Love, food love

Cibo di giorno e di notte, giornate di cui cibarsi, fame.
La notte apro il frigo e mangio. Torno a casa dopo una serata in centro: mangio. Mangio post-lavoro, senza attendere l’ora di cena. E tra un pasto e l’altro per spezzare il pomeriggio. Quando sono depressa mi attacco ai dolci, quando sono nervosa al salato, quando sono annoiata a qualunque cosa.

Non vi è mai capitato di dire così? Di sentir dire così? Di chiedervi che cos’è veramente quello splendido gâteau di patate e salumi che avete nel piatto e di rispondervi o sentirvi rispondere con meraviglia che magari è un surrogato di altro?
E non avete mai sentito un bisogno interiore di nutrimento che è poi introiettato dall’esterno, attraverso… non so, 200 grammi di pasta con la zucchina fritta e il suo olio bisunto o un hamburger alla pizzaiola con sottiletta fusa e scaglie di grana a merenda?

Fame da bue“.
Bisogno incontrollabile di ingerire spropositate quantità di cibo.
Abbuffate compulsive.

E non è solo semplice appetito.
Spesso, si tratta di un distorto rapporto col cibo, di condizioni esistenziali in cui Il Cibo ha perso il suo significato reale – cioè quello di semplice nutrimento – per assumere un valore “mitologico”: è un legame a doppio filo, quotidiano, che occupa la mente e altera il corpo: in primo piano c’è Lui, tutto ruota intorno a Lui, che viene eliminato progressivamente, fino al limite estremo del digiuno totale, oppure divorato in grandi quantità, senza regole, fuori dai pasti, e poi magari rigettato (D. Bumbaca).
Dunque, è un complesso insieme di interattività patologica cibo-corpo-mente quello che sta alla base dei Disturbi del comportamento alimentare, modalità sintomatiche atte ad esprimere uno stato di sofferenza affettiva attraverso 2 strumenti: il cibo e il corpo; due elementi che sono l’essenza stessa della vita, senza i quali essa diviene imprescindibile, negata, annientata.

L’individuo affetto da tali sindromi ha come pensiero fisso quello di manipolare il suo rapporto col cibo per dominare attraverso esso le sue stesse emozioni.
Gli alimenti, infatti, sono in questi individui una sorta di valvola di sfogo deputata a gestire ansia, rabbia, frustrazione …nonostante l’atteggiamento compulsivo comporti in definitiva un ulteriore incremento di emozioni negative e di disturbi psicologici (depressione, disturbi del sonno, aumento o decremento del peso corporeo, diabete, ipertensione arteriosa, neoplasie).

L’Etiologia di tali exploits cibo-lesionisti è contemporaneamente legata a fattori sociali, familiari e psicologici.
A livello macro, tali disturbi caratterizzano società economicamente avanzate in cui la moda del momento ritiene “in” e preferibile tutto ciò che è snello, longilineo, in forma; il resto è semplicemente “out“. Ma non è tutto qui.
La radice ultima di questi disturbi va ricercata in un disagio interiore che affonda le sue origini in relazioni familiari disfunzionali, nella loro costellazione emotiva, nei loro drammi e nelle loro risposte collusive.

Bisogna però chiedersi perché proprio il cibo è l’oggetto centrale di queste patologie.
Simbolicamente, il cibo è insieme famiglia e condizione filiale, perché non c’è vita o nascita o sopravvivenza o umanità o età adulta che non passi attraverso la sua erogazione infantile, intesa come accudimento familistico. Un alterato rapporto col cibo rimanda allora ad una nascita psicologica precocemente alterata in seno alla famiglia d’origine.
Ecco un semplice esempio: se un bambino piange, non lo fa solo per richiamare l’attenzione sulla sua necessità di nutrimento; egli chiede anche la soddisfazione di un bisogno diverso, ma altrettanto vitale, quello di essere amato, di ricevere calore affettivo.
La madre deve essere in grado di dispensare al piccolo entrambi gli oggetti (cibo e amore) senza scambiarli tra loro; al contrario, se risponderà al pianto del bambino solo tentando di soddisfarne la fame di cibo, trascurerà l’altra parte della sua domanda, quella che esprime fame d’amore, preludendo ad uno sviluppo disfunzionale e psicopatologico della personalità del piccolo e del suo rapporto col cibo.
I sintomi da alimentazione patologica possono allora essere pensati come la diretta conseguenza dell’equazione inconscia madre-cibo, equazione in cui il cibo rappresenta la madre ed il rapporto cibo-soggetto rimanda al rapporto madre-bambino. Secondo tale lettura, il rifiuto del cibo o le abbuffate rimandano rispettivamente al rifiuto della madre o al forte desiderio di un contatto con lei.

Possiamo dunque pensare i disturbi del comportamento alimentare come i frutti di una deprivazione emotiva che trovano come unica modalità di espressione un messaggio d’aiuto rivolto all’Altro attraverso il corpo; corpo che esprime senza parole il desiderio profondo e frustrato di NON essere trattato come un mero apparato digerente che si può riempire di cibo fino a colmarsi e che non avrà poi bisogno di altro, ma come minima parte di un soggetto che vuole essere amato.
Perché nutrire non è amare.

“I disturbi del comportamento alimentare sono una forma di protesta per il modo con cui è stato trascurato, violato, dimenticato, il desiderio d’amore del bambino.
Il ricorso all’ossessione per il conteggio di chili e calorie e/o all’ingozzamento di cibo ha la funzione di risolvere in modo paradossale e a volte drammatico il vuoto voraginoso e le mancanze paradossali di questi individui, l’incertezza rispetto al proprio valore personale e alle insicurezze che il rapporto con l’altro implica” (D. Bumbaca).

Et voila il significato (in breve) del digiuno dell’anoressica e della voracità bulimica.

Perché tutto, in fondo, torna sempre lì: nella deriva delle figure genitoriali attuali, che producono malattie dell’amore, figli maledetti malati d’amore alimentare, vittime di una voragine originaria da assenza-d’amore “sufficientemente buono” (Winnicott) …che si traduce in una fame che è il rifiuto della vera fame; e della vera vita.

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