L’irrefrenabile voglia di lasciare il segno #6

Questa pianta d’agave è sorella di altre, anch’esse martoriate lungo i sentieri che portano al tempio di Segesta.

Sulle carnose foglie spiccano nomi incisi: Artur, Martina, Davide, Ryan, Michael, Jessica. Sono le firme dei vandali. Peccato che manchino cognome e codice fiscale: sarebbe stato utile per assegnare loro qualche lavoro socialmente utile, magari proprio alla cura dei sentieri che hanno deturpato.

“M” voleva dimostrare a “T” quanto l’amasse. Quale gesto migliore, allora, che inciderlo su un essere vivente? Marchiare il proprio amore su un albero è un classico di letteratura e cartoni animati: una cosa che si impara da bambini. Poco importa che, pochi giorni dopo, “M” abbia lasciato “TL”. In quel momento, tatuare una pianta aveva reso il loro amore infinito, eterno, indistruttibile.

Come se, il tatuaggio, l’avesse fatto sul proprio braccio.

Può essere un cancello, un lucchetto, un muro antico, un portone, una pianta, o peggio ancora una legge razziale, una guerra, un ordine, un attentato. L’essere umano ha sempre avuto quell’irrefrenabile bisogno di lasciare un segno: consapevole, forse, di essere per natura effimero e insignificante nella lunga storia dell’uomo sulla Terra.

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