The day after Irene

Quindici morti, strade allagate, qualche albero sradicato. Delusione per chi, dopo aver seguito gli apocalittici e nefasti aggiornamenti dei telegiornali, si era già organizzato con pop corn e rutto libero per assistere al passaggio dell’uragano Irene nello Stato di New York.  Abituati dal mercato cinematografico americano a vedere New York, e più precisamente Manhattan, distrutta dalle peggiori catastrofi naturali e ultraterrene, il mondo si aspettava quantomeno un Empire State Building abbuccato1, o il Madison Square Garden pieno di uova di Godzilla. E invece niente. Allerta massima ed evacuazione di massa per niente.
Il nostro  Tg5, anche in questa occasione, è stato il migliore veicolo di informazione. Alle immagini di gente che svuotava freneticamente i supermercati, riempiva carrelli con generi di prima necessità (acqua, burro di arachidi, pancakes della zia Jemima, cereali radioattivi, latte supervitaminizzato da bere su bistecche spesse come materassi, bevande multicolor e pistole), i preziosi giornalisti di Mediaset hanno deciso di affiancare scene tratte da famosi disaster movies. E così si passava dal video di un tipico newyorkese di due tonnellate che metteva le tipiche assi di legno sulle finestre all’onda anomala che spazza via la Statua della Libertà. Probabilmente si è trattato di un modo per rassicurare parenti e amici di chi stava letteralmente per trovarsi nell’occhio del ciclone. L’informazione in Italia si distingue per sobrietà, è risaputo.

Ed è altrettanto noto come  gli statunitensi siano sempre pacati, intelligenti e per nulla teatrali quando si tratta di allarmi nazionali. Esperti del progetto S.E.T.I. hanno rilevato con le loro potentissime strumentazioni (create, in sintesi, per trovare gli alieni nell’Universo) che nei giorni pre, durante e post uragano ogni singolo cittadino della East Coast ha esclamato “Oh My God!” almeno un centinaio di volte al secondo. Un record che supera quello finora detenuto dalle famiglie miracolate dalla trasmissione “Extreme Makeover Home Edition”.
Grande esempio di cultura e moderazione è stato il discorso della candidata repubblicana alla Presidenza degli Stati Uniti Michelle Bachmann che, come tutti gli adepti del suo partito, è  notoriamente intermediaria diretta tra la volontà divina e l’americano medio. Secondo questa donna del-scusando l’espressione-Minnesota l’uragano sarebbe stato un castigo di Dio per punire la classe dirigente colpevole di non ascoltare i cittadini americani. Superata l’emergenza, si è rasata la lunga barba bianca e ha capito che non sarebbe mai riuscita a salvare con un’arca tutti gli animali delle zone interessate dal disastro, considerato che solo gli scarafaggi e i ratti di New York sono grandi e affamati come tigri del Bengala.
Altrettanto tragicomica la performance del sindaco di New York Bloomberg, diventato lo zimbello del mondo con il suo discorso riassunto in uno spagnolo terribile per i cittadini ispanici.

Tra falsi allarmismi, deliri ultrareligiosi, migliaia di dollari spesi inutilmente, gente che non distingue più realtà e finzione cinematografica, che salva gente comodamente seduta sul divano sfondando finestre, che consola bambini presi a caso recitando il consueto “Andrà tutto bene”, Irene si è spento.
Per noi che ci eravamo commossi col sacrificio di Bruce Willis, per noi che aspettavamo un toccante e patriottico discorso del Presidente alla Nazione, con bandiere sventolanti e gente amorevole che si prepara unita alla ricostruzione, è stata una grande delusione.

Fortuna che non avevamo pagato il biglietto.

1 inclinato.

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