Bullismo e cyberbullismo: prima di ridere, allarghiamo l’inquadratura

Viviamo nell’epoca dei reel e dei video di pochi secondi. Scorriamo, mettiamo un like, commentiamo e condividiamo, partecipiamo inconsapevoli anche soffermandoci a guardare un video, alimentiamo l’algoritmo. Una caduta, una smorfia, una risposta impacciata: bastano pochi fotogrammi per farci ridere e formulare un giudizio.

Raramente ci chiediamo che cosa sia accaduto prima, che cosa succederà dopo o chi sia davvero la persona che stiamo guardando. Siamo impazienti di dire la nostra, molto meno di capire, richiederebbe tempo che non dedichiamo più. In questa distanza tra la rapidità della reazione e la lentezza della comprensione può trovare spazio la violenza.

L’umiliazione diventa uno spettacolo

Non tutto ciò che fa ridere è bullismo. Ma quando il divertimento si costruisce sull’umiliazione di qualcuno, la risata cambia significato. A Paperissima si mandavano volontariamente (così si diceva) i propri video di cadute, sul web nessuno chiede il consenso, tutto è di tutti (anche se non è così).

Online, il gesto iniziale può essere soltanto l’inizio. La scena viene registrata, pubblicata, trasformata in un meme. Per chi guarda è un momento di svago; per chi la subisce, un’esperienza che ritorna ogni volta che il contenuto ricompare e ricompare sino ad essere tormento più che tormentone.

Il cyberbullismo può così prolungare l’umiliazione oltre il luogo e il momento in cui è avvenuta. Il pubblico si allarga al mondo e riprendere il controllo della propria immagine diventa difficile.

«Non l’ho girato io», «Era solo una battuta»: sono giustificazioni che non cancellano il peso delle nostre azioni. Rilanciare un video per deridere qualcuno significa contribuire alla sua esposizione, anche quando lo facciamo distrattamente.

Fermarsi per comprendere

Una prima risposta è rallentare. Chiederci se stiamo ridendo insieme a qualcuno oppure di qualcuno. Fa la differenza. Immaginare che cosa significhi trovarsi al centro di quella scena senza averlo scelto.

La parola decisiva è empatia: provare a comprendere l’esperienza dell’altro senza ridurlo a un gesto o a un momento di difficoltà.

Non significa rinunciare all’ironia, ma riconoscere che il divertimento non giustifica tutto. Lo spettacolo dell’umiliazione ha bisogno di pubblico: smettere di alimentarlo significa sottrargli la nostra collaborazione.

Quello che resta fuori dal video

Ridiamo di una caduta. Ma se scoprissimo che quella persona si è fatta seriamente male?

La scena sarebbe identica, eppure smetterebbe di sembrarci divertente. A cambiare sarebbe la nostra conoscenza delle conseguenze.

Un filmato può mostrare l’incidente e nascondere il dolore. Non deve necessariamente falsificare i fatti: basta escluderne una parte. Lo stesso accade quando un comportamento isolato diventa un’identità. Non diciamo più «ha fatto una cosa buffa», ma «è ridicolo».

È il passaggio richiamato dall’umorismo pirandelliano: dall’«avvertimento del contrario», che suscita il riso, al «sentimento del contrario», che nasce dalla riflessione. Quando comprendiamo le ragioni dell’altro, la risata si incrina e lascia spazio alla compassione.

Dal soprannome al marchio

Anche La patente offre uno spunto: Chiàrchiaro resta imprigionato nella reputazione di iettatore costruita dagli altri. La persona rischia di scomparire dietro l’etichetta.

Nella mia Sicilia natia esiste la ’nciùria, il soprannome che identifica una persona o una famiglia e può passare ai discendenti. Non è sempre offensivo, ma quando lo diventa mostra quanto a lungo un giudizio possa restare attaccato a qualcuno tanto da diventare eredità per le generazioni future.

Internet non ha inventato questo meccanismo: ne ha ampliato velocità e portata. Il soprannome diventa hashtag, la presa in giro meme, il pubblico del paese una platea potenzialmente sconfinata.

Cambiare prospettiva

Un’immagine può essere autentica e raccontare una storia parziale. Un ritaglio esclude dettagli decisivi; una didascalia orienta l’interpretazione.

Allargare l’inquadratura significa restituire alle persone un contesto e la possibilità di non essere definite dal frammento scelto da qualcun altro.

Prima di ridere o condividere, chiediamoci: che cosa è rimasto fuori da questa immagine?

A volte la comprensione comincia proprio lì.

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