Encantada

#0 Intro

Quasi tutti quelli che conosco sono andati in Spagna prima di me. Alcuni in vacanza, altri in Erasmus, altri ancora per lavoro, e quasi tutti sono passati almeno una volta da Barcellona. Ecco perché a lungo non ho preso in considerazione l’ipotesi di visitare questa città: è inflazionata, tutti sanno parlarne, tutti ne hanno esperienza più o meno diretta. E però penso anche che ogni viaggio è una storia diversa, e ogni persona sperimenta un luogo in maniera diversa, vivendolo con la propria sensibilità, dando significati inediti agli eventi, filtrando gli stimoli sensoriali sempre in modi nuovi. Inoltre, la Ryanair mi ha convinta del tutto: il volo a/r Palermo-Reus (Barcellona) mi è costato una cinquantina di euro e, fatta esclusione per Malta, era il volo che costava meno nel periodo in cui sono partita.

#1 Prima di partire

Non ho pianificato molto. Ho trovato il posto in cui dormire da un sito spagnolo di annunci di case, escludendo l’ipotesi ostello per due ragioni: il costo superava di molto l’affitto della stanza, e poi la scelta di vivere per una settimana in una casa spagnola con la possibilità di conoscere persone che vivono lì (e non altri turisti che stanno in ostello) mi sembrava più carina. In effetti, la mia compagna di viaggio ed io abbiamo trovato una casa molto carina in una zona stra centrale (tra la Rambla e la Boqueria) ad un prezzo accettabile (200 euro in due per una settimana, con uso del bagno, della cucina, e degli spazi comuni) e abbiamo conosciuto i ragazzi che vivevano con noi: due francesi, una tedesca, e un ecuadoriano, tutti “spagnoli” per motivi di studio o per lavoro.

La valigia è stata riempita con vestiti comodi e qualche concessione alla moda per eventuali serate mondane. Essenziale la scelta di portare una sciarpina per sopravvivere all’aria condizionata di aereo, bus, treno, eccetera, una fascia per capelli per ovviare ai risvegli alla Robert Smith.

Converse e un paio di ciabattine simil Birkenstock (ma vegane) per camminare, e un diario per appuntare i momenti e i posti migliori da tramandare ai posteri.

#2 Itinerari sensoriali

All’uscita della metro, la prima cosa a colpirmi è la luce che passa tra le foglie degli alberi sulla Rambla e si diffonde ovunque con una tonalità a me sconosciuta. La luce è ovunque, anche quando il sole è coperto, e non riesco a stabilire se è la stella ad essere semplicemente piazzata meglio rispetto alla città, o sono le superfici che rimandano indietro i raggi in una maniera dolce e calda: filmica. La seconda cosa, purtroppo, è il rumore. Orde di turisti invadono la grande strada centrale, camminando come pecore in gregge, un po’ tonti, lenti e scombussolati, pronti a farsi fregare dal souvenir di turno, e in questo movimento generano rumore. Nessuna armonia percettibile nei passi sconclusionati e tintinnanti come monete, squallidi a dire il vero, conditi da osservazioni banalotte nella mia lingua madre. Italiani ovunque, gli italiani peggiori che si possano incontrare, quelli in branco che non capiscono che sei italiana anche tu e si permettono di dare occhiate lascive al tuo fondoschiena, condendolo con affermazioni maschiliste di livelli bassissimi. E poi inglesi, maleducati e rubicondi, avvinazzati, chiassosi, irrispettosi di regole che, al contrario di quanto si pensi, in questa città accogliente, esistono.

Ma la Rambla va vista in altri orari, a notte fonda ad esempio. Incontri ragazze col trucco sbavato, sparuti turisti disorientati dalla chiusura dei pub alle 03:00, venditori di samosa, gruppetti ridanciani, pusher, venditori di birra, prostitute, tassisti lentissimi e disponibili, spagnoli veloci e discreti che tornano a casa, sotto le luci dei lampioni.

E comunque dalla Rambla scappiamo di continuo, cercando di intrufolarci nel groviglio di stradine del Barrio Gotico o del Raval. Qui torna la luce che rimbalza in anguste stradine strette strette e un po’ grigie, ma luminosissime, accarezza portoni ricoperti di murales, si infila tra le ringhiere di balconcini minuscoli, illumina monumenti antichissimi e chiome giovani, sorrisi in bicicletta, e insegne ben curate di negozietti allegri.

In una di queste stradine troviamo l’insegna della facoltà di Storia e Geografia, e ci fermiamo un attimo a fantasticare. Poi di lato una porta stretta conduce ad un corridoio-pub molto punk, dal delicato profumo di capra. Entriamo e prendiamo due birre, dos cervecitas, e in barba alla legge che ci proibisce di bere per strada, obbligate dall’assenza di spazio del pub-bettola, ci sediamo su dei gradini e discretamente consumiamo il nostro acquisto. Il sapore della birra è diverso, pieno ed estivo, dissetante e inebriante. Attorno a noi la luce estiva serale di Barcellona (il sole sembra non tramontare mai) fa sembrare tutto ordinato, composto, come in un’armonia generale più ampia, che non conosce imperfezioni anche nelle asimmetrie, né dolore. È come se fossimo nel posto giusto al momento giusto. Silenzio, tranne alcune vocine di bambini da un parchetto vicino.

Altra storia la mattina alla Boqueria. Questo mercato antichissimo è un dispiegarsi di geometrie caotiche ma molto belle di frutta, verdura, carne e pesce. Cibi di qualunque genere vengono preparati ed esposti, vaschette di frutta fresca, e bicchieri coloratissimi di frullati. Attorno ai banchi un sacco di gente, acquirenti ma anche soltanto curiosi, turisti e spagnoli, ragazze e anziani, bambini davanti a campi sterminati di caramelle, e noi, che giriamo moltissimo prima di decidere dove fermarci.

La colazione, in ogni caso, è Escribà, storica pasticceria o mondo parallelo in cui cioccolatini, caffè e cornetti diventano arte, e il gusto conosce una nuova frontiera. Esistono due sedi, ma noi abbiamo provato solo quella sulla Rambla, e, se passate da quelle parti, vale la pena fermarsi per assaggiare qualcosa. Si dice che Almodovar ordini le torte per i festeggiamenti dell’ultima scena dei suoi film in questa pasticceria, e in onore del regista esistono dei “baci” di Almodovar: cioccolatini a forma di bocca, sulla forma della bocca della locandina di Tutto su mia madre. Inutile dire che oltre che belli sono anche buonissimi.

Altro posto da non perdere è il Can Maño: una specie di taverna in cui si può pranzare o cenare, assaggiando i piatti di pesce migliori del mondo. Il prezzo è molto contenuto, e il posto è di pochissime pretese: tavoli da taverna, pale sul soffitto, gestione familiare, pochissimi tavoli (e quindi è il caso di arrivare lì con grande anticipo). I sapori sono di alto livello, tutta roba fresca, cotta con semplicità, ma dal risultato esaltante. Si trova in Carrer Del Baluard, verso la Barceloneta, ma è meglio se chiedete perché è una stradina nascosta.

(Continua)

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