Lettera dal mondo dei sogni: Carne da macello

Tratto da un sogno, come in una dettatura trascritta di notte.
Piangevo mentre le scrivevo, come si piange quando non è rimasto più niente da trattenere. Non solo per lei, ma per tutto quello che ci eravamo portate addosso senza mai riuscire a dirlo davvero. Una sorella non di sangue, e forse proprio per questo ancora più sorella. Le scrivevo del mio addio, per giustificarlo, per renderlo più digeribile.

Dicevano: si è suicidata.
Io no. Io dico: Mi hanno uccisa, sbranata da un branco.

“DEVI LASCIARMI ANDARE”, le scrissi, nero su bianco, sperando di farle voltare pagina più in fretta. La frase mi uscì addosso più dura di quanto volessi, quasi feroce, tutta in maiuscolo, come se per liberarla dovessi prima farle male.

“Questo non è mai stato il mio posto. Ho semplicemente deciso che bastava così. Non sono più una pagine bianche, ancora da scrivere, ma vandalizzate, accartocciate, strappate. Ho analizzato ogni alternativa. Se dopo non c’è niente, allora va bene: almeno non soffro più. Se invece c’è un’altra vita, spero solo che sia migliore.”

Ridevo, ma era una risata guasta, una smorfia travestita da ironia.

“Se mi va bene rinasco in un posto dove la miseria non ti mastica vivo, dove la guerra non ti cresce in casa, dove la fame non ti guarda fisso negli occhi. Magari rinasco uomo.”

Mi asciugai il viso col dorso della mano.

“Sai qual è il sogno più stupido? Avere un c**zo solo per pisciare in piedi alla piazzola di sosta, senza bagnarmi le scarpe. Senza accovacciarmi come una bestia di fretta controllando non arrivi nessuno. ”

E poi Palermo. Sempre Palermo.

Una strada sporca, consumata, coi muri anziani che sembravano testimoni muti di storie come la mia. Avevo deciso di “tagliare” perché ero in ritardo. Tornando indietro farei mille giri pur di evitare quella strada, quella sera. Ragazzini molesti, rumorosi, sparsi un po’ a destra e un po’ a sinistra, io dovevo passarci in mezzo. Non facevano niente, eppure erano minaccia.

C’era una carnezzeria poco prima, chiusa, ma ancora illuminata. E io pensavo alle carcasse appese, nude, svuotate, esposte. Corpi senza voce. Era la vergogna di essere ridotte a materia: qualcosa che altri possono fissare, toccare, scegliere.

È lì che è successo, anche a me, in un passo carrabile buio lì accanto, esposta alla luce di un telefono che riprendeva il mio scempio.

Non serve raccontarlo. Basta questo: da quel momento il mio corpo non è più stato un posto in cui abitare, appeso, nudo, svuotato, esposto.

“Un’altra opzione è il paradiso, che all’inferno non ci ho mai creduto”, continuai, più piano. “Mi piace pensare che, se c’è qualcosa dopo, ci sia solo un paradiso, che alla fine Dio è buono e perdona quasi tutti. Anche i suicidi. Un sei politico dato all’umanità, tanto per chiudere bottega e lasciare l’inferno vuoto, e chi non è buono si converta!”

Guardai il vuoto davanti a me come se lei fosse ancora lì.

“Perché, vedi, qualsiasi cosa è meglio di questa merda.”

Inspirai a fondo.

“Se rinasco uomo, avrò paura lo stesso. Di notte, in certe strade di Palermo, in mezzo a certi gruppi. Ma al massimo mi derubano, mi insultano, mi fanno abbassare lo sguardo e accelerare il passo.”

Mi fermai.

“Ma non mi distruggono.”

Le parole rimasero sospese, pesanti come le carcasse nella carnezzeria.

“Scusa se torno sempre a Palermo”, sussurrai. “Ho visto poco. Troppo poco per capire il mondo. Ma abbastanza per sapere che altrove non cambia davvero: essere uomo è solo un vantaggio ancora più grande.”

Il silenzio tornò a sedersi accanto a me.

“Quindi lasciami andare”, dissi infine. “Non trattenermi qui. Non c’era posto per me. Non in questo corpo. Non in questa vita.”

E per la prima volta smisi di piangere.

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