“Collusi”!

20150528_182113A maggio e a Palermo “l’onda emotiva” si risveglia per le morti eminenti, esplosive. Per i ricordi nostalgici del tempo che fu, in cui sbagliammo, o sbagliarono. Questo maggio, invece, a Palazzo delle Aquile hanno presentato il libro che può scrivere un magistrato che non sa se gli sarà concesso di invecchiare, ma che ancora vivo è. Un libro di cui si parla senza che si faccia l’agiografia ritardata di una morte. Un miracolo, quindi. Non ancora un libro di quelli su cui si piange ex post perché noi alle cose ci arriviamo dopo, ché pare una legge di natura.

Il libro si chiama “collusi” e quello che mi viene in mente è Falcone quando scriveva che la mafia non è solo crimine, ma è anche mentalità, “semplice modo di essere”; e spesso in molti sono collusi con questo “essere”. Perché, cos’è in fondo la collusione?  Il “cum” + “ludere” (“giocare assieme”) rimanda al concetto di “accordo”, “intesa”, non per forza criminale; rimanda al “gioco delle parti” spesso inconscio, automatico, instillato in noi per appartenenza culturale. Significa condividere inconsapevolmente un modo di pensare tra coloro che “partecipano” ad un dato contesto, significare il mondo allo stesso modo, inconsciamente e al di là dei giudizi di valore. Da tale “complicità” simbolica discenderebbe poi qualsivoglia interazione sociale: “all’inizio c’era la ‘collusione’” afferma Carli, che in terre di mafia è collusione basata sulla furbizia predatoria del “mors tua, vita mea”! Siamo dei pezzi di merda inconsapevoli quindi? O possiamo nasconderci dietro il fatto che si tratta di un fenomeno non intenzionale e che, in quanto tale, esso non può essere sconfitto con un semplice atto di volontà?

Domande interrotte, si inizia. Gli ospiti sono illustri: il Palazzo delle Aquile, Sala delle lapidi; lapidi onnipresenti al posto di una politica assente poiché troppo impegnata a fare politica. Nino di Matteo, Gianni Minà, Vittorio Teresi, Salvo Palazzolo, Rino Cascio, il questore Longo. Ognuno ha una sua forte presenza, ognuno ha molto da dire con poco.

L’Italia è l’unico Paese che ha avuto sette stragi di Stato e non ha punito nessuno. […] È come non aver mai fatto i conti col passato” (G. Minà).

“Citare i fatti oggi è rivoluzionario. […] La nota di speranza deve partire da una nota di verità” (N. Di Matteo).

Occorre un attentato ogni tanto per rialzare l’onda emotiva” (R. Cascio).

“Che società abbiamo creato? […] Fa schifo! La democrazia è un’altra cosa. È proprio un’altra cosa…” (G. Minà).

“La corruzione taglia trasversalmente tutti e tutto. È la prima spia dell’infiltrazione mafiosa” (G. Longo).

“Raccontare. Torniamo a raccontare le persone che si impegnano in questa città. Ce ne sono tante” (S. Palazzolo).

Raccontare versus lamentele immobiliste. Elaborare, simbolizzare, attivare i nostri criceti mentali.

Ho accanto due signore arzille che criticano, applaudono e criticano, criticano e applaudono. La lamentatio, attributo “specie-specifico” del “palermitano-tipo”, è una giaculatoria reiterata sui nostalgici temi di un passato idealizzato, contrapposto a un presente deludente; lamentarsi è vomitare il disappunto per le proprie frustrazioni sull’altro, uno strumento per invadere l’altro: io, io, IO! Sono triste, infelice, senza lavoro, nella merda, sommerso dai guai, depresso, etc., all’infinito e oltre. Il lamentoso ha perso ogni controllo efficace sul sé e sull’altro, teme di non riuscire più a riconquistarlo e allora si lagna. La lamentela dunque è timore, è egocentrismo, è resa, è discontrollo, è tutto fumo e niente arrosto; non è sguardo al mondo, al di là del proprio naso. È naso e basta, miopia, narcisismo, dolore stantio e inerte, lagnoso emettere gemiti ed aria dalla cavità orale. Abitudine da vecchia matrona sicula che contagia inesorabilmente, inevitabilmente, ogni essere insoddisfatto di sé.

Pensiero che frammenta l’impegno, le menti, le coscienze e confonde, perdendosi nel nulla eterno, nella non fattività. Lasciandoci preda di facili collusioni psichiche.

L’antimafia della lamentatio è “l’antimafia parolaia” (R. Cascio) che, come la signora alla mia destra, lei che prima si lamenta per le sirene e la velocità della macchina di Di Matteo e poi viene a Palazzo delle Aquile ad applaudirlo, e ad applaudirlo più forte degli altri rimarcandone ogni ultima parola per far capire che lei C’È, che lei SEGUE, che lei È PERFETTAMENTE SUL PEZZO. Collusa con l’apparenza, col nulla eterno, appunto; con la vacuità della frangia parolaia dell’antimafia.

Per me “collusi” allora è un titolo-invito all’attezione, all’automonitoraggio, alla consapevolezza; al non fare cazzate senza rendersene conto. Questo mi dicono il titolo del libro, l’applauso lamentoso della signora alla mia destra, l’assenza della fascia giovanile a qualsivoglia manifestazione maggina (troppo impegnata a professionalizzarsi, a divertirsi e ad evitare la crisi?), la Sala delle lapidi ed anche l’idea di Orlando che oggi la mafia si sia camorrizzata, sia liquida, ovunque.

Attenzione! Forse, però, il problema non è “non colludere” con la cultura di appartenenza, che è anche un poco inevitabile perché la cultura ce la calano dentro il cervello con le siringhe fin dalla panza materna; il vero problema è pensare, mai smettere di pensare, e poi arrivare a non colludere con specifiche simbolizzazioni para-mafiose (es.: omertà, “cumannari è mugghiu i futtiri”, “mors tua, vita mea”, etc.) per creare dinamiche solidaristiche, consapevoli, attive e coerenti con il sano sviluppo di una comunità.

Utopie siciliane?

2 thoughts on ““Collusi”!

  1. Grazie Cri, ci tengo troppo a queste “idee”. Spero che presto ne parleremo di presenza e penseremo a qualche progetto concreto!

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