…Da cui deriva “Vacanza”. E, per andare più nello specifico dell’etimo, “dal latino vacantia = «assenza», derivante a sua volta dal verbo vacare, cioè «mancare», collegato all’aggettivo vacuus, che infatti significa « vuoto ». Questo ha il suo calco nell’italiano «vacuo», usato nel senso di “inutile”, “fatuo”.”
Il termine “vacanza”, quindi, tratta di quel raro sentimento dell’ “essere vacante, vuoto, libero, senza impegni e occupazioni” …Raro, nel mondo dell’assoluto pieno (conosco persone che portano il pc anche nei loro viaggi di piacere perché non possono davvero non lavorare per nulla!), e quindi prezioso.
Ultimamente anelo fermarmi e leggere il libro “La società della stanchezza”, in cui l’interessante filosofo Byung-chul Han esprime senza mezzi termini come la stanchezza di oggi sia auto-prodotta per stare nei tempi e nei ruoli richiesti da una società performativa che è in realtà una società dell’auto-sfruttamento.
Intorno a me, in effetti, non faccio altro che vedere obblighi auto-imposti, ed io che da tempo riesco ad impormene di meno, mi ritrovo a volte agita da tali pressioni sociali e in alcuni frangenti mi sento automaticamente in colpa per non fare abbastanza… Eppure, per fortuna, questa mia posizione intermedia (non sono un coltivatore eremita che vive di baratto, direi di no!), è consapevole ed è un “fatto scelto” che, dopo le colpe e le inadeguatezze di un attimo, mi fa tornare conscia della necessità di antidoti non performativi agli automatismi e al trantran produttivo.



Per questo motivo, quest’anno decidiamo di fermarci prima per fare spazio al Vacante.
Abattoir va “in ferie” e in questo noi autori ci sentiamo sani, perché siamo stanchi e, invece di colpevolizzarci, questo vissuto lo onoriamo: per ognuno di noi sono stati lunghi mesi di lavoro, di moltiplicazioni filiali (ovvero di sottrazioni di sonni e varie), di cambiamenti di ruoli personali e professionali, di sali e scendi nord-sud-Italia. Bisogna fermarsi tutti a un certo punto; per creare il nuovo o anche per sperimentare l’emozione dello stare nel nulla, nel fermo, arresi alla fisiologia del riposo.
Questo, ovviamente, non ci esenta dal pensiero, dalla creatività, dal dialogo. Ma ci rende esenti da robe infernali ed etero-auto imposte (a ben vedere non sopravvivenziali né esistenziali! Ma spesso nemiche del pensiero, della creatività, del dialogo) come scadenze comandate e o doveri sociali e algoritmici (essì, caro Google, sei contemporaneo e capitalista anche/soprattutto tu!).
“L’esperienza del vuoto è la tentazione mistica del non credente, la sua possibilità di preghiera, il suo momento di pienezza” (E. Cioran).
“Dovremmo tutti giocare di più e lavorare di meno. Allora produrremmo tutti di più!” (Byung-chul Han).
Pertanto,
Sulla sacralità del “fatuo”, “inutile”, vuoto…
Ci ritroviamo a settembre!
Eh sì, iI vuoto che evidenzia iI pieno, iI bianco della tela che esalta un semplice pallino rosso al centro del quadro, iI buio che mette il luce la scena. Ben detto!
Comunque anche “giocare di più per produrre di più” è figlio del capitalismo…