Grigio Calmo e l’arte dello Zen

Nessuno ne aveva mai capito niente, eppure, quell’uomo sulla quarantina, schivo, timido e brizzolato, ne aveva cose da dire, altroché. Conosceva a memoria ogni angolo di quella periferia ingiallita, costruita e abbandonata a sè stessa dagli stessi visi itterici: cemento su cemento, cubi su cubi, camion su camion, auto su auto, materassi, cantine, box, alberi q.b.
Grigio Calmo, si chiamava, e viveva nel seminterrato dell’enorme complesso popolare. Non parlava mai con nessuno, nessuno lo vedeva mai in giro se non dopo il tramonto, come i scavagghi, diceva qualcuno, ma erano solo cattiverie.

Grigio Calmo, in verità, era uno scrittore, o almeno, pensava di esserlo fino al giorno in cui, durante un rarissimo reading nel quartiere popolare, sul palco che anticipava l’uscita neomelodica di Gianni Cobalto, con il pubblico in trepidante attesa, non vomitò tutto il suo repertorio introspettivo: fischi, risate, ingiurie, fin dal primo paragrafo; la parola Cugghiuni, da quella sera, continuò ad echeggiare nella sua testa, e nella chiesa vicina, per tutta la quaresima.
Quella sera, Grigio Calmo, fu letteralmente ricoperto da una tale insofferenza alla cultura, all’arte della carta stampata, da fargli perdere qualsiasi entusiasmo per la scrittura e la vita stessa.
In poco tempo divenne un misantropo: si convinse che sì, probabilmente quello non era il pubblico adatto, ma che tuttavia nessuno meritava di leggere o ascoltare i suoi testi. Era stato solo uno spreco inutile di tempo, un vuoto a perdere, come le vite degli abitanti del quartiere che popolavano i suoi racconti: ognuno con i suoi problemi, le sue speranze e i sogni lasciati ad ammuffire nei cassetti pieni di hashish.
Poteva salvarli, voleva salvarli. Voleva portarli con sè, strappare dalla strada almeno Vito Giuggiola, Marco Giglio, Enzo Biscotto, Gianni Rutto: compagni d’infanzie troppo corte.
Li aveva visti crescere, aveva giocato con loro sfogando la rabbia dietro un pallone, in strada, tra sole e pioggia, cani rabbiosi e auto lanciate a tutta velocità; l’avevano reso meno triste e più umano: lui, che si poneva sempre troppe domande, e che invece avrebbe dovuto imparare solo a stare sulla Terra. Lui, che ci credeva davvero alla legalità, al cambiamento, a quel libro che ti cambia la vita.
Poteva renderli diversi, ci sperava, cercava di aprire le loro menti alla cultura presentandosi con un libro di King nell’ora dei giornaletti porno, senza successo: ai clown sotto i tombini ci pisciamo in faccia, e pure sui libri, ripetevano.
Mirava ad una visione diversa della vita, ma nessuno poteva salvarli, nessuno, figuriamoci uno come lui.

Così, da un giorno all’altro, sparì, preferendo l’umido delle cantine, le grate sopra la testa, il guaito, rigorosamente in tedesco, dei rottweiler in attesa degli incontri clandestini all’ultimo sangue. Lo si vedeva solo di notte, in quel bar assurdo da scioglilingua, con addosso il suo completo nero e l’aria da cane bastonato. Ordinava un caffè, cercava le monete dentro il cappotto, pagava e vagava per il quartiere fino all’alba con l’elegante malinconia de “l’uomo in frack” di Modugno.
Passeggiava, ma lo faceva soltanto con il suo corpo: sentiva sbandare gli autobus delle cinque e si spostava all’ultimo minuto, giusto per non farsi ammazzare, ma nel frattempo nella sua testa, l’enorme chiesa quadrata di anonimo marmo bianco, diventava il Sacro Cuore di Parigi.

Grigio Calmo, era così.  Era capace di chiudersi dentro la sua cantina e giocare a carte con la sua depressione, non uscendo per giorni. Il mondo, diceva, lo vedo passare sopra la mia testa, il sole passa tra le grate, mi basta.
Per il resto dormiva e sognava: sognava di cambiare cose che non vogliono essere cambiate; persone il cui incedere per i grandi padiglioni diventava sempre più lento e incerto; da piccoli almeno, c’era il canto stonato degli altoparlanti della chiesa a dare speranza. Ma da lì a pochi anni, nessuno li avrebbe potuti salvare: nemmeno i sogni di scudetti allo stadio la domenica, le magliette sudate tra le bombe di maggio e luglio, l’eredità di parole coraggiose stampate col tritolo sulle magliette: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”

Grigio Calmo li avrebbe rivisti solo anni dopo, su quei giornali che sapeva leggere solo lui, in una giornata di sole, a mezzogiorno, tra un caffè e un sorriso amaro comprato a rate, seduto alla stazione centrale con un taccuino in mano, in attesa di quel treno diretto verso quella città dalle strade bianche e fredde ma immacolate, come la sua anima, come la pace che regnava dentro di sè.

Salì sul treno senza voltarsi indietro.
Grigio, non è colpa tua.
A volte, si disse, bisogna avere il coraggio di salvarsi da sé stessi.

Grigio Calmo e l’arte dello Zen

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