Mattina. Anzi, mezza mattinata. Dicono che lei abbia l’oro in bocca.
In via Tizio Tizietti di solito c’è posteggio tranne a quell’ora della mattina lì, che è inevitabilmente il mio orario; quindi, segno della croce e svolto a destra.
A 20 metri da me, 2 auto ferme: una vecchietta non riesce a uscire dal suo stesso posto-auto come pure la sua amica non riesce a salirle dallo sportello; lente, si girano e si rigirano come uno scravagghio rintr’a stoppa, impirugghiato: mille manovre, dopo qualche minuto ce la fanno e zampettano via placidamente. Intanto però una signora con la Panda alla mia sinistra è in protesta contro di loro, deve parcheggiare al loro posto e il traffico è bloccato… Poco male, ho qualche minuto per concedermi della tenerezza verso le vecchine e per tifare per la loro orrida guida segno di tenace aggrappamento alla vita che tanto mi ricorda mia nonna che – coi polsi gonfi dall’osteoporosi – gira il volante e suona il clacson con un metodo tutto suo atto a provare meno dolore possibile. Quando tutto pare risolto, pochi metri e secondi più avanti, un bruto giovane anziano procede gradasso contro di me da dentro la sua auto. Io che a mia volta procedo sospinta dal mio filotto di macchine in coda. Purtroppo c’è anche un’auto in doppia fila dal lato del gradassello (che novità cittadina questa, eh!), tuttavia lui procede contro di me per poi si bloccarsi tipo “Via castellana bandiera”. Gli faccio cenno di andare indietro – cenno non isterico, giuro -, lui muto. Rifaccio cenno sgomenta e lui muto. Al terzo cenno, lui esplode contro una me stupefatta. In dialetto arraggiato: “s’avia ‘nfilare pi fuorza!”. Sgomentissima, io in rettilineo e con codazzo, lui incuneato e libero (ma – ipotizzo – non cerebralmente). Alla fine mi fa passare borbottando e la mia coscienza non riesce a non dirgli che è un maleducato e che “non vede che ho una coda di auto dietro e che quindi non avrei mai potuto fare retromarcia [n.d.r.: per il suo prio di passare per primo]?”. Comunque, anche questa è andata e provo più pietas e antipatia che rabbia. Le successive 2 scene invece me le sarei proprio risparmiate, ché intanto – tictac – si è quasi fatto il mio orario e ancora sono lì a cummattere, e senza trucco e parrucco per di più. Non mi dispero al terzo giro di ronda, anzi esulto nel trovare una vecchietta con un delicatissimo cardigan giallo limone che si infila in auto. Mi apposto in attesa. In attesa. In attesa. E attendo… ancora.
La storia del danno oltre la beffa mi dà sempre dato un certo fastidio, eppure eccola qui: mentre attendo con impazienza, il tizio dell’auto dietro esce dal suo veicolo e viene contro di me, brandisce la paletta delle forze dell’ordine e mi intima di farlo passare. A questo punto sono esterrefatta… Mostro la signora in giallo che se la runnia in auto e lo prego di non farmi perdere questo posteggio: “giro da un po’ e devo andare a lavoro”; lui se ne sbatte e mostra la paletta ancora quieta, facendo intendere che IO sto intralciando il traffico; l’odore di multa è nell’aria, oggettivamente le disposizioni delle auto sono contro di me, la vecchietta è teneramente innocente, così mi sposto, mi accosto, insomma, trovo un modo. E attendo, attendo, attendo. In questi casi i minuti sembrano infiniti e ora mi sento stressata; decido di andare a chiedere alla signora in giallo se ha cambiato residenza in favore della sua auto o qualche notizia del posteggio che credevo di avere trovato. Giuro che ero assolutamente pacifica. La signora mi vede e neanche mi fa finire la frase pasteggiando dell’acqua da una borraccia giallo intenso con una lentezza disarmante: “Signooorrrra!!! Io sto bevendo!!!!!!!!”. La mia faccia era :| …Chiedo timidamente – sempre per rispetto dei miei nonnini guidatori – : “ma mi scusi, deve uscire con l’auto?”. “Lei deve aspettare! Non lo vede che sto bevendo?!?”. Mi sento davvero curnuta e mazziata. Non riesco a darle torto, è più forte di me, ma, alla quarta discussione in cui ho le corna calate ma pruriginose di tensione già dalle tre scene precedenti, inizio a sentirmi tesa: lo avverto bene sul trapezio, che digrigna come una dolente corda di violino in forma di muscolo, alla faccia del mio fisioterapista; e l’armadillo di ZeroCalcare ci mette il carico, mugugnando: “che ci vai a fare, se poi bastano 10 minuti così per fare 10 passi indietro?!?”. Comunque respiro, torno in macchina e attendo. Dopo qualche infinita manciata di secondi o non saprei, oramai col cuore in pace lei e forzosamente pure io, avviene questo miracolo, parcheggio e corro verso lo studio. Non ho esaurito i miei OM quotidiani, sono molto più paziente da un po’ e questo mi piace, ma mi sento davvero stressata! Aggiungiamo che qualche ora dopo (appena il tempo di smaltire queste scenette indigeste) troverò un’auto in doppia fila a bloccare la mia e dovrò attendere anche per tornare a casa… Mi guadagnerò questo ambito premio pelo-pelo, facendo mille manovre di uscita e altrettanti “OMMM”.
Ecco, queste City-vignette sono semioforiche, portano cioè un enorme significato: quello che voglio dire è che c’è una fortissima carica aggressiva nell’aria che a momenti scoppiano incendi non dolosi ad ogni angolo di strada. Incendi di rabbia! Ma beh, provate anche voi a guardarvi intorno con pietas al prossimo stronzo che in giro vi aggredirà inutilmente ed a pensarla così: viviamo in un mondo in cui la vita e la morte di un bambino di invisa nazionalità (piccola scusante per nascondere altri interessi di dubbio gusto e di dubbia origine) sono considerati “danni collaterali” di ricchi evasori fiscali amorali di dubbia nazionalità umana.
…Perché mai, se questo è il messaggio della vita e del mondo di m. che ci è dato vivere, dovremmo sentirci al sicuro di fronte all’altro ed essere rilassati, generosi, cordiali, disponibili a fare una retromarcia o ad agevolarlo? Siamo tutti assassini, carnefici e vittime potenziali, atterriti da una società di aggrediti e aggressori che sta bene a molti; mondo, che nel terrorizzarci costantemente, ci rende tesi ben più del mio trapezio, in una posizione di attacco/fuga in cui l’unico ovvio che ci è rimasto è (soprav)vivere con questo divorarci a vicenda.
Ah, gli autobus! Questi sconosciuti…