Hikikomori: mi dissolvo

Il sol levante è portatore di novità, di tecnologie avanzate, di una quantità di suggestioni figlie di una cultura diametralmente opposta a quella occidentale; in particolare, il Giappone è una terra affascinante e per certi versi incomprensibile a noi poveri occidentali.
Ad esempio, è notizia recente quella di una donna giapponese invalida che ha rifiutato di farsi pagare una pensione d’invalidità dallo stato. Strano, assurdo, incredibile.
Sì, per noi che viviamo in un mondo popolato da falsi invalidi con pensioni d’oro, è un bel po’ strano.

Tuttavia, il Giappone è sempre fonte d’ispirazione, sia nel bene che ne male.
Nasce in Giappone il fenomeno Hikikomori, che è a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti, un fenomeno che, fino a qualche anno fa, sembrava non aver colpito l’Italia, ma che invece negli ultimi anni pare essere sbarcato anche da noi, quasi fosse una moda. 
L’hikikomori è un ragazzo che a un certo punto della sua esistenza decide di isolarsi dal mondo e dalla realtà che lo circonda, si chiude in camera e lì passa le sue giornate. La camera diventa il luogo fisico, dove egli conduce la sua vita, luogo che a poco a poco si ammassa di oggetti, di resti di cibo, di sporcizia, di polvere, quasi come se gli oggetti diventassero essi stessi hikikomori e non potessero più uscire da quel luogo, così come chi li possiede. Oggetti che, in qualche modo, lo riportano in quella realtà che egli vive e osserva solo attraverso un computer.
Egli vive di notte, di giorno oscura le finestre, odia la luce. La notte si rifugia nei social network, nei forum, dove incontra altri hikkikomori come lui, creando quasi una rete. Un po’ come accadeva qualche anno fa (ma forse accade ancora), con le adepte di Ana, la dea dell’anoressia, fenomeno quanto mai preoccupante che vedeva coinvolte centinaia di ragazze che, da un giorno all’altro, avevano messo su una rete di blog dove si scambiavano consigli su come dimagrire in fretta e su come essere sempre fedeli ad Ana (e guai a sgarrare!).

 Alienante.

L’ikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikkikomori crea, inventa, scrive, produce.

In Giappone il fenomeno è in fortissima espansione; si contano già più di un milione di casi.

Uscire dall’isolamento è difficile se non impossibile, curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare è la non volontà di tornare a un’esistenza normale, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.
L’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.

La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikkikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.
Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.
Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.
Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Questo è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.
Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione; sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.

Quanti di noi non hanno attorno amici che passano la maggior parte della loro vita davanti a un pc? Che se gli chiedi: ehi, usciamo a farci una pizza? Ti rispondono: no, devo ultimare il livello, di non so quale diavolo di gioco di ruolo! Ce ne preoccupiamo? Avvertiamo che anche noi spesso ci lasciamo andare a momenti di tremenda apatia, che ci risucchia le energie e ci spegne?
Ho idea che questo fenomeno sia lontano dall’arrestarsi, magari non sfocerà mai nelle forme di totale reclusione, ma sicuramente le nuove generazioni si stanno sempre più alienando, e sempre più spesso si rifugiano in un mondo a parte, dove si sentono eroi, insuperabili, onnipotenti, anche se in realtà, sono fragili e indifesi.

E voi che ne pensate? Credete sia la solita moda esportata dal Giappone o è qualcosa che accomuna tutti gli adolescenti del mondo a prescindere dal paese? E credete che la tecnologia abbia esacerbato il fenomeno?

7 thoughts on “Hikikomori: mi dissolvo

  1. Io penso che quando cominci a percepire “le nuove generazioni” come qualcosa di troppo diverso dalla tua generazione… vuol dire che stai diventando vecchio.

    Finché non vedo i dati brutali sul numero di sociopatici la considero solo come l’evoluzione del fenomeno che si verificava negli anni ’90 con IRC.

    E sopratutto… sono sempre stato dell’idea ( e anche in questo caso non la cambierò finché non mi sbatteranno in faccia dei numeri) che non sono i social network usati male a rendere la gente alienata e sociopatica ma l’alienazione che porta a usare i social network in maniera impropria ( stesso discorso vale per i gdr online).

    E che la gente che si aliena per propria volontà ( ascetismo? ) non possa che essere una minoranza, l’alienazione nasce da un disagio sociale.

    Chi cerca ti curare le dipendenze da internet come se fosse una droga, come se generasse dipendenza fisica e fosse un fattore primario della sindrome invece che una conseguenza, non ha veramente capito nulla.

  2. Eh, ma io sono vecchia!! eheh
    Sono d’accordo con te, i social network sono solo lo strumento attraverso cui il soggetto comunica col mondo, ma non è la motivazione della sua alienazione, ma su questo non ci piove, nel caso dei hikikomori, il social network sono la loro finestra sul mondo, ma non è che decidono di riempirsi la stanza di munnizza per stare su fb! è ovvio che c’è un disagio dietro, ma come sai, non sono una psicologa e quindi non so darti spiegazioni, ho solo esposto un fenomeno che si sta diffondendo, e forse, forse, agevolato anche da internet, ma come dicevo nell’articolo, la forza creativa di qeusti soggetti è pazzesca e si riversa su tantissime cose, non si istupidiscono solo davanti un gdr!

