“Cosa Guardiamo ogni giorno? GUARDIAMO-CI!” – Report di un’esperienza reale

La scorsa settimana non sono riuscita a fermarmi a scrivere per Abattoir. Il motivo è che, dopo anni fatti di lavoro + pandemia + reclusioni in stanze o in vite + distanziamenti dal sociale, finalmente ci sono state delle novità. In particolare, oggi vi racconto del cineforum Cosa Guardiamo ogni giorno? GUARDIAMO-CI!”, idea coccolata per un anno con due colleghi psicologi (Marco Aiello e Claudia Cardinale) basata sul riprendere film, serie tv , Netflix & soci (robe sempre più usate – soprattutto in pandemia – a mo’ di riempitivi solipsistici) e renderli strumenti di incontro e di pensiero. A partire da proposte filmiche capaci di sollecitare l’attivazione della funzione riflessiva, volevamo insomma favorire il passaggio da una fruizione massmediatica passiva, riempitiva e solitaria (overwatching) ad una visione attiva, mentalizzante e collettiva che potesse creare spazi di incontro e di confronto su temi sempre più stringenti.

Abbiamo innanzitutto coltivato l’idea, guidati dalle sapienti cine-conoscenze di Marco: abbiamo iniziato a riunirci e a parlarne, quindi a scrivere il progetto e poi a trovare film e partner che potessero capire ciò che volevamo “ricreare” (Booq e il Laboratorio di Gruppoanalisi). Alla fine, tra oscillazioni nei contagi, Siae, vari inconvenienti burocratici alienanti e tempi personali, ad aprile siamo partiti con un piccolo gruppetto che si è riunito ogni sabato per un mese.

  • Il primo film proposto è stato The Social Network” (2010), storia dell’etio(pato)genesi di Facebook, che abbiamo scoperto essere fondata sull’invidia rabbiosa e sul desiderio inespresso di amore e di autostima di un giovane Zuckerberg, poi trasformatisi in business e aggressività. Portandoci a capire umanamente come siamo arrivati a “vivere su internet”, il film ci ha mostrato come nel “nuovo mondo virtuale” sia importante fare notte, essere sempre connessi e non crashanre mai, essere più veloci e rampanti dell’altro (“altrimenti resti indietro”, dice qualcuno). Ma ci ha fatto notare anche come giustifichiamo tutto ciò con la difesa della Santa e progressista tecnologia e del modello imprenditoriale, che – a detta dei più – creano nuove possibilità. Tuttavia, diceva McLuhan, i medium diventano il messaggio stesso in grado di trasformare i meccanismi di funzionamento della mente umana, i suoi principi di gratificazioni e il suo ethos valoriale. Dentro il governo attuale del business, spopola la religione dei profitti a ogni costo per cui è normale e funzionale fare le scarpe anche al tuo migliore amico: siamo tutti irrilevanti e siamo tutti denari che camminano di cui appropriarsi (Eduardo docet).
  • E’ seguita la visione collettiva di “The Social Dilemma” (2020), che ha iniziato a prospettare l’idea dei social come misure per mettere in “scacco matto” l’umanità, per renderla un prodotto, un oggetto da consumare e da cui estrarre più risorse possibili (dati, denaro, etc.)… “Consumiamo prodotti che ci consumano”, ci siamo detti facendo eco al docu-film secondo cui “se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu!”. Penso in effetti alle frattaglie di Lewin, ovvero a come i suoi interventi di rinforzo hanno cambiato le abitudini alimentari degli americani per soddisfare le necessità del mercato. Ed ecco il facile benvenuto nel “capitalismo della sorveglianza”, fatto di previsioni di mercato, di induzione dei bisogni, di tribalismi e spaccature, di vendite per cavie umane, di psicologie della persuasione applicata alla tecnologia e di rinforzi dopaminergici atti a generare ricompense cerebrali e a indurre piacere a scopo economico! Il risultato? La rimozione del dolore e la “mi-piace-dipendenza”, ovvero il costante desiderio dell’approvazione sociale percepita. E alla fine? Sappiamo sempre meno chi siamo e in cosa crediamo veramente. Perché “come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere in Matrix?”… Ma è pur vero che “Truman resta nel finto mondo perché accetta la realtà per come si presenta”, delegando alla sua respons-Abilità, alla sua etica, alla sua possibilità di scelta. “Deve per forza essere così?”, ci chiediamo… Il gruppo ancora non sa cosa dire, ma questiona la faccenda e inizia a scansionare il tema delle “relazioni”. Anticipiamo così la prossima direzione col film “Her” e le emozioni “pericolose” che circolano fanno esclamare a qualcuno: “Ah! Pensavo Terminator!!!”.
  • In effetti “Her” (2013) così leggerino non è… Gli scenari enormi e spersonalizzanti fanno venir voglia insieme al protagonista di “appartenere” a qualcuno o a qualcosa, di avere accanto qualcuno che “ascolta, percepisce e conosce”… Sembra quasi una domanda di psicoterapia o di relazioni più autentiche, e invece il film parla di un Sistema Operativo! Theodore, uomo piccolo e solo in mezzo ai palazzoni metropolitani e a “situazioni in cui l’uno faceva sempre sentire l’altro una merda”, si ritrova infatti improvvisamente in una relazione amorosa con una Post-Alexa costruita sulla soddisfazione dei suoi bisogni. Lì vive “l’essere al sicuro stando lontani”, come canta alla sua Samantha post-Alexa… ma alla fine la realtà gli fa notare di NON essere abbastanza forte per gestire le relazioni reali, di essere chiuso in un mondino onnipotente in cui tutto è sempre disponibile, in cui contano solo la semplicità, lo stare bene… Ma quanto può durare questo modello della “vita = parco-giochi onanistico/narcisistico”? Alla fine Alexa se ne va e lascia un po’ di spazio al reale… “Ma cosa è la realtà? Cosa possiamo definire reale e cosa no?”, inizia a domandarsi il gruppo… Forse c’è un po’ di confusione, forse esistono molte realtà… e noi dove siamo? “Possiamo innamorarci del mezzo”, dice qualcuno; in effetti “oggi ci manca qualcosa che si ritrova nella tecnologia”, aggiunge un altro; e un terzo conclude: “ma un pc che soddisfa tutti i bisogni è un ideale!”. Come allora prendersi cura delle relazioni in carne, ossa, sangue e contato corporeo? Servono mediatori o sappiamo ancora starci?
  • La distopia è attivata e ci conduce in “caduta libera” all’ultimo incontro con Black Mirror (Nosedive, 2016), BoJack Horseman (Fish out of water – S3 – E4 – 2016) e Love, death, robot (S1- E2, Three Robots): tre serie Tv, grande trend degli ultimi anni. Tramite esse, arriva più “chiaro” il senso dis-perso delle cose gestite dal (tele)voto, dall’apparenza, dalla perdita della qualità e del valore dell’altro e della diversità. Sul nostro grande schermo (che è un muro di booq) risuona potente l’inadeguatezza, e solo i personaggi in assoluto meno “adeguati al social(e)” possono notare come “in questo mondo in cui ognuno è chiuso in se stesso, è facile perdere di vista le cose reali”. Bojack, cavallo antropomorfo ma effettivamente molto uomo attuale, ci mette il carico: “in questo mondo terrificante, ci restano solo i legami che creiamo”… ma purtroppo la sua è un frase finzionale, finalizzata al business e perciò evanescente come le parole sul suo fogliettino, che si diluiscono e diventano illeggibili in mezzo all’acqua. Concludiamo le proiezioni col giro turistico di tre robottini in mezzo ad una città post-apocalittica: “scacco matto all’umanità”, mi viene da riscrivere, mentre i tre si confrontano sul senso della fine dell’uomo: “E’ stato questo a ucciderli tutti?”; “No! La loro arroganza! […] Il lungo autunno del loro egoismo”.
    The end, e mi torna la triste immagine di un Zuckerberg ricco, solo e antisociale che continua a cercare il contatto con Erica, alla fine del primo film.

