Dolorosa memoria

Da adolescente ho visto una decina di volte Schindler’s list, e ripetutamente ho pianto; non alla scena della bambina col cappottino rosso (forse da padre adesso mi peserebbe di più), ma alla scena in cui il protagonista si rendeva conto che se avesse venduto un anello o un orologio in più avrebbe salvato altre vite. È lì che emergeva il contrasto tra il reale valore della vita di un ebreo e quel che valeva per i nazisti. Continua a leggere

Il pandino, il silurone a 90 gradi e l’occlusiva bilabiale sonora “B”

Noi italiani ormai non ci stupiamo più di niente! Anzi, ci compiacciamo muovendo su e giù la testa quasi impercettibilmente quando vediamo qualcosa di incredibile, come a dire che “beh, in fondo in fondo ce lo aspettavamo”. E certo, mica siamo scemi! Lo vediamo arrivare, noi, il “silurone” che inevitabilmente si infilerà tra le nostre chiappe! È stato così, in effetti che ho accolto la notizia della possibile candidatura di Silvio al Quirinale. Altro che stupore! Annuita sommessa, sopracciglia alzate e labbra serrate in procinto di pronunciare l’occlusiva “b” (non di Berlusconi ma di un enorme e sonoro “baaaah!”).

Noi italiani ci trasciniamo questo senso di disagio che in fondo ci piace. Ci piace fare le vittime, reiterare l’autocommiserazione fantozziana nel nostro quotidiano. Ci lamentiamo per il gusto di lamentarci, non importa per cosa, basta che ci lamentiamo! E quale migliore occasione di questa notizia per farlo? Ovviamente ci indigniamo, certo! Vuoi mettere il gusto di inveire contro qualcosa parlando con la vicina di panchina alla pensilina del bus? Ci indigniamo anche se già lo sapevamo! E così le nostre indignazioni finiscono lì, rimangono indignazioni rassegnate. Continua a leggere

La pasta al forno

Innanzitutto ovviamente il ragù.
Ah no, bugia ci fu: innanzitutto la milinciana fritta, quella viola locale, preparata il giorno prima affinché l’olio abbia il tempo di assupparsi per bene. Quindi l’affetto di prima mattina, la cospargo di sale per farla spurgare, poi friggo e carbonizzo il pentolino. Friggo proprio come faceva mio nonno: nei pentolini per avere l’olio in altezza che sommerga tutto. “Accussì vuogghiu moriri, no cu covid!”, dice il mio inconscio culinario, orgogliosissimo di sé. Mi pare giusto! Tra mancanza di tempo e iper-insulinemia, desiderio di mantenersi decenti (nonostante il demone del cibo sia nelle mie morbide carni) e rigorosità di un Super-Io doverizzato e frustaiolo, provo un piacere arcaico nel consumare quel pentolino. Piacere talmente arcaico che alla fine decidiamo di lavarlo ed esporlo.

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Dolorosa memoria

Da adolescente ho visto una decina di volte Schindler’s list, e ripetutamente ho pianto; non alla scena della bambina col cappottino rosso (forse da padre adesso mi peserebbe di più), ma alla scena in cui il protagonista si rendeva conto […]

pasta al forno e identità

La pasta al forno

Innanzitutto ovviamente il ragù.Ah no, bugia ci fu: innanzitutto la milinciana fritta, quella viola locale, preparata il giorno prima affinché l’olio abbia il tempo di assupparsi per bene. Quindi l’affetto di prima mattina, la cospargo di sale per farla spurgare, […]