  3. Io sono italiana, ho 25 anni e da 5 anni sono un’ autentica Hikikomori.
    Per molto tempo ho creduto semplicemente di essere una persona un po’ troppo introversa e con nessuna forza di volontà: non riuscivo a capire quale fosse esattamente il mio disturbo. Poi, facendo delle ricerche, ho scoperto di appartenere a questa categoria.
    Una domanda che mi pongo praticamente sempre è: come sono diventata una Hikikomori, perchè mi sono imposta questa reclusione infernale? Ovviamente, non so darmi una risposta né tantomeno questa risposta potrà mai darmela nessuno. Credo, comunque, che tutto sia cominciato gradualmente, come accade nella maggior parte dei casi.
    Quando una persona è già molto chiusa di natura, basta anche un evento insignificante ad inaugurare la discesa verso il baratro. Nel mio caso, potrei dire una serie di eventi insignificanti, che la mia personalità fragile e da sempre tendente alla fuga non ha saputo, né VOLUTO, affrontare.
    Le interazioni sociali mi annoiano, tutto ciò che c’è “fuori” mi sembra inutile, non mi trasmette assolutamente nulla. La gioia, il divertimento, la voglia di confrontarsi con il prossimo sono sensazioni che al momento mi sono del tutto estranee.
    Spesso credo di essere una perfetta cinica, o qualcosa del genere. Forse, l’ unica emozione che riesco a provare quelle rare volte in cui mi trovo nel “mondo reale”, è l’ansia.
    Di continuo sono pervasa da idee contrastanti riguardo alla mia condizione: da una parte, considero questa stanzetta come una deliziosa compagna che mi trasmette serenità e calma, quella serenità che non riesco a provare tra la gente; dall’ altra, mi rendo conto che questa prigionia mi sta annientando, mi sta divorando lentamente.
    So bene che ho gettato gli anni migliori della mia vita in questo modo ma allo stesso tempo, vorrei continuare così per sempre. Senza pensieri, continuando a rifugiarmi nel mio sottosuolo.

    La società italiana e la società giapponese, seppur apparentemente opposte, sono molto simili.
    Entrambe profondamente ancorate alle tradizioni, pur inseguendo il progresso. Entrambe legate, irrimediabilmente, al culto dell’ effimero.
    Tuttavia, la società in tutto ciò ha un ruolo marginale: il vero problema è da ricercare in noi stessi.

    • Esserti accorta di questa tua condizione e ammetterlo è penso il primo passo che una persone può fare per lasciarsi alle spalle questo problema.
      Il carattere che una persona ha influenza molto le decisioni che una persona deve affrontare di giorno in giorno,e certo l’essere timidi o insicuri non aiuta.
      Dico questo perchè so bene come ci si sente ad essere estranei a tutto o quasi tutto ,di quello che succede al esterno di noi stessi.
      Molte volte uscendo con amici o conoscenti mi sembra di vivere in un altro pianeta.
      Penso che è molto più facile rimanere chiusi in 4 mura senza dover affrontare le persone e il male che possono fare.
      Però nonsotante questo mio pensiero cerco sempre di combattere questa mia situazione mentale,io me lo impongo.
      Uno deve domandarsi che cosa lo rende o renderebbe veramente felice e una volta capito cercare con tutti i mezzi di raggiungere il suo scopo,di certo non sarà facile ma con un pò di forza di volontà e ancora meglio qualcuno che ti aiuta si può sicuramente uscire da tale condizione e magari raggiongere il proprio sogno

  4. Vorrei rispondere a Darshan, citando precisamente questa parte:
    ” Chi cerca di curare le dipendenze da internet come se fosse una droga, come se generasse dipendenza fisica e fosse un fattore primario della sindrome invece che una conseguenza, non ha veramente capito nulla.”
    E’ assolutamente così! Internet rappresenta uno sfogo, è una conseguenza, non una causa.
    Se lo hikikomori fosse sicuro di sé stesso, se riuscisse a coltivare le sue passioni senza temere il fallimento, di certo non passerebbe le giornate su internet e sui videogiochi.
    Non si può e non si deve attribuire tutto ad una pseudo dipendenza da internet, è un ragionamento fin troppo semplicistico.

    • Ciao kiri komori, grazie per aver condiviso con noi la tua testimonianza.
      Tu dici di essere sempre stata introversa e chiusa e che da 5 anni il tuo unico contatto è con il mondo virtuale.
      La domanda che ti faccio (non per provocazione, ma per semplice interessamento) è questa: ma quando interagisci con gli altri attraverso i canali telematici, come ti senti? Sei disenteressata al confronto con gli altri anche nel mondo virtuale?
      Perché se hai delle cose da dire, come stai facendo qui, è una perdita anche per le persone che ti stanno accanto o che potrebbero esserci.
      Hai provato (o i tuoi familiari ti hanno consigliato) a parlare con qualcuno competente che ti aiutasse a superare questo stato d’animo di indifferenza verso il mondo esterno?

      Inoltre, ti trovo molto lucida e con una presa coscienza della tua condizione ma allo stesso tempo mi sembri inquietata da questo tuo stato d’animo permanente. Il tuo oscillare tra il voler restare in ombra e la volontà di uscirne fuori ne è una prova, a mio parere.

      Sempre senza voler provocare: credo (ma sono un’ignorante in materia, cerco solo di dare una spiegazione) piuttosto che l’isolamento sia una sorta di scudo alla paura di voler affrontare il mondo che fa paura.
      Sono d’accordo sul fatto che internet non è la causa ma una conseguenza, che però poi diventa dipendenza… in sostanza è un cane che si morde la coda…
      Spero di vederti ancora commentare da queste parti!

  5. Ciao kiri Komori, grazie per la tua preziosa testimonianza, non voglio entrare nel merito della tua esperienza, ti dico solo grazie di aver condiviso con noi, ragazzi come te, una parte consistente della tua esistenza. Continua a leggerci.

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