Per passare dal “guardare” al “guardiamo-ci”, abbiamo innanzitutto costruito un’ESPERIENZA GRUPPALE che ha riprodotto diversi funzionamenti sociali. Innanzitutto, la tendenza alla minimizzazione di dinamiche sottese all’attuale “socialità social” e la necessità di normalizzarle, ridimensionarle e chiamarle tout court “risorse perfettamente gestibili”. Nei primi incontri, i vissuti disturbanti veicolati dai film (aggressività, rabbia, frustrazione, vendetta, solitudine, competizione) sono rimasti muti, indicibili e soprattutto insentibili… ma d’altronde siamo disabituati ad incontrarci, siamo estranei a noi stessi, distanziati e mascherinati… Difficile dirci come ciò che vediamo ci influenza, fonda, forma! E però qualche coraggioso ha fatto emergere pian piano la vulnerabilità, il desiderio semplice e veloce di “sentirsi parte”, di andare in automatico verso il desiderio di “ciucci digitali”. Al 2° incontro, certe abitudini relazionali iniziano a essere definite “rifugi” e vengono fuori parole come “fastidio”, “inquietudine”, “preoccupazione”, “fragilità”, “solitudine”. Qualcuno dice che è perfetto “stare in relazione, ma con un passo indietro e poter spegnere quando si vuole”. Forse viviamo una dispersione, una difficoltà di abitare le relazioni, forse c’è paura. “Paura di uscire dalla confort zone”, dice una ragazza al 3° incontro. Qualcun altro nota che i progetti si sono intorpiditi. Qualcun altro dice di sentire una forte angoscia. Finalmente! Dopo 3 settimane, il gruppo è più fluido e rinuncia alle generalizzazioni, alle patologizzazioni e alle intellettualizzazioni. Alla fine, ammette anche il suo stordimento: come non essere angosciati su quanto accade nel mondo reale? O di fronte a relazioni che, a differenza di una Samantha post-Alexa, prevedono frustrazioni, dolore, necessità di esserci non a convenienza? Possiamo ribellarci ai “valori social” e rinunciare al “mi piace” o accettare pure ciò che “dis-piace”? Forse ci vergogniamo di essere diversi, forse abbiamo bisogno di gratificazioni in surplus, forse siamo impotenti e depressi, in fondo. Lo dicono, ce lo diciamo. Come recuperare la responsabilità verso se stessi, l’altro e il mondo? Stare davvero con l’altro e con se stessi è faticoso e, dice la mia collega, ci mette di fronte a uno specchio che a volte è bello, piano di possibilità, e a volte è “black”. Sappiamo ancora farlo?

…Alla fine, incontrandoci sul serio, ci siamo concessi di SPERARE di sì.

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