‘O quanta species’ inquit ‘cerebrum non habet!’*

[Ogni riferimento a persone esistenti e a fatti realmente accaduti è puramente casuale]

C’è ancora chi ripone notevoli speranze nelle nuove generazioni. Ciò non è un male, ma spesso tali speranze non sono ben riposte.
Quando, per un “si” di troppo, ci si ritrova ad assistere ad uno spettacolo di dubbio gusto definito “Concorso di bellezza”, capisci che l’umanità continua, imperturbabilmente,  il suo percorso di antropogenesi ma al contrario.
Venti ragazzine, poco più che bambine, che ondeggiano su tacchi vertiginosi e chiedono il trucco più pesante per sembrare quelle donne di cui ancora non hanno neanche le forme, se non fosse per l’aiuto di push-up sapientemente indossati. La sala trucco ricavata da un vecchio edificio è un formicaio: da una parte le ragazze che indossano l’intimo nero corredato di coprispalle svolazzante da drag queen ricavati con sacchetti per la differenziata dell’organico (a giudicare dal colore); dall’altro quelle che si truccano, che si esercitano a sfilare cercando di non assumare eccessivamente posture da dinosauro bipede per non apparire ridicole. Come se già non lo fossero abbastanza. C’è chi, con tono lamentoso, dice alla truccatrice: ” Io voleva il rossetto rosso però!”, con un marcato accento di Borgetto da pastore analfabeta.  E poi ci sono loro, le burattinaie, le carampane frustrate che hanno il compito di stressare le ragazze e insegnare loro a ritagliarsi un posto nel mondo con le unghia laccate e con i denti scintillanti: le madri.  Donne spietate, disposte a vendere le proprie figlie a chiunque abbia una macchina fotografica, che chiedono con insistenza i costi di un book, che bramano informazioni su agenzie di modelle. Squali che trasferiscono a delle bambine le proprie ambizioni non appagate, i propri sogni non realizzati. Una di loro, la più squilibrata, si piazza accanto alla truccatrice, cerca di dirigerla, si lamenta perché l’ombretto della figlia è troppo di un colore piuttosto che di un altro, la rimprovera per essersi fatta sorpassare dalle altre ed essere rimasta l’ultima al trucco.
Comincia la sfilata e la serie di domande standard: “Perché hai partecipato a questo concorso? Cosa sogni di fare da grande?”.
Risposte: A) “Ho partecipato perché è una bella esperienza”; B) ” Mi piacerebbe fare la modella o la fotomodella o l’indossatrice di abiti”; C) “Che posso dire…ehm…”. E poi il silenzio imbarazzato dei presentatori.
È evidente la totale mancanza di abitudine all’uso del linguaggio e della lingua italiana in particolare. D’altra parte sono state istruite per bene alla manicure piuttosto che alla grammatica.
Tornano dietro le quinte per cambiarsi: è il turno della sfilata in abito da sera. Si crea un’atmosfera da Circo Orfei, con tante Moire addobbate da abat- jour, con le madri arpie intente a controllare che sia tutto a posto, ad aggiustare elastici di mutanda storti e capelli fuori posto.
Le concorrenti non sono particolarmente belle, non sono particolarmente magre, tranne qualche evidente caso di anoressia e/o sifilide adolescenziale, sono giovani, troppo giovani. E te ne rendi conto quando ti parlano del fatto che un giorno prima stavano ancora giocando con le Barbie.
In giuria c’è un collaboratore della De Filippi, da subito assediato per tentare di raccomandare una Jennifer o una Jessica. C’è anche il comandante della Guardia Costiera che benedice la serata e sbava su quella carne fresca. Il Presidente della televisione che riprende e organizza l’evento ringrazia per “l’affettuosità che di anno in anno si moltiplica”.
Quando viene proclamata la vincitrice scoppia l’ira delle madri, il pianto isterico delle perdenti e la tristezza nell’assistere a questo spettacolo grottesco, le cui protagoniste sono il prodotto di una società che ha reso commerciabile non solo gli oggetti, ma i corpi e le anime di queste ragazze, colpevoli di essere sì un po’ zoccole, ma strumenti nelle mani di genitori arrivisti e senza scrupoli.

*trad: <<Oh quanta apparente meraviglia, disse, ma non ha cervello!>> [Vulpes ad personam tragicam”, Fedro, Fabulae – Liber I,7]

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