Lo so, ne abbiamo già parlato nel post #2 e #4… eppure “non mi può pace” (modo di dire siculo per dire che ci penso ancora). C’è un luogo a Verona dove la cultura romantica e la dedizione vandalica si fondono in un abbraccio immortale: il cancello sotto il balcone di Romeo e Giulietta e muri lì attorno. Un cancello che ormai è più famoso del “Romeo Romeo”, e non per motivi di bellezza architettonica, ma per la quantità di nomi, cuori, e dichiarazioni di “amore eterno” scritti con pennarelli indelebili da mani orgogliosamente firmate.
Forse bisognerebbe rivalutare la parola “lasciare il segno”. Perché qui di segni ce ne sono fin troppi, e nessuno di questi serve a qualcosa. Si lascia il segno come si lascia un mozzicone per terra: un gesto di presenza, un marchio di piccola eternità posticcia. È l’equivalente murario del “mi taggo” digitale, ci sono. Eppure lo scopo è sempre lo stesso: che qualcuno, da qualche parte, ti noti. Non importa se è la polizia municipale, un restauratore disperato o un turista del Nebraska che si chiede chi diamine siano “Checco & Rosy 4ever”.
Certo, il balcone di Verona offre l’occasione perfetta. È una meta di pellegrinaggio per chi pensa che scrivere il proprio nome sul muro di mattoni renda la relazione più solida di un contratto notarile. Peccato che la vicenda originale, a ben vedere, non fosse proprio un manuale della felicità di coppia, ma una terribile tragedia. Ma si sa, del finale tragico alla gente importa poco: conta la foto, conta la “storia”, conta l’impressione di far parte di qualcosa di grande – anche se quel “grande” è solo un muro pieno di scarabocchi, un grande scempio.
La cosa più affascinante è che persino i cartelli di divieto (forse di scritta?) sono coperti da adesivi. Una forma d’arte concettuale che sfiora il geniale: vietato scrivere? E allora scrivo anche sopra il divieto, così il mio segno diventa doppio. Ribelle, eroico, micro-rivoluzionario. Nel frattempo, gli addetti alla manutenzione passano la vita a coprire con nuove mani di pittura (o forse oramai rassegnati non lo fanno più) gli stessi autografi che torneranno il mese dopo, come un’eterna allegoria della stupidità umana.
E Verona, città meravigliosa, col suo patrimonio incalcolabile e la sua eleganza diffusa, resta testimone silenziosa di questa ironica fiera dell’ego. In una città dove anche un sampietrino sarebbe monumentale altrove, si sceglie di ricordare non l’Arena, non i palazzi, non le chiese, ma un muro imbrattato. Una moderna caverna di Altamira dell’amore da discount, dove l’uomo contemporaneo, armato di pennarello o chewing gum, rivendica con forza il suo diritto più primitivo: quello di esserci.
Forse dovremmo ribaltare il concetto footprint, di “impronta ecologica”: fare in modo che la nostra presenza pesi meno, che non marchi il mondo come un cane in calore che piscia su ogni pneumatico e palo. Ma finché il bisogno di apparire supererà quello di capire, continueremo a confondere il concetto di memoria con quello di scarabocchio.
E così, tra un “Ti amo per sempre” e un “W la figa”, resta solo una domanda: davvero questo è il segno che vogliamo lasciare?
