L’informazione (im)possibile

Un bel giorno italiano qualunque di questi, su Repubblica si parlava dell’oggi come “ba-rock”, ovvero della realtà mediatica come affastellamento di immagini-notizie-clamori-eventi-avvenimenti arrampicati e accartocciati l’uno sull’altro e spesso poco attenzionati nella loro substantia (che sarebbe quella cosa abbastanza famosa – ma sempre sottovalutata – che si troverebbe dopo l’altrettanto famosa e più gettonata forma). Barocco mediatico, dunque, in quest’epoca: stordimento informativo da eccesso di bla, inciviltà del rumore che rende sordi per un inquinamento acustico e visivo che, nonostante il frastuono, non comunica nulla di consistente.
Tutto fumo e niente arrosto, si dice più semplicemente.

E in effetti, accendi un tg, srotoli le pagine di un quotidiano… e cosa trovi? Un’approfondita discettazione sulle tette di Cristina del Basso, il gossip sul nuovo trapianto tricotico di Silvio, gli indici auditel dell’edizione delle 20, o – se quel giorno sei fortunato – le bagarre di casa PDL o i quotidiani battibecchi tra maggioranza e opposizione che tanto ricordano gli scazzi adolescenziali su chi ce l’ha più lungo; quindi pubblicità; e ancora, in appendice, tg2 costume&società e/o medicina33 con la nuova gnocca del famosissimo Pippino, le nuove acquisizioni di Mediaset, le nuove diete dell‘estate. A questo punto, spegni la tv o riarrotoli il giornale e – attenzione! – hai chiaro che se vuoi abbronzatura perfetta e pancia piatta devi mangiare mille carote.

Questa in Italia si chiama “informazione”.
Chiediamoci, però, che informazione è quello sciorinamento di fatti e misfatti che parlano di uno strato della realtà (come la politica e il vippaio del periodo) che dovrebbe essere solo la sovrastruttura della nostra società. …E il nucleo dove se lo sono dimenticato? Qualcuno sa cosa c’è al di là dei tafferugli della giornata? E’ forse corretto leggere sulle prime pagine del Giornale di Sicilia cosa ha fatto il Palermo, cosa dice oggi Lombardo ai fedelissimi e che anatemi lancia ai nemici?

I media di massa dimenticano molto; troppo. Tritano le notizie, le confezionano per il volgo, le usano e poi le gettano. Invece dov’è finita Haiti? Dov’è finita l’Aquila? E l’annosa questione della privatizzazione dell’acqua? Per loro, questi sono argomenti démodés (!), ormai trattati come banalità.

Quello che è accaduto sotto i nostri occhi è che la trasmissione di notizie al grande pubblico si è trasformata in una serie di stimoli slegati tra loro, informazioni sciolte dalla quotidianità, frammenti di sapere isolati gli uni dagli altri, immediatamente afferrabili ma incomponibili in un insieme di significati che sia in grado di scuotere le menti intorpidite e dis-abituate alla sopracitata sostanza.
Già negli anni ’50, Adorno parlava in merito di semi-cultura, intesa come cultura degradata a patrimonio di informazioni isolate, sostituibili ed effimere, in ogni momento cancellate dalle informazioni successive. Questa semicultura è per lui una cultura che ha perso le sue funzioni: non serve più a rendersi conto di ciò che gli uomini attraversano, a chiedersi il senso del proprio essere storico e del proprio posto nel mondo. I beni simbolici di cui è costituita vengono sfornati da un’industria specializzata e consumati per svago, sganciati dall’esperienza e dalla realtà, come se non parlassero di essa ma fossero dei filmetti qualunque finalizzati all’intrattenimento.
Ed è sotto l’egida di questo imbambolamento industrial-mediatico che la nostra vita scorre (o rischia di scorrere) senza essere compresa.

Penso che di questo stato di cose sia difficile accorgersi, e che ad esso si conformino anche i più autorevoli lettori, giornali e giornalisti.
Io, per mia fortuna, giovedì 8 aprile sono inciampata nella Libreria Kalhesa, nella presentazione del nuovo progetto editoriale L’Isola possibile/Left. Lì ho sfogliato una rivista che fa informazione, quella vera; quella che si chiede come mai a Lentini e a Niscemi nascano sempre più bambini malformati o leucemici, e che non parla tout court dei nuovi Patti Lateranensi tra Silvio e il Papa per arraffare più voti.
Poca o nulla pubblicità, la rivista è un vero e proprio duble-face perfettamente coerente ed integrato, composto da un lato da “L’isola possibile“, mensile siciliano di inchiesta, informazione e approfondimento, e dall’altro dalla rivista “Left“, il cui nome, oltre al chiaro riferimento politico, corrisponde all’acronimo delle parole-simbolo della rivoluzione francese (Liberté, Egalité, Fraternité), con l’aggiunta della T di Trasformazione.
La novità sta nella concreta possibilità di iniziare – nel panorama informativo regionale e nazionale insieme – un percorso che si opporrà alla selezione pilotata delle notizie ad opera dell’attuale blocco editoriale che controlla quotidiani, televisioni e radio e che è disposto a parlare solo di ciò che piace ai potentati.
Nello specifico della nostra realtà locale, L’isola possibile tenterà inoltre di dar voce alle associazioni, ai movimenti, ai singoli che lottano per l’affermazione della dignità di una Sicilia che non ne può più di essere diretta, controllata, negata. Il tutto alla luce di un’informazione che parta dal basso e dal possibilismo, lottando contro la cancrena della rassegnazione imposta dall’alto, contro gli imperialismi a-culturali che come “polveri sottili di cultura disumana si insinuano nei nostri polmoni e generano il cancro della convinzione che quello che ci circonda è ‘necessario’ e ‘normale’”.

Allora, sono queste le realtà mediatiche da valorizzare, quelle che cercano fatti, notizie, cose accadute, in un’ottica in cui la notizia è il fatto, e non il suo frivolo contorno.
Questo significa indagare, condurre inchieste, conoscere; e poi narrare contenuti accessibili a tutti.
Questo significa scalzare l’egocentrismo del mercato e rimettere gli esseri umani al centro dell’analisi dei processi sociali, politici, economici e culturali.
Questo però significa che gli edicolanti siciliani non la comprano, ovvio. Ma significa anche che noi lettori abbiamo il potere di richiederla e di obbligarli a diffonderla.
E ancora, significa che ci restano i blog, ci restano alcuni stralci di possibilità come queste, ci resta il sogno che sognare qualcosa sia ancora possibile.

“E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto abbiamo l’obbligo morale di ribellarci.
Questa è la mia terra ed io la difendo, e tu?” (Giuseppe Gatì)

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