampiamente studiata e analizzata: Binet la ampliò col concetto di Quoziente Intellettivo e intorno al 1930 altri studiosi come Wechsler introdussero i primi test per misurarla. Ad oggi, molte persone sono convinte che l’intelligenza sia un fattore del tutto genetico e non di meno che tale fattore non possa essere modificato in nessun modo.

Tutto questo ovviamente è sbagliato, poiché l’intelligenza è sì influenzata da un fattore genetico, ma anche l’ambiente in cui il soggetto vive dà un contributo non indifferente.
Recentemente è stata introdotta in merito una nuova scuola di pensiero costituita e guidata da Reuen Feuestein.
Feuerstein ha scardinato i vecchi preconcetti “innatisti” dell’intelligenza, introducendo il concetto di “modificabilità cognitiva”; quest’ultimo fa fronte alla teoria scientifica di plasticità neuronale, che afferma che l’individuo può apprendere e modificare le sue capacità intellettive, non solo nell’età infantile ma anche durante l’arco di tutta la sua vita. Basti pensare a come un individuo possa apprendere nuove lingue, imparare a suonare uno strumento, apprendere nuove informazioni!
Fondamentale è in questo senso l’utilizzo dalla mediazione sociale, poiché, secondo Feuerstein, l’apprendimento non ha luogo tanto in seguito all’esposizione diretta di un soggetto agli stimoli, quanto piuttosto attraverso l’azione di un mediatore.

Su queste basi, il professor Feuerstein ha ideato il metodo omonimo, anche detto P.A.S. (Programma d’Arricchimento Strumentale), che scardina quelle false credenze sul Q.I. e spesso è fonte demotivante per adulti, genitori e figli stessi. Il principio del metodo si basa appunto sull’azione di un mediatore che permette di creare dei punti di connessione, facendo esercitare le capacità cognitive dell’individuo, aumentandone le performances, l’autostima e la capacità di pensiero fornendogli inoltre strumenti per affrontare gli ostacoli della vita.
Il metodo è usato in ambito scolastico, ma si potrebbe applicare in ogni ambito quotidiano; viene esercitato da professionisti abilitati e specializzati, che si suddividono in tre livelli d’apprendimento (P.A.S. I, II e III); ognuno di essi si occupa di determinate funzioni cognitive dell’individuo: attenzione, concentrazione, capacità di risolvere problemi, pensiero astratto, pensiero passando inoltre a produrre un insight nell’utente cambiando il suo ruolo da recettore passivo a produttore attivo, producendo e incanalando informazioni del tutto nuove che andranno a sostituirsi con le lacune passate.
Le scuole di formazione del metodo hanno sedi in ogni parte del mondo e il manuale è stato tradotto in più di 36 lingue.

L’applicazione del P.A.S. è molto utile in soggetti con patologie psichiatriche,trattandosi di una tecnica di riabilitazione cognitiva atta a scardinare la sintomatologia positiva e a ricostruire quel deficit cognitivo non raro in date patologie.
Si spera dunque nella possibilità di un affiancamento degli operatori agli insegnanti di sostegno nelle scuole e nell’articolazione di specifici progetti aventi l’obbiettivo di agire direttamente sulle difficoltà d’apprendimento del bambino; attenzione particolare andrebbe posta nelle scuole quando l’utente inizia ad avere difficoltà nei compiti più semplici: affiancandolo a un esperto in metodologia P.A.S. si riuscirebbe a far riemergere l’interesse e la voglia nel bambino, già vessato dalla colpa di essere “diverso” o “incapace” o spesso e volentieri catalogato con test d’intelligenza che potrebbero portare a forme di stress sempre maggiore e a un carico negativo sull’esperienza d’apprendimento.

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