Lascia che ti strappi alla terra. Che venga a riprendermi tutto, come la retorica sulla natura, come due occhi che smettono di sorreggere le gambe e le mani tremanti scosse da venti palpitanti. Annega. Annaspa. Affoga. Trattieni il respiro che non è sole, è incendio; che non è pioggia ma tempesta. Cerca un rifugio sempre più piccolo e muori lì. Non uscire, non provarci. Stringi quella sicurezza, stringila forte, che fuori è un brutto mondo. Arriva l’onda alta, arriva, chissà come finisce. Legati all’albero con le tue catene, che lì sei al sicuro, che lì non ti succede niente.
Niente, nemmeno in primavera, nemmeno quando il mare diventa olio e inchiostro. Sarai al sicuro, sempre. E li vedrai passare, li vedrai ridere, giocare, amare. Sono pazzi lo sai, sono pazzi. Non hanno catene, arriva l’onda alta e non hanno catene che li tengono qui, legati all’albero, per sempre, ma al sicuro. Stringere forte fa male, alcuni giorni, è vero. Ti irrita la catena, quasi ti strozza. Quel pazzo del tuo amico voleva che andassi in riva, da solo, in mezzo a quella spiaggia, sotto il sole che brucia, sotto la pioggia che ammala, vicino al mare che annega. Ma qui sei al sicuro, legato alla catena di quest’albero che ti tiene a sé. Con i suoi rami spogli in inverno, fioriti in primavera, rossi in autunno, quello che ti piace di più: così caldo e rassicurante. E l’estate, verde e ricco, sempre all’ombra, sempre al tuo posto. Quel bambino? Un pazzo. Figlio di pazzi. Il mare lo prenderà con sé, e se non sarà lui, accadrà qualcosa di spiacevole. Cosa? Non lo so. Ma non preoccuparti per lui. Tu sei al sicuro. La catena è forte, e non ti lascia. Non ti lascia. Non ti lascia. Non ti lascia. Perché ti divincoli, ti agiti, ti fai male? L’hai sciolta più volte e ogni volta crolli esausto un metro più avanti.
Cos’è successo, dici? Niente, legati forte, ecco, così. Il mare è bello anche da qui, sai? Perché ti agiti? Perché ti divincoli, cosa credi di fare? Affogherai. Non puoi raggiungerli, le caviglie sanguinano e poi, lo sai. Non sei come loro. Sono pazzi. Fermati, ho detto, ecco, così, bravo. Non respirare, è peggio. Torna indietro che sta arrivando il temporale. Il mare è una montagna di spuma e le barche vi si arrampicano troppo in alto, e tu soffri di vertigini e il cielo azzurro non ha recinti. Stai sanguinando, ecco vedi? E la catena è adesso più lenta. Dio ti protegga. Dio ti protegga… Barcolli, l’aria è finita, hai le vertigini. Cadi. Muori. Arriva l’onda, sei ancora in tempo. Sei un pazzo, come gli altri, tu lo sai, torna. Qui sei al sicuro. Sei caduto. Il mare ha portato via con sé il molo, la sabbia e le tue lacrime.
A volte ciò che ci rassicura è casa. È la stanza di una casa. Il letto di una stanza. Un confortevole abisso sempre più ristretto, in cui l’amigdala smette di attivarsi. In cui tieni fuori il mondo. Un mondo che non viviamo e che ci appare sempre più minaccioso. Una catena sempre più stretta chiamata ansia, che ci impedisce di vivere come “gli altri”. Di vivere stagioni ricche di persone, luoghi, foglie che cambiano colore.
Dedicato a chi lotta e vive, nonostante tutto.