5 fichi

…A dicembre!
5 fichi!
Ottimi, dolci e a dicembre!

Come dico spesso, io non me ne intendo di vera agricoltura; quando mi bullo di fare giardinaggio, invero mi dedico alle piante grasse. Eppur tuttavia, provo un grandissimo piacere all’idea di custodire gli alberi piantati da mio padre nel giardino che mi circonda casa. Qualcosa di base, tipo che si innaffia preferibilmente a sera, l’ho imparata in questi anni… Per il resto, pago bollette dell’acqua belle salate (qui c’è ancora la siccità) e osservo le evoluzioni arboricole con orgoglio; ogni anno, inoltre, dono una costola ai giardinieri per pagare le potature, ché non ci sono più i mastri di una volta e a trovarne uno che non chieda 300 euro per sistemare 2 alberi è un miracolo. Da ultimo e soprattutto, a seconda delle stagioni, mi predispongo solerte e impaziente per ac-cogliere e rac-cogliere i doni di questa natura che mi circonda, doni che ritengo divini e che condivido fiera con i miei cari.

L’albero più delicato è il lotino, che soffre lo scirocco e va innaffiato spesso. Passo del buon tempo a guardarne crescere i fruttini arancionati (quest’anno ben 7!) e a cercare il giusto momento (di solito ottobre) per prenderli dai rami prima che i voraci uccelletti li divorino ad arte, lasciando appese solo le bucce: sono strepitosamente precisi! Lo stesso faccio coi fichi e coi fichi d’india, per i quali quest’estate mi sono molto arrampicata e spinata. Ancor prima, in primavera tarda, ci sono le nespole: le più buone, ovviamente, sui rami irraggiungibili. In piena estate prendiamo i fichi e quasi alla fine qualche mandorla (ho sia le dolci, che le arsenicose) e molta uva Zibibbo e Italia, che pende abbondante dal pergolato con le api e i bombi che la predano continuamente. In quel periodo, da tradizione, ogni giorno mangio i miei amati fichi direttamente dall’albero, senza lavarli e con le mani presto appiccicaticce; poi mi do un tono sistemando le pezze rosse sui rami per fingere che fungano da spaventapasseri (in realtà serve a poco e penso sia giusto così!). A ottobre inoltrato tocca ai melograni: allegri, rossi e succosi, si dice che portino bene e io li metto pure nell’insalata. A ottobre-novembre passiamo alle mele cotogne, che faccio al forno con limone e zenzero. Da oltre 1 mese e ancora oggi raccogliamo olive bianche e nere a manate (che metto sott’olio e in salamoia) e, di solito, in questo periodo anche i cardi; poi arance, mandarini e pure i mandarinetti giapponesi con cui fare la marmellatina. Per il banano è presto, in fondo è l’ultimo arrivato insieme al limone, che però ha già 7 fruttini ancora non molto gialli. Il piccolo cappero dalle foglie carnose a cuore che mi escon dalle pietre non ho ancora capito come interpretarlo e renderlo nutriente.

Quest’anno molto si è però rivoluzionato.
A giugno l’uva era già pronta e a dicembre ho ringraziato l’albero di fichi per il suo dono inatteso, gioioso e insieme sconsiderato. Ho ringraziato, ovviamente ho mangiato e nel frattempo ho anche preoccupatamente commentato. …Sono circondata da alberi in fiore, da cespugli primaverili e da frutti fuori stagione; non sono primizie, ma frutti proprio fuori dal loro tempo! I cardi invece sono in ritardo, in letargo, bassini, evidentemente non sono ancora pronti, in ciò donando somma gioia a mia suocera, la quale sotto Natale si avvilisce ogni anno per pulirli e cuocerli in onore del Dio Arbusto.
Ieri ho anche approfittato di questo clima mettendomi in costume in mezzo alle canne, godendo delle terme naturali di Segesta senza alcun brividino o cervicale impazzita; e tutto questo mentre al nord Italia e gli amici emigrati (e gelati) inviavano maledizioni.

Come diceva qualcuno durante l’ultimo incontro di Cittadinanza Riflessiva, qui “non esiste più la nebbia agli irti colli”; ma forse, detta così, la poggiamo piano, poetica ed eufemistica. Perciò, ci terrei a NON lasciarvi tanto tranquilli ricorrendo a un duro senso di realtà: 20° a novembre non sono una bella notizia e nessuna di queste scene che vi descrivo è fittizia, allucinogena o da serra! E’ tutto vero, i miei sensi extra-stagionalmente sollecitati confermano e se ne beano istintivamente, prima di consultare la ragione che sta invece in protesta ponendo fine alla festa.

Non importa dare un nome preciso al perché di tutto questo; nei decenni scorsi se n’è parlato abbondantemente e in molti modi, ma solo oggi siamo arrivati ad annichilire la sempre più preoccupante faccenda ed a considerare patologica l’eco-ansia. Io, invece, sono fiera di provarla, non la ritengo disturbante, semmai da/dà sale in zucca; e sento che ha un senso il suo viraggio verso una sana angoscia! Perché adoro i fichi e ne farei scorpacciate, li friggerei, li mangerei avvolti nel prosciutto crudo, a marmellata, sbattuti al muro e col formaggio come il contadino con le pere. Ok. Ma qui non è questione di cosa mi piace; qui è questione di rispettare il sacro senso dei confini, dei limiti, delle stagioni che esistono perché tutelano l’esistenza di un certo ciclo di vita della terra e, quindi, di un futuro.
…Perché non è che banalmente non ci sono più le mezze stagioni… E’ che, ve ne sarete accorti, non ci sono più neanche le stagioni, gli equilibri, i terreni solidi e fertili su cui poggiare i piedi, sapendo che fioriranno (e noi con loro).